I giovani architetti e l’ingiustizia della “finta partita iva”

Perché nessuno si oppone alla scandalosa logica dell’assumere giovani architetti coi doveri degli impiegati ma inquadrandoli come collaboratori occasionali a partita iva?

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Le elezioni dell’Ordine degli Architetti di Milano si avvicinano e molte neo-liste si propongono sul web.
Per gli architetti è il momento di tirare fuori le istanze: un’offerta formativa che non sia limitata e con orari scomodi, la possibilità di reintrodurre i minimi, la sovrapposizione di “competenze” tra figure professionali, la mancanza di autorevolezza dell’architetto nel mercato del lavoro.
Uno dei temi poco dibattuto e che non mette d’accordo tutti è il tema della guerra alle “finte partite iva”.
Ho scoperto, tramite Linkedin, che molti colleghi non sanno cosa è la finta partita iva, anche se molti articoli ne parlano.
Per brevità, spiegherò di cosa si tratta.

1) Il lavoratore a partita iva è un libero professionista che lavora per dei clienti, sempre diversi nel tempo con qualche eccezione, e/o dà consulenze occasionali a colleghi architetti specializzati in altro (si pensi ad un architetto freelance che fa modellazione e render, o docfa, o certificazioni energetiche per 4 o 5 studi diversi).

2) Il libero professionista a partita iva lavora in un suo studio professionale, o in uno studio/abitazione, in un co-working, in uno studio affittato con altri colleghi, oppure in modo “itinerante” presso i clienti e i colleghi a cui dà consulenze.

3) L’architetto a partita iva gestisce gli orari a suo piacimento, rispettando le consegne che concorda con clienti e colleghi con cui collabora.

Il giovane architetto medio è, invece, un povero cristo che ogni giorno passa otto ore nello studio tecnico di un architetto più anziano, dalle 9 alle 18 con una breve pausa pranzo, quando non gli è richiesto di fare nottate per consegne, che viene pagato per i giorni che fa (quindi quando prende un permesso, o è malato, o lo studio chiude nelle vacanze e estive e di Natale non percepisce stipendio, nè tantomeno se è in maternità o in paternità), a cui non dànno mutui e che, vista la precarietà, difficilmente riesce a sposarsi e a “fare famiglia”, e che per la legge italiana risulta essere un collaboratore occasionale esterno pagato a partita iva.
Inoltre, essendo formalmente partita iva, si è obbligati all’ iscrizione alla Cassa di Previdenza, con ulteriore aggravio economico annuale.

Questa figura fantozziana (che riesce persino a invidiare Fantozzi, il quale almeno aveva malattia, permessi genitoriali, rol, buoni pasto, contributi…), viene considerata una finta” partita iva, ovvero una persona che ha i doveri di un impiegato che dovrebbe essere assunto a tempo determinato o indeterminato, ma non ne ha i diritti, essendo “appartentemente” un libero professionista.

Ci sono state varie proposte di legge per “sgamare” gli architetti anziani che assumono (o sarebbe meglio dire “non assumono”) collaboratori con questo excamotage, ma ad essere controllato è sempre il “dipendente” (magari fosse dipendente! la finta partita iva!), che viene monitorato per capire se riceve stabilmente compensi dallo stesso cliente (ovvero il datore di lavoro truffaldino).
La cosa paradossale è che il maldestro tentativo di tutelare i giovani da questo sistema malato ha finito per tutelare solo i giovani architetti, magari abilitati, ma non iscritti all’Ordine, mentre se sono iscritti viene accettata una collaborazione con un committente (da chiarire cosa si intende per “committente”) continuativo (questo non significa comunque che il professionista in questione debba lavorare alle condizioni lavorative dell’impiegato, ma deve sempre pretendere i punti 1, 2, e 3 sopra indicati).

Come fanno questi vecchi architetti capi a fregare i controlli? Fanno in modo che la “finta partita iva” fatturi talvolta a loro, talvolta al nonno, talvolta alla moglie, o magari allo zio, e dopo qualche mese o anno “congedano” l’impiegato (mai assunto) architetto prendendone un altro più giovane e con meno pretese, ovviamente senza nessun preavviso, o “giusta causa”, perché per la legge è solo una “collaborazione che finisce“.

Per molti il sistema a “finta partita iva” è l’unico esistente e l’unico che abbiano mai conosciuto. Tanto è radicata la cultura della finta partita iva che molti architetti ignorano persino il concetto di “finta partita iva” come qualcosa da combattere, dove ad essere combattuto non è (e non deve essere) il poveraccio che accetta questa condizione, ma chi la propone.

Impuniti tanti vecchi architetti che, su vari siti dell’ordine o noti portali di architettura, già nei loro oltraggiosi annunci chiedono giovani architetti da “impiegare” otto ore al giorno con inquadramento di finta collaborazione occasionale a partita iva.
Il fenomeno è cosi’ poco punito e combattuto che questi annunci passano inosservati e ricevono tantissime richieste, vista la crisi, e la mancanza di “coscienza di classe professionale“.

La finta (o falsa) partita iva, nociva per i professionisti di ogni tipologia, è particolarmente nociva per tutte le categorie con esigenze speciali: mamme, persone con disabilità, neo-genitori in generale, donne, categorie a rischio discriminazioni (minoranze etniche e religiose, persone LGBT, etc etc).
In particolare, essendo il lavoratore “inquadrato” come collaboratore esterno, la collaborazione puo’ interrompersi in qualsiasi momento, senza la richiesta di una giusta motivazione, quindi è facile liberarsi di una minoranza, oppure scartarla subito.

Se in altri settori possiamo vedere i sindacati attivi a tutelare i lavoratori (si pensi ad operai od operatori call center), l’architetto sembra poco avvezzo al mondo dei sindacati e a darsi da fare in tal senso.
Non ci sono “attivisti” di settore. Solo gruppi facebook pieni di lamentele e indignazione.
Segnalo questo interessante contributo di un architetto e saggista, Diego Candito, che mi ha commosso.

Perché invece non muoversi a cambiare le cose?
Forse il nostro attivismo non avrà ricadute sulla nostra generazione, ma sicuramente lo avrà sulle prossime.
Perché non iniziamo noi per primi a rifiutarci di lavorare a “finta partita iva? Perché, se inquadrati a partita iva, non pretendiamo tutti i diritti dei lavoratori indipendenti (ad esempio andare a seguire i corsi che rilasciano i cpf, spesso ad orari infelici).

Che siano i giovani architetti ad essere artefici del proprio destino.

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Architetto, Architetta: che ogni professionista scelga

Tre professioniste hanno chiesto e ottenuto “Architetta” sul loro timbro, ed è subito polemica, scherno, e un rigurgito di misoginia.
Cerchiamo di capire come garantire alle donne professioniste la scelta della formula migliore.

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Ho saputo della notizia relativa al titolo di Architetta in tre timbri di tre professioniste dell’Albo di Bergamo da un livoroso contatto facebook, che denunciava i “presunti” privilegi delle donne nella professione e invitava a pensare ai veri problemi degli architetti (di quelli coi cromosomi xy però).

Ho provato inutilmente a farlo ragionare sugli svantaggi della donna professionista in un mondo di vere e (soprattutto) “finte” partite iva, e anche sulle vere motivazioni del suo benaltrismo (non mi interessa se l’usare questo termine farà si che mi connoterete politicamente, probabilmente sbagliando: lo considero appropriato), ma ho ricevuto solo aggressività e machismo.

Il rigurgito di misoginia che questo caso di attualità ha scatenato invita a riflettere sul fatto che, al di là dell’appoggio a questa singola battaglia, un problema di discriminazione di genere, nella professione di Architetto, c’è, e che si deve porre attenzione ai problemi specifici della professionista donna (oltre a segnalare all’Ordine tutti coloro che hanno usato battute pecorecce e insulti verso le colleghe donne).

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Raccontiamo l’antefatto, per chi non avesse seguito il caso di cronaca:

Tre colleghe appartenenti all’Ordine degli Architetti di Bergamo, Silvia Vitali, Francesca Perani e MariaCristina Brembilla, fondatrici di ArchiDonne, hanno chiesto il duplicato del timbro con la dicitura “Architetta”, come primo passo di un lavoro sulle difficoltà (e peculiarità) dell‘essere professionista e donna.

Di questo tema ha parlato anche un evento organizzato dall’Ordine, che si è svolto giovedì 16 marzo presso la sede dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano su invito di ADA Associazione Donne Architetto di Firenze, e in concomitanza con l’uscita del numero di marzo di Abitare, interamente dedicato alle professioniste.
Qui un interessante resoconto
Qui il video

La notizia è stata accolta con poca solidarietà, se non addirittura con scherno, a causa anche di un cattivo giornalismo. Ad essere coinvolti nello scherno sono stati soprattutto colleghi uomini, che non riescono a capire di non avere voce in capitolo su qualcosa che riguarda le professioniste donne e su cui loro e solo loro hanno il diritto di decidere per sé stesse.

Legittimo non simpatizzare col termine Architetta, ma mi interrogo sulle radici di tale rabbia e aggressività, proveniente prevalentemente da professionisti uomini.
Parlare dei toni è impossibile, perché in tutti i social si torna a parlare del fatto.

Abbonda il benaltrismo: spesso si cerca di far deviare la discussione sui veri” problemi della professionista donna (ma guardacaso chi li cita non è poi impegnato nella battaglia civile per risolverli), o addirittura sui “veri” problemi del professionista (cancellando completamente il problema di genere, come fosse irrilevante).

L’atteggiamento è spesso di scherno e in qualche modo vi è del “bullismo“: si tende a sottolineare di quanto questi temi siano frivoli, dei professionisti uomini si supportano tra loro nello scherno, e sminuiscono sia le tre donne del caso di attualità, sia la donna in generale.

Sono stati fatti esempi che grammaticalmente non hanno senso:
siamo sempre stati abituati ad usare “ingegnere”, ma non è impossibile grammaticalmente ricavarne il femminile: infermiera, cassiera e parrucchiera sono i femminili di infermiere, cassiere e parrucchiere, e grammaticalmente sono casi simili ad ingegnere/a.
Diverso è invece il caso di artista, pediatra, geometra, che possono esseree declinati con la o il a seconda se la persona è uomo o donna, e al plurale hanno gli e le, con desinenze -i ed -e.
Chi ha quindi scritto, per manifestare dissenso e scherno, “pediatro”, “artisto” e così via ha solo manifestato la sua ignoranza sull’etimologia delle parole.

A tutto ciò si sono aggiunti insulti gratuti a Boldrini, che può piacere o non piacere, ma non merita sicuramente insulti sessisti, e andrebbe criticata, eventualmente, sui contenuti.

Il blog Architempore , come altri blog, ha coraggiosamente ha pubblicato, punto per punto, le risposte a tutte le critiche su quanto avvenuto.
Nessuno si lamenta di impiegata ed operaia: storicamente le professioni “umili” hanno avuto la loro declinazione al femminile senza nessuna polemica, quindi non si capisce come mai tanto scalpore per Architetta e per Ingegnera.

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Chi proviene da un percorso politico di femminismo della differenza avrà apprezzato l’iniziativa come atto politico.

Personalmente sono contro il binarismo di genere, non inclusivo verso persone e professionisti gender non conforming, e mi chiedo quale sia la scappatoia per i Paesi che hanno una lingua neolatina, che estende il maschile e il femminile a tutti i nomi ed aggettivi, nonché ai pronomi e a tutto il resto, anche quando sarebbe superfluo, obbligandoci a trovare soluzioni che rispettino tutti e tutte (quando in altri contesti idiomatici il problema non si pone, o si pone molto meno).
Mi chiedo se sia o meno una coincidenza che nei Paesi dove la lingua è pù binaria, ci sia un maggiore sessismo.

Il mio impegno sulla parità di genere parte quindi da presupposti differenti, e quindi penso anche a chi continuerà a desiderare soluzioni grammaticali meno “connotate di genere” (anche a costo di creare neologismi, se il neutro maschile non soddisfa).

Rimangono molte donne a cui Architetta/Ingegnera (per svariati motivi, che non coincidono per forza col maschilismo interiorizzato) non piace come definizione di se stesse come professioniste:  è importante che venga quindi garantita la doppia possibilità di usare, a seconda delle preferenze, Architetto o Architetta.

Speriamo quindi che la novità, che per ora è un’opzione, non diventi poi obbligatoria per tutte le professioniste e le persone al di fuori della dicotomia di genere.

 

 

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