I giovani architetti e l’ingiustizia della “finta partita iva”

Perché nessuno si oppone alla scandalosa logica dell’assumere giovani architetti coi doveri degli impiegati ma inquadrandoli come collaboratori occasionali a partita iva?

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Le elezioni dell’Ordine degli Architetti di Milano si avvicinano e molte neo-liste si propongono sul web.
Per gli architetti è il momento di tirare fuori le istanze: un’offerta formativa che non sia limitata e con orari scomodi, la possibilità di reintrodurre i minimi, la sovrapposizione di “competenze” tra figure professionali, la mancanza di autorevolezza dell’architetto nel mercato del lavoro.
Uno dei temi poco dibattuto e che non mette d’accordo tutti è il tema della guerra alle “finte partite iva”.
Ho scoperto, tramite Linkedin, che molti colleghi non sanno cosa è la finta partita iva, anche se molti articoli ne parlano.
Per brevità, spiegherò di cosa si tratta.

1) Il lavoratore a partita iva è un libero professionista che lavora per dei clienti, sempre diversi nel tempo con qualche eccezione, e/o dà consulenze occasionali a colleghi architetti specializzati in altro (si pensi ad un architetto freelance che fa modellazione e render, o docfa, o certificazioni energetiche per 4 o 5 studi diversi).

2) Il libero professionista a partita iva lavora in un suo studio professionale, o in uno studio/abitazione, in un co-working, in uno studio affittato con altri colleghi, oppure in modo “itinerante” presso i clienti e i colleghi a cui dà consulenze.

3) L’architetto a partita iva gestisce gli orari a suo piacimento, rispettando le consegne che concorda con clienti e colleghi con cui collabora.

Il giovane architetto medio è, invece, un povero cristo che ogni giorno passa otto ore nello studio tecnico di un architetto più anziano, dalle 9 alle 18 con una breve pausa pranzo, quando non gli è richiesto di fare nottate per consegne, che viene pagato per i giorni che fa (quindi quando prende un permesso, o è malato, o lo studio chiude nelle vacanze e estive e di Natale non percepisce stipendio, nè tantomeno se è in maternità o in paternità), a cui non dànno mutui e che, vista la precarietà, difficilmente riesce a sposarsi e a “fare famiglia”, e che per la legge italiana risulta essere un collaboratore occasionale esterno pagato a partita iva.
Inoltre, essendo formalmente partita iva, si è obbligati all’ iscrizione alla Cassa di Previdenza, con ulteriore aggravio economico annuale.

Questa figura fantozziana (che riesce persino a invidiare Fantozzi, il quale almeno aveva malattia, permessi genitoriali, rol, buoni pasto, contributi…), viene considerata una finta” partita iva, ovvero una persona che ha i doveri di un impiegato che dovrebbe essere assunto a tempo determinato o indeterminato, ma non ne ha i diritti, essendo “appartentemente” un libero professionista.

Ci sono state varie proposte di legge per “sgamare” gli architetti anziani che assumono (o sarebbe meglio dire “non assumono”) collaboratori con questo excamotage, ma ad essere controllato è sempre il “dipendente” (magari fosse dipendente! la finta partita iva!), che viene monitorato per capire se riceve stabilmente compensi dallo stesso cliente (ovvero il datore di lavoro truffaldino).
La cosa paradossale è che il maldestro tentativo di tutelare i giovani da questo sistema malato ha finito per tutelare solo i giovani architetti, magari abilitati, ma non iscritti all’Ordine, mentre se sono iscritti viene accettata una collaborazione con un committente (da chiarire cosa si intende per “committente”) continuativo (questo non significa comunque che il professionista in questione debba lavorare alle condizioni lavorative dell’impiegato, ma deve sempre pretendere i punti 1, 2, e 3 sopra indicati).

Come fanno questi vecchi architetti capi a fregare i controlli? Fanno in modo che la “finta partita iva” fatturi talvolta a loro, talvolta al nonno, talvolta alla moglie, o magari allo zio, e dopo qualche mese o anno “congedano” l’impiegato (mai assunto) architetto prendendone un altro più giovane e con meno pretese, ovviamente senza nessun preavviso, o “giusta causa”, perché per la legge è solo una “collaborazione che finisce“.

Per molti il sistema a “finta partita iva” è l’unico esistente e l’unico che abbiano mai conosciuto. Tanto è radicata la cultura della finta partita iva che molti architetti ignorano persino il concetto di “finta partita iva” come qualcosa da combattere, dove ad essere combattuto non è (e non deve essere) il poveraccio che accetta questa condizione, ma chi la propone.

Impuniti tanti vecchi architetti che, su vari siti dell’ordine o noti portali di architettura, già nei loro oltraggiosi annunci chiedono giovani architetti da “impiegare” otto ore al giorno con inquadramento di finta collaborazione occasionale a partita iva.
Il fenomeno è cosi’ poco punito e combattuto che questi annunci passano inosservati e ricevono tantissime richieste, vista la crisi, e la mancanza di “coscienza di classe professionale“.

La finta (o falsa) partita iva, nociva per i professionisti di ogni tipologia, è particolarmente nociva per tutte le categorie con esigenze speciali: mamme, persone con disabilità, neo-genitori in generale, donne, categorie a rischio discriminazioni (minoranze etniche e religiose, persone LGBT, etc etc).
In particolare, essendo il lavoratore “inquadrato” come collaboratore esterno, la collaborazione puo’ interrompersi in qualsiasi momento, senza la richiesta di una giusta motivazione, quindi è facile liberarsi di una minoranza, oppure scartarla subito.

Se in altri settori possiamo vedere i sindacati attivi a tutelare i lavoratori (si pensi ad operai od operatori call center), l’architetto sembra poco avvezzo al mondo dei sindacati e a darsi da fare in tal senso.
Non ci sono “attivisti” di settore. Solo gruppi facebook pieni di lamentele e indignazione.
Segnalo questo interessante contributo di un architetto e saggista, Diego Candito, che mi ha commosso.

Perché invece non muoversi a cambiare le cose?
Forse il nostro attivismo non avrà ricadute sulla nostra generazione, ma sicuramente lo avrà sulle prossime.
Perché non iniziamo noi per primi a rifiutarci di lavorare a “finta partita iva? Perché, se inquadrati a partita iva, non pretendiamo tutti i diritti dei lavoratori indipendenti (ad esempio andare a seguire i corsi che rilasciano i cpf, spesso ad orari infelici).

Che siano i giovani architetti ad essere artefici del proprio destino.

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Architetto, Architetta: che ogni professionista scelga

Tre professioniste hanno chiesto e ottenuto “Architetta” sul loro timbro, ed è subito polemica, scherno, e un rigurgito di misoginia.
Cerchiamo di capire come garantire alle donne professioniste la scelta della formula migliore.

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Ho saputo della notizia relativa al titolo di Architetta in tre timbri di tre professioniste dell’Albo di Bergamo da un livoroso contatto facebook, che denunciava i “presunti” privilegi delle donne nella professione e invitava a pensare ai veri problemi degli architetti (di quelli coi cromosomi xy però).

Ho provato inutilmente a farlo ragionare sugli svantaggi della donna professionista in un mondo di vere e (soprattutto) “finte” partite iva, e anche sulle vere motivazioni del suo benaltrismo (non mi interessa se l’usare questo termine farà si che mi connoterete politicamente, probabilmente sbagliando: lo considero appropriato), ma ho ricevuto solo aggressività e machismo.

Il rigurgito di misoginia che questo caso di attualità ha scatenato invita a riflettere sul fatto che, al di là dell’appoggio a questa singola battaglia, un problema di discriminazione di genere, nella professione di Architetto, c’è, e che si deve porre attenzione ai problemi specifici della professionista donna (oltre a segnalare all’Ordine tutti coloro che hanno usato battute pecorecce e insulti verso le colleghe donne).

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Raccontiamo l’antefatto, per chi non avesse seguito il caso di cronaca:

Tre colleghe appartenenti all’Ordine degli Architetti di Bergamo, Silvia Vitali, Francesca Perani e MariaCristina Brembilla, fondatrici di ArchiDonne, hanno chiesto il duplicato del timbro con la dicitura “Architetta”, come primo passo di un lavoro sulle difficoltà (e peculiarità) dell‘essere professionista e donna.

Di questo tema ha parlato anche un evento organizzato dall’Ordine, che si è svolto giovedì 16 marzo presso la sede dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano su invito di ADA Associazione Donne Architetto di Firenze, e in concomitanza con l’uscita del numero di marzo di Abitare, interamente dedicato alle professioniste.
Qui un interessante resoconto
Qui il video

La notizia è stata accolta con poca solidarietà, se non addirittura con scherno, a causa anche di un cattivo giornalismo. Ad essere coinvolti nello scherno sono stati soprattutto colleghi uomini, che non riescono a capire di non avere voce in capitolo su qualcosa che riguarda le professioniste donne e su cui loro e solo loro hanno il diritto di decidere per sé stesse.

Legittimo non simpatizzare col termine Architetta, ma mi interrogo sulle radici di tale rabbia e aggressività, proveniente prevalentemente da professionisti uomini.
Parlare dei toni è impossibile, perché in tutti i social si torna a parlare del fatto.

Abbonda il benaltrismo: spesso si cerca di far deviare la discussione sui veri” problemi della professionista donna (ma guardacaso chi li cita non è poi impegnato nella battaglia civile per risolverli), o addirittura sui “veri” problemi del professionista (cancellando completamente il problema di genere, come fosse irrilevante).

L’atteggiamento è spesso di scherno e in qualche modo vi è del “bullismo“: si tende a sottolineare di quanto questi temi siano frivoli, dei professionisti uomini si supportano tra loro nello scherno, e sminuiscono sia le tre donne del caso di attualità, sia la donna in generale.

Sono stati fatti esempi che grammaticalmente non hanno senso:
siamo sempre stati abituati ad usare “ingegnere”, ma non è impossibile grammaticalmente ricavarne il femminile: infermiera, cassiera e parrucchiera sono i femminili di infermiere, cassiere e parrucchiere, e grammaticalmente sono casi simili ad ingegnere/a.
Diverso è invece il caso di artista, pediatra, geometra, che possono esseree declinati con la o il a seconda se la persona è uomo o donna, e al plurale hanno gli e le, con desinenze -i ed -e.
Chi ha quindi scritto, per manifestare dissenso e scherno, “pediatro”, “artisto” e così via ha solo manifestato la sua ignoranza sull’etimologia delle parole.

A tutto ciò si sono aggiunti insulti gratuti a Boldrini, che può piacere o non piacere, ma non merita sicuramente insulti sessisti, e andrebbe criticata, eventualmente, sui contenuti.

Il blog Architempore , come altri blog, ha coraggiosamente ha pubblicato, punto per punto, le risposte a tutte le critiche su quanto avvenuto.
Nessuno si lamenta di impiegata ed operaia: storicamente le professioni “umili” hanno avuto la loro declinazione al femminile senza nessuna polemica, quindi non si capisce come mai tanto scalpore per Architetta e per Ingegnera.

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Chi proviene da un percorso politico di femminismo della differenza avrà apprezzato l’iniziativa come atto politico.

Personalmente sono contro il binarismo di genere, non inclusivo verso persone e professionisti gender non conforming, e mi chiedo quale sia la scappatoia per i Paesi che hanno una lingua neolatina, che estende il maschile e il femminile a tutti i nomi ed aggettivi, nonché ai pronomi e a tutto il resto, anche quando sarebbe superfluo, obbligandoci a trovare soluzioni che rispettino tutti e tutte (quando in altri contesti idiomatici il problema non si pone, o si pone molto meno).
Mi chiedo se sia o meno una coincidenza che nei Paesi dove la lingua è pù binaria, ci sia un maggiore sessismo.

Il mio impegno sulla parità di genere parte quindi da presupposti differenti, e quindi penso anche a chi continuerà a desiderare soluzioni grammaticali meno “connotate di genere” (anche a costo di creare neologismi, se il neutro maschile non soddisfa).

Rimangono molte donne a cui Architetta/Ingegnera (per svariati motivi, che non coincidono per forza col maschilismo interiorizzato) non piace come definizione di se stesse come professioniste:  è importante che venga quindi garantita la doppia possibilità di usare, a seconda delle preferenze, Architetto o Architetta.

Speriamo quindi che la novità, che per ora è un’opzione, non diventi poi obbligatoria per tutte le professioniste e le persone al di fuori della dicotomia di genere.

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Formazione, Abilitazione, Albo e Ordine: la parola all’Arch. Alberto Ceccarelli

Ospite del nostro blog, per questo articolo, l’Architetto Alberto Fabio Ceccarelli, professionista e formatore. Aiuterà i giovani, e meno giovani, lettori ad orientarsi nel mondo della professione, della formazione, approfondendo ciò che riguarda l’abilitazione alla professione di Architetto, parlandoci anche dell’Albo e dell’Ordine.

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Ciao Alberto, puoi raccontare ai lettori e alle lettrici del blog in cosa consiste la tua duplice attività di architetto e di formatore e di come queste due attività si legano tra loro?

La duplicità della mia attività nasce a seguito della frequentazione, dopo la laurea, del corso di preparazione all’esame di stato organizzato a Roma dall’arch. Paolo Villatico Campbell. Paolo, venuto a mancare ormai quasi 15 anni fa, mi dimostrò come, in pochi mesi, si potessero trasmettere nozioni basilari, che erano mancate al mio percorso universitario. Questa “scoperta” ha generato in me una passione per l’insegnamento e quindi la nascita prima dei corsi a Venezia e Milano, e poi dei testi di preparazione della Maggioli, “Guida Pratica alla progettazione”, e “ Prontuario tecnico urbanistico amministrativo” in uscita entrambi a breve con la VI edizione aggiornata.

Quindi diciamo che mi dedico a molteplici attività:

  • la formazione per i laureati che desiderano avere una guida per la preparazione all’esame di stato;
  • la trasposizione di parte di quello che svolgo nel corso nei testi sopra menzionati, adatti a chi, per ragioni di tempo, economiche o di distanza, non se la sente di partecipare al corso;
  • l’attività formativa, ormai quasi ventennale mi ha permesso di diventare ente terzo accreditato dal Consiglio nazionale degli architetti (CNAPPC) per la formazione continua, con rilascio di Crediti Formativi Professionali, divenuti obbligatori per i professionisti iscritti, dal 2014;
  • infine l’attività professionale, anche se la crisi di quest’ultimo periodo ha maggiormente toccato questo settore .Cosa ti ha spinto a scegliere Architettura? E come ti sei mosso appena dopo la laurea? Cosa è cambiato rispetto a quando ti sei laureato?

Scelsi architettura per motivi pragmatici; mio padre era un ingegnere ed aveva un’impresa di costruzioni; immaginavo quindi di proseguire l’attività di famiglia. Purtroppo venne a mancare subito dopo la mia iscrizione all’università, e quindi tutti i programmi saltarono, costringendomi ad un percorso di laurea lungo, gestito in parallelo con l’attività imprenditoriale lasciata da mio padre. Una volta terminate queste iniziative, non ho però proseguito. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare per un collega di studi anziano che aveva 3 imprese di costruzione, con il quale ho seguito sia progetti di opere pubbliche in ambito vincolato, sia nuove costruzioni, sia urbanizzazioni di un paio di lottizzazioni. In parallelo, dopo un iniziale tentativo di abilitazione con la preparazione universitaria e l’esperienza di lavoro, andata male, mi sono rivolto a quello che era allora l’unico corso di preparazione in Italia, organizzato dall’architetto Villatico. Rispetto ad allora, oggi l’università è molto cambiata, intanto per il totale abbandono delle tecniche grafiche tradizionali, ma anche per la moltitudine di corsi promossi dalle varie università, che non sempre secondo me danno una buona base formativa con cui affrontare sia l’attività professionale, che l’esame di stato. E poi c’è la crisi che, dal 2008 ha colpito il mondo occidentale in generale e il nostro paese in particolare; il settore edilizio è stato in tal senso molto toccato, generando come conseguenza anche meno iscritti alla facoltà di architettura.

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Dopo la laurea hai subito deciso di abilitarti? In Italia molti neolaureati iniziano a lavorare come disegnatori cad rimandando il momento dell’abilitazione. Secondo te è importante dare priorità all’abilitazione? E, se si, perché?

Quello che feci io l’ho specificato in precedenza..diciamo che stante la mia esperienza e la mia attività, secondo me converrebbe togliersi subito l’esame, per molteplici motivi. . Intanto alla fine dell’università sia ha ancora probabilmente la voglia e il tempo per dedicarsi a tempo pieno allo studio, mentre entrando subito nel mondo del lavoro, questo tempo viene meno. Inoltre l’esperienza lavorativa non è detto che aiuti per l’esame; raramente infatti nel lavoro si hanno esperienze progettuali architettoniche legate alle richieste d’esame, e ciò può fuorviare all’esame stesso. Infatti nel lavoro si deve pedissequamente seguire la miriade di normative, le richieste del committente che spingono spesso verso soluzioni che io definisco più edilizie e meno architettoniche. All’esame al contrario, stante il tempo ridotto a disposizione, 8 ore, e la commissione composta prevalentemente da professori universitari, alle richieste si deve rispondere in maniera diversa, rispetto a quanto si fa sul lavoro; è come se si stesse partecipando ad un concorso di progettazione e quindi fondamentale è l’uso di uno specifico alfabeto progettuale. Tutto ciò io l’ho imparato dopo la laurea, in parte dall’arch. Villatico e in parte da un testo di un professore americano di origine cinese, F. D.K.Ching, “Architecture form space and order “, di cui poi è stata pubblicata un paio di anni fa da Hoepli la versione italiana da me curata. Altra cosa che mi sento di affermare è che poi all’abilitazione non è detto debba seguire immediatamente l’iscrizione all’albo. L’abilitazione non ha scadenza e per l’iscrizione si può attendere. D’altra parte iscriversi all’ordine genera dei costi fissi e degli specifici obblighi. Io credo che l’iscrizione abbia un senso quando si ha una certezza di lavoro che obblighi all’uso della firma.

Quali sono i servizi che l’Ordine degli Architetti dà ai suoi iscritti? E quali sono le garanzie?

Il sistema ordinistico garantisce, secondo alcuni, l’ingresso in una casta di privilegiati. E’ su questa affermazione, secondo me risibile, che il sistema politico ha addossato agli iscritti agli ordini una serie di colpe che son sfociate nel 2012 nell’abrogazione delle norme sulle tariffe e sul divieto di utilizzo delle stesse. Fatta questa premessa, gli ordini provinciali danno agli iscritti specifiche consulenze sull’attività professionale, sullo sviluppo normativo che riguarda la nostra professione e sugli onorari. Attivano inoltre corsi per l’obbligo di formazione continua e promuovono specifici incarichi tra gli iscritti con adeguata esperienza; parlo delle giurie di concorsi, dei membri di specifiche commissioni, o della così detta terna per i collaudi quando committente e costruttore sono lo stesso soggetto, ecc. Promuovono infine attraverso i nuovi consigli di disciplina provvedimenti disciplinari, nel caso di mancata ottemperanza al Codice deontologico. Non capisco cosa intendi invece quando parli di garanzie. Esistono ancora garanzie su qualcosa oggi? L’unica cosa certa è che l’iscrizione all’ordine è obbligatoria per l’esercizio della professione e ciò è disciplinato dalle norme vigenti.

Che ne pensi della recente iniziativa dei crediti formativi permanenti? E come mai, secondo te, i professionisti hanno avuto tutte queste difficoltà a completarli?

Questa domanda mi mette in un po’ in difficoltà, stante il mio essere un ente formatore accreditato. Da una parte mi verrebbe da dire che se un professionista vuole rimanere aggiornato ed essere pronto alle sfide che il mondo del lavoro ci pone, è comunque obbligato ad aggiornarsi. E’ vero però nel contempo che non tutti gli iscritti hanno, in passato, ottemperato correttamente a questo ovvio principio. E’ forse per questo che nasce l’obbligo introdotto dal 2014. Diciamo anche che il nuovo Consiglio nazionale, recentemente eletto, avendo colto degli elementi di criticità nell’impostazione data dalle vecchie linee guida, ha promosso delle modifiche sostanziali che dovrebbero venire incontro alle problematiche evidenziate nel primo triennio; tra queste quella più evidente è quella dell’abbassamento a 60 CFP a triennio, rispetto agli iniziali 90, che dovevano andare a regime dal 2017-2019, oltre a tutta una serie di modifiche meno restrittive rispetto alle precedenti. Probabilmente le difficoltà a completare l’obbligo formativo sono derivate da vari fattori:

  • un iniziale offerta ridotta di corsi,
  • la crisi incombente che dava altre priorità agli iscritti,
  • la mancata informazione sull’obbligo,
  • la probabile certezza, tutta italiana, che in qualche modo si sarebbe sistemato il tutto,
  • fors’anche un atteggiamento di ribellione da parte di tanti, stante le non chiare sanzioni previste.

Quest’ultimo aspetto è stato infatti definito solo a fine 2016, con la possibilità di un ravvedimento operoso entro giugno 2017, per i numerosi inadempienti; successivamente scatteranno le sanzioni che prevedono la censura in caso di mancanza fino a 12 CFP (20%); sopra i 12 CFP mancanti si subirà la sospensione di un giorno per ogni credito mancante.

Con che criterio un iscritto all’albo dovrebbe scegliere i corsi per maturare i crediti formativi?

Io personalmente sceglierei corsi pratici, che cioè aumentino le effettive capacità professionali e di guadagno. Oltre a questi c’è comunque l’obbligo, per gli architetti di frequentare, esclusivamente presso gli ordini, specifici corsi sulle materie ordinistiche, deontologiche e relative agli onorari, per un totale di 12 CFP a triennio.

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In un’epoca in cui è difficile affermarsi come Architetto, cosa consigli al neolaureato?

Intanto prendere una laurea quinquennale o specialistica, perché solo questa ha una reale spendibilità in Europa. Questa è stata un’affermazione per altro ribadita qualche giorno fa da un relatore in un corso organizzato da un ordine professionale per i CFP obbligatori. Il secondo consiglio che mi sento di dare è comunque abilitarsi; rimandare troppo questo fondamentale passaggio rende poi la cosa più faticosa..inoltre anche questo è un obbligo per una reale spendibilità in ambito europeo della laurea; il terzo consiglio è un doppio consiglio: andare a lavorare per un impresa di costruzioni, perché li si impara tantissimo – quindi cantiere a più non posso – oppure emigrare all’estero; ma in quest’ultimo caso, una scelta del genere non deve avere ripensamenti, perché secondo me quella è una via senza ritorno, e qui in Italia al massimo si deve tornare per le vacanze.

Hai più simpatia verso chi si reinventa in una professione “collaterale” al percorso di studi in architettura, o per chi persevera in una gavetta che a volte finisce per essere eterna, ma onora la sua passione per la disciplina architettonica?

Beh, la mia storia dimostra che assolutamente non si deve perseverare per una gavetta che, almeno stante la crisi, come tu dici rischia di essere eterna e generare nella migliore delle ipotesi una gran frustrazione..molto meglio trovare una professione collaterale, ma che permetta di vivere autonomamente… la passione e il sogno, purtroppo, specie con la situazione di crisi, potrebbero trasformarsi in incubo.

Cosa ne pensi delle certificazioni energetiche e di come il mercato poi si è velocemente inflazionato, e secondo te perché è successo?

A me insegnarono alle elementari o alle medie che vi è un diretto rapporto tra richiesta e offerta di lavoro e conseguente andamento dei costi. Nel momento in cui le certificazioni energetiche sono diventate obbligatorie, in tanti si sono lanciati in questa nuova mansione, anche tenendo conto della parallela crisi di tanti altri settori; ecco quindi che nel momento in cui geometri, architetti e ingegneri si sono lanciati in questo settore – in alcuni casi, come in Lombardia successivamente ad uno specifico corso abilitante ed iscrizione al CENED – l’eccesso di offerta ha fatto crollare i prezzi, unitamente anche, secondo me, ad una effettiva qualità di dette certificazioni.

Sei d’accordo con chi afferma che, tra i laureati in architettura, si affermano maggiormente coloro che avevano un diploma da geometra? E, se si, perché ciò accade?

No, non sono d’accordo. Ricordo, ai tempi del mio percorso di laurea, che diversi professori dicevano che l’architetto di successo quasi sempre veniva dal liceo classico. Per esperienza personale e dei corsi che faccio, le migliori performance vengono proprio da chi viene dal liceo classico..poi dipende anche dal tipo di attività che si svolgerà. Sicuramente il diploma di geometra ti introduce meglio e prima a quelle che sono le materie trattate nel nostro mestiere..però il liceo classico, se fatto come si deve ti da una forma mentis che ti permette di spaziare in molteplici campi, oltre a darti una proprietà di linguaggio senza eguali.

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Cosa pensi della pubblicità: pensi che un architetto dovrebbe pubblicizzarsi? Anche usando il digitale?

Sicuramente serve la pubblicità, anche usando il digitale..rimane il fatto che la pubblicità deve però avere un sub strato di notevole capacità professionale..siamo talmente tanti, e sono talmente tante le offerte che si trovano in rete, che vanno vagliate con attenzione, per non prendere sonore fregature.

Pensi che ci sia solidarietà o, più che altro, collaborazione, nel mondo degli Architetti?

Possiamo saltare la domanda? Scherzi a parte, no, secondo me non c’è solidarietà ne troppa collaborazione.. sento di bieco sfruttamento da parte anche di studi blasonati, e in fin dei conti, quando c’è troppa offerta, per altro spesso di bassa qualità, ecco che nascono stage sotto pagati..si gioca sulla speranza di diventare indispensabili per lo studio, quando purtroppo ciò difficilmente avviene. Ciò per altro è una ruota che gira..chi riesce a mettersi in proprio, dovrà per forza sottostare alle medesime regole, altrimenti non ce la farebbe a reggere le logiche di mercato

Le difficoltà che un giovane architetto incontra non dipendono in toto “dalla crisi”: ci sono alcune difficoltà intrinseche nella particolarità della professione di architetto, difficoltà che ingegneri o, ad esempio, geometri, non incontrano, ce ne parli?

Mah..intanto anche gli ingegneri cominciano a sentirla la crisi, al punto tale che i dati del Consiglio nazionale ingegneri (CNI) ci dicono che le iscrizioni alla laurea in ingegneria civile sono diminuite; in secondo luogo in questa trilogia di professionalità i geometri, entrando nel mondo della professione molto presto, e con una formazione più pratica, sono avvantaggiati, mentre gli architetti secondo me subiscono più criticità: sono (siamo) troppi, spesso poco preparati rispetto alle sfide professionali – e qui un po’ di colpe sono anche da attribuire alla scuola in generale e all’università in particolare – e anche ormai schiacciati da anni di bassa professionalità..in tal senso racconto un episodio che mi accadde circa 15 anni fa; ero in Sicilia e venni presentato ad un proprietario terriero di antico lignaggio come architetto, la sua replica fu che troppi anni sarebbero dovuti passare prima che diventassi un bravo geometra..non penso ci sia altro da dire..anzi, se vogliamo tornare a qualche domanda fa, ormai il mercato di bassa qualità che caratterizza l’Italia è più propenso a rivolgersi al geometra, meno costoso e più pratico, rispetto all’architetto..ma qui la colpa è di tutti..della mancanza di qualità che ha contraddistinto quanto si è realizzato a partire dal secondo dopo guerra..e testimoni di ciò sono le nostre periferie..le nostre coste..ecc ecc. basta avere gli occhi per guardare, senza pregiudizi.

Cosa ne pensi di chi propone un lavoro che di fatto ha i vincoli del dipendente ma le (non) tutele della partita iva? Perché ciò accade e la cosa è tacitamente accettata?

Diciamo che raramente uno studio di architettura ha dipendenti; i collaboratori sono tutti a partita IVA ma, come dici tu, con i vincoli di un dipendente,..però ciò lo permettono le norme e se vuoi il mercato..per uno studio medio piccolo, con il poco lavoro che c’è e la difficoltà a farsi pagare, un vero dipendente farebbe fallire lo studio in poco tempo, perché costerebbe al datore di lavoro il doppio di quel che costa come p.IVA. Bisogna essere anche consapevoli del fatto che, a parte poche individualità, in Italia la maggioranza degli architetti titolari di studi non fa la vita da nababbo; e Il fatto stesso che questa annosa questione, dibattuta da anni, non veda una soluzione ed anzi, chi passa a lavorare in proprio, dopo una esperienza più o meno lunga da finto dipendente a p.IVA,si vede costretto, per andare avanti a far lavorare esclusivamente collaboratori a p. IVA, secondo me la dice lunga.

Essere formatore per architetti dà un osservatorio interessante. Che età hanno i tuoi studenti? Che situazioni lavorative? Da che motivazioni interne sono mosse? E’ comune il desiderio di migliorare e migliorarsi? C’è ottimismo o pessimismo?

Gli studenti hanno tutte le età..diciamo maggiormente nella fascia 25 – 30 anni, ma molto spesso mi son trovato davanti discenti anche coetanei e persino più anziani di me, che per le vicende della vita avevano tardato a laurearsi, o che improvvisamente avevano avuto l’esigenza, per ragioni di lavoro, di abilitarsi, o anche il semplice desiderio di chiudere un ciclo, per l’appunto con l’abilitazione. Sicuramente tutti quelli che si sono rivolti a me negli anni, mi hanno manifestato attestazioni di stima, per quanto insegnato nei mesi a stretto contatto, convinti che comunque sarebbe servito in futuro per la loro attività, svolta essa in Italia o anche all’estero. In fin dei conti, chi decide di svolgere un percorso formativo come quello che io propongo, particolarmente faticoso ma anche pieno di soddisfazioni, deve essere mosso da grande passione, volontà, abnegazione e a livello generale positività nei confronti del futuro

Quali progetti hai per il futuro? I cambiamenti del mondo dell’architettura ti hanno spinto ad attivare nuovi percorsi formativi: qualcosa di nuovo all’orizzonte?

Beh, intanto sono giunte alla fine del percorso di ideazione e preparazione le nuove edizioni dei testi per la preparazione all’esame di stato per architetti e ingegneri civili-edili di cui ho parlato in precedenza, che usciranno tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2017. Poi si ricomincia con i corsi per la preparazione all’esame di stato per la sessione estiva, totalmente rinnovati nelle lezioni e nelle esemplificazioni, per essere sempre in linea con le rinnovate richieste dell’esame. Anche nell’ambito della formazione continua obbligatoria, dopo i corsi pratici catasto terreni e catasto fabbricati che tanto successo e soddisfazioni danno, entro maggio lancerò un corso sulla redazione delle tabelle millesimali. Ho in programma poi di pensare ad un rinnovamento dei testi per le future edizioni ( o anche ad un nuovo testo) oltre alla promozione, attraverso brevi pillole, di filmati a spot che trattino le problematiche, dal generale al particolare sull’esame..intendo dire le differenze tra sede e sede, le percentuali di promossi e bocciati, trucchi e strategie per rendere meno gravosa la preparazione e l’esame… pillole di aiuto quindi che verranno pubblicate e rese visibili nei prossimi mesi sul profilo facebook della studio, sul mio sito www.afcstudio.it. e forse sulle riviste on line della Maggioli. Diciamo che potrebbero essere foriere anche di un progetto che preveda una parte delle lezioni erogata on line, in maniera tale che possano avere una più ampia partecipazione, mantenendo invece in sede correzioni, approfondimenti pratici ed esercitazioni progettuali guidate. Non mancheranno penso anche articoli pubblicati sulle riviste on line della Maggioli, come già fatto in passato. Speriamo infine che riparta anche l’attività professionale un po’ per tutti. non ti nascondo anche che non mi dispiacerebbe partecipare nuovamente, con i migliori corsisti, a qualche concorso di progettazione, in Italia come all’estero.

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Professioni tecniche e giovani: i consigli dell’ Ing. Privitera

Oggi intervistiamo Michele Privitera, Ingegnere Civile (se preso per il verso giusto), co-fondatore della Cooperativa di professionisti TS Engineering e presidente del Comitato Professioni Tecniche.

Ciao Michele, innanzitutto raccontaci un po’ la tua esperienza professionale: cosa hai studiato e cosa ti ha portato alla tua esperienza attuale?

Non so definire cosa mi abbia portato alla mia esperienza attuale, so solo che è ciò che ho voluto fare da sempre. La tua domanda mi ha fatto ripensare a questa foto dei miei 4 anni. A quaranta anni di distanza la voglia di far bene questa professione è solo cresciuta. Ho studiato Ingegneria Civile, all’università di Catania, praticando sin da subito la libera professione: purtroppo o per fortuna non so cosa voglia dire “stipendio a fine mese”.

Cosa fa la tua azienda? e come mai hai scelto questo settore?

Lo studio nel quale lavoro ha la forma della cooperativa di professionisti; è costituito da un gruppo di Colleghi con i quali abbiamo condiviso nel tempo obiettivi e modo di operare, e con i quali si è consolidato un rapporto di stima e di fiducia.

Il settore nel quale lavoriamo è quello dell’Ingegneria Civile, delle strutture; sono fortunato a fare ciò che mi piace.

A mio modo di vedere l’attuale mondo del lavoro non lascia molte possibilità al professionista singolo. La nostra esperienza ci dice che solo con un gruppo forte e multidisciplinare e la capacità di fare rete con altri gruppi si possono affrontare le enormi difficoltà a cui siamo esposti come categoria.

Cosa è cambiato dagli anni in cui ti sei laureato? e cosa era già cambiato rispetto alle generazioni del boom economico?

Dico sempre, scherzando, che mi è stata tesa una trappola: da ragazzo vedevo ingegneri miliardari (in lire), e questo mi ha incoraggiato ad intraprendere questa strada, poi quando sono arrivato alla laurea eravamo alle porte della “fine del mondo”. Cominciai sin da subito come Direttore Tecnico in una grossa officina di carpenteria metallica (un sogno), con un ottimo contratto di consulenza stipulato in lire. Dopo pochi mesi l’avvento dell’euro dimezzò il potere di acquisto di tutto. Ho sempre lavorato ed anche parecchio, ma il rendimento della mia attività è sempre stato sproporzionatamente piccolo rispetto alla mole di lavoro.

Negli anni 2000 c’è stato il passaggio dalla lira all’euro (2002), l’abolizione delle tariffe (2006), il raddoppio del numero degli iscritti agli ordini.

Poi altri disastri: le leggi di Monti su assicurazione e formazione obbligatoria, obbligo del pos, raddoppio del contributo alle casse, incremento dell’età pensionabile a seguito della legge Fornero.

L’elenco delle “calamità” che ho appena citato forse non è esaustivo.

Per tanti Colleghi coetanei queste difficoltà sono state decisive, molti hanno rinunciato a farsi una famiglia, molti a continuare a fare la professione. Alcuni hanno trovato, fortunatamente, rifugio nella scuola e nell’insegnamento.

Considera anche il punto di vista di chi ti scrive dal Sud, in cui le possibilità sono estremamente ridotte anche da altri fattori.

Le università tecniche sono attualmente all’avanguardia nel formare i professionisti?

Non conosco il livello delle università tecniche oggi, posso solo fare una valutazione dall’esterno. Il numero di laureati negli ultimi 15 anni è aumentato vertiginosamente. Questo mi fa pensare che i criteri di selezione non siano validi, anche in relazione al fatto che spesso incontro giovani Colleghi che non hanno piena consapevolezza delle conoscenze che occorrono per fare la professione e di come si debba affrontare la professione.

D’altro canto non credo che i criteri di selezione dei “miei tempi” fossero perfetti, perché l’eccesso di rigore si traduceva in lotta per la sopravvivenza che penalizzava i meno caparbi, anche se capaci.

In cosa sbagliano? In cosa potrebbero migliorare?

Non ho gli elementi per rispondere a questa domanda, l’università è un posto speciale, quella Italiana è sempre stata ad altissimo livello. Forse soffre degli stessi problemi della scuola media e superiore, e degli stessi problemi dei professionisti, cioè quello di un’impostazione che viene dall’alto, dalla politica, che produce un depauperamento di ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra cultura.

L’ordine affianca il giovane professionista?

Il giovane professionista, così come l’anziano, è abbandonato a se stesso sin dalla “culla”. Non ci sono aiuti, riferimenti.

Come risolvere l’annoso problema della “finta libera professione”? Che fa si che molti giovani, e meno giovani, lavorino intere vite con contratti da liberi professionisti ma modalità di lavoro da dipendenti?

Ho difficoltà a rispondere anche a questa domanda: quando le condizioni di lavoro non mi sono sembrate dignitose l’ho sempre rifiutato: anche questo significa essere liberi professionisti. Chi le accetta lo fa liberamente, non lo costringe nessuno, semplicemente non vuole essere libero. Il mondo del lavoro è fatto da domanda e offerta: se la domanda è quella di avere schiavi, lo schiavo che accetta e non si ribella sta semplicemente occupando il posto che merita. Scusa la brutalità della risposta, ma non riesco a vedere diversamente questo fenomeno.

Cosa dovrebbe fare un giovane prima di decidere in quale facoltà iscriversi?

Credo che sia fondamentale conoscere il lavoro che si farà da vicino. L’Università è un mondo affascinante, dal quale si viene attratti per una passione che ci spinge alla conoscenza, ma non insegna a lavorare.

Una matricola non immagina nemmeno che fare la libera professione da ingegnere o architetto significhi dover affrontare il mondo spaziando dalle materie studiate fino alla giurisprudenza, alla gestione fiscale, la burocrazia, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, la concorrenza sleale non contrastata dagli Ordini, la precarietà e la mancanza di tutele.

Cosa dovrebbe fare un giovane appena laureato?

La risposta ideale sarebbe “non piegarsi mai a condizioni di lavoro inaccettabili”. Ma direi anche avere l’umiltà di capire quanto possa essere produttivo inserito in un team, avere chiaro il proprio ruolo e il proprio valore. Queste cose in Italia sono difficilmente realizzabili, allo stato attuale. Credo che un’esperienza all’estero sia un punto di partenza. Solo dall’esterno si vede bene quanto piccino possa essere a volte il modo di lavorare in Italia.

Cosa dovrebbe fare la famiglia?

Posso dire cosa farò per i miei figli: cercherò di dargli ogni possibilità di scelta e di conoscenza secondo le inclinazioni che hanno. Credo che non ci sia altro che si possa fare.

Architetti o “recupero crediti”? Il drammatico problema dei clienti morosi….

Problema irrisolto e verso il quale non c’è una volontà reale di applicare delle soluzioni che infondo sono semplici. Con il Comitato Professioni Tecniche, un’associazione di architetti e ingegneri, abbiamo messo a punto una proposta che potrebbe essere efficace sotto più profili: si tratta di istituire l’obbligo di registrazione del contratto tra il cliente ed il professionista presso l’agenzia delle entrate. Questo obbligo chiaramente innescherebbe un circolo virtuoso perché:

  1. migliorerebbe il rapporto tra il fisco ed il professionista
  2. ridurrebbe la concorrenza sleale basata sul ribasso dei prezzi
  3. eliminerebbe i rapporti lavorativi non convenzionali
  4. consentirebbe di valutare la congruità dei prezzi rispetto alle prestazioni
  5. consentirebbe di controllare se il proponente ha le competenze per eseguire una prestazione
  6. consentirebbe di accedere rapidamente al recupero del credito qualora il cliente non pagasse.

Questo è un argomento che richiederebbe un lungo approfondimento

Come è nato “Comitato Professioni Tecniche”? che tipo di figure coinvolge e attrae?

Il Comitato Professioni Tecniche è nato dall’incontro di professionisti che hanno visioni ed esperienze comuni e cercano semplicemente di proporre idee ed essere costruttivi, intercettando e criticando pubblicamente attraverso il gruppo Facebook quei fenomeni che riteniamo lesivi della categoria e della professione. Non ci siamo mai posti il problema del numero di iscritti, anche se ad oggi sono puù di 400 i Colleghi che si sono iscritti sul sito (www.comitatoprofessionisti.it), ed oltre 5700 gli iscritti al gruppo Facebook (https://www.facebook.com/groups/comitatoprofessionitecniche/). Abbiamo sempre privilegiato ed accolto chi ha idee e passione. Siamo comunque tutti convinti che la nostra categoria abbia bisogno di attivismo oltre che di condotte personali sane.

Rispetto ai crediti formativi? Aiutano il professionista ad essere sempre aggiornato o è un sistema organizzato male?

Credo che si sia perso l’attimo, quello iniziale, in cui l’intera categoria avrebbe dovuto seppellire sotto una risata i regolamenti redatti dagli Ordini in merito alla cosiddetta “formazione obbligatoria”. Sono regolamenti ridicoli, e non essere riusciti in massa a metterne in evidenza l’aspetto grottesco per tempo, ci costringe oggi a sottostare a questo meccanismo.

Abbiamo perso altre occasioni per protestare ed eliminare gli Ordini professionali: l’introduzione dell’obbligo assicurativo, del POS (la macchinetta per ricevere i pagamenti con la carta di credito), la modifica stessa del Codice Deontologico, in cui si è ritenuto di dovere specificare che un professionista non è “deontologicamente corretto” se non è assicurato, o se non ha pagato la tassa all’Ordine oppure se non è in regola con i Crediti Formativi. L’idea stessa di modificare il codice deontologico è grottesca e mortificante per l’intera categoria.

Sbaglia anche il neolaureato a proporsi o è colpa del mercato?

I neolaureati si trovano in un sistema che disorienta, non riesco ad attribuire colpe o errori. D’altro canto il “Mercato” è una parola terribile per me: bisogna che tutti acquisiscano coscienza del fatto che non esiste questa “divinità” che decide il destino degli uomini alla quale bisogna inchinarsi e sottomettersi. Credo che l’intera nostra società e quindi anche il mondo del lavoro, sia composta da individui che possono scegliere di agire nel nome del benessere del prossimo e della collettività. Di fronte a questa visione non c’è “Mercato” che tenga. Il problema del lavoro si affronta più facilmente se si cambia la logica con cui si vedono le cose, e la politica può arrivare a far questo solo con una forte spinta dal basso.

Cosa ne pensi di chi, per scavalcare un mondo ostile, sviluppa la propria professionalità in altri settori o in settori a cavallo tra il nostro mondo ed altri? (rendering, grafica, real estate, editoria…)

E’ stato l’argomento con il quale ho avuto il piacere di incontrarti e in quell’occasione forse hai pensato che abbia idee troppo radicali. Immagino che se Leopardi si fosse trovato alle prese con la videoscrittura, “L’Infinito” sarebbe stato esattamente lo stesso canto, non sarebbe cambiato nulla. Questo per dire che se un ingegnere o un architetto sa impiegare un software, questo non incrementa le sue capacità, che derivano dallo studio e dall’intelletto. Forse può essere un vantaggio in termini di velocità di rappresentazione del lavoro, ma una cosa è la nostra attività è intellettuale, altra sono gli strumenti che bisogna saper usare per produrre il frutto della fase intellettuale.
E’ il lavoro intellettuale che precede la restituzione, con qualsiasi strumento, che fa la differenza tra l’ingegnere o l’architetto ed il semplice operatore dietro ad un computer.

Cosa ne pensi del BIM?

Il BIM è un modo di operare che risolve tantissimi aspetti legati al coordinamento di diversi specialisti nella fase di progettazione, al controllo delle quantità e dei costi ed al controllo dell’esecuzione. Purtroppo, com’è accaduto in passato con i software CAD e per il calcolo agli elementi finiti, si può cadere nella trappola di confondere lo strumento con la professionalità necessaria per redigere un progetto, e ritenere che sia il possesso di un software a risolvere i problemi.

Lavorando per anni nel settore della progettazione esecutiva e costruttiva delle strutture, conosco le incongruenze che possono nascere tra progetto definitivo architettonico e quello esecutivo. Chi conosce il problema ha sempre messo in atto procedure di controllo dell’errore, che oggi sono più semplici e standardizzate con l’impiego di software con questa specifica funzione.
Il BIM, poi, fa uso di oggetti parametrici che consentono di gestire le modifiche e le varianti in maniera efficiente. Quindi il mio giudizio è sicuramente positivo.

Cosa ne pensi della vicenda “certificazioni energetiche” e di come si è poi conclusa con un mercato inflazionato?

Le certificazioni energetiche fatte a basso costo saranno un boomerang per gli sventurati che le avranno fatte per un tozzo di pane. Se in futuro dovessero nascere dei contenziosi tra inquilini o acquirenti e venditori, degli immobili che hanno queste certificazioni fatte “alla buona”, chi le ha redatte a 50 euro cadauna, si ritroverà a dover rispondere del fatto che possibilmente non ha eseguito il sopralluogo, obbligatorio per legge, o di avere inserito parametri che si discostano dalla realtà. Cosa dire? Buona fortuna.

Che responsabilità hanno i professionisti “anziani” verso i giovani?

La responsabilità di essere un esempio ed un sostegno, perché sicuramente i giovani adesso hanno molte più difficoltà rispetto al passato.

Nel nostro settore si può dire che manca il lavoro o solamente che è mal pagato?

Manca il lavoro, la crisi in Italia non accenna a finire e la politica è inadeguata ed impreparata. Non vedo soluzioni nel breve periodo.

Siamo una categoria di pessimisti o sono le circostanze a renderci pessimisti e livorosi?

Pessimismo e livore non possono essere caratteristiche di una categoria. Magari atteggiamenti pessimistici hanno più clamore, specialmente sui social network, che diventano uno sfogatoio. Ma l’essere costruttivi è l’essenza del nostro lavoro e questo non lascia spazio al pessimismo. Se non ti sembra troppo romantico o idealista vorrei concludere con un passaggio de “Le città invisibili” di Calvino, che credo che sia il corretto punto di vista per superare le difficoltà in generale e quelle della nostra professione in particolare:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

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