Villa Allemandi di Franco Albini

Ho deciso di pubblicare questo mio saggio breve del 2007, preparato per l’esame di Storia dell’Architettura a cura di Roberto Dulio, del quinto anno di Architettura e Società.
Il tema del saggio è la poetica progettuale di Franco Albini, e la sua opera “Villa Allemandi”, un’opera di cui, purtroppo, è difficile reperire il materiale. Spero sia utile anche la bibliografia presente a fine articolo.

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Franco Albini

Franco Albini nasce nel 1905 a Robbiate (Como), dove trascorre l’infanzia e una parte della giovinezza, nella casa paterna, assorbendo della sua terra la sensibilità per le opere dell’uomo e della natura. Trasferitosi con la famiglia a Milano, frequenta il Politecnico, dove si laurea nel 1929 e inizia l’attività professionale nello studio di Giò Ponti ed Emilio Lancia. Nel 1929 visita Barcellona e Parigi.
Dopo le prime realizzazioni di impronta novecentesca nel campo dell’arredamento, una conversazione con Edoardo Persico determina la sua «conversione» al razionalismo e l’avvicinamento al gruppo dei redattori di «Casabella».
Nel 1931 apre il primo studio professionale in via Panizza a Milano con Renato Camus e Giancarlo Palanti, e inizia a occuparsi di edilizia popolare partecipando al concorso per il «quartiere Baracca» (1932) a Milano e costruendo i quartieri: «Fabio Filzi» (1936-38), «Gabriele D’Annunzio» (1938-40), «Ettore Ponti» (1939). Queste opere testimoniano l’adesione al metodo progettuale di ispirazione gropiusiana. Insieme al gruppo CIAM italiano elabora due progetti urbani: «Milano Verde» (vi partecipa anche Ignazio Gardella), e «Le quattro città satelliti» (nella periferia di Milano). Queste influenze si vedono anche nella sua prima casa: «villa Pestarini» (1938)in piazza Tripoli a Milano.
Alla fine degli anni 30 partecipa a due importanti concorsi per il «quartiere romano dell’ E42».
Nel campo degli allestimenti esordisce nel 1933 alla Triennale di Milano, progettando, in collaborazione con Pagano, la «casa a struttura d’acciaio».
Alla Triennale del 1936, segnata dalla scomparsa dall’improvvisa scomparsa di Persico, si consolida un gruppo di giovani progettisti, che ordinano la «Mostra dell’abitazione», per cui Albini presenta l’arredamento di tre alloggi Tipici. Per la stessa mostra allestisce la «Mostra dell’antica oreficeria italiana» con Romano e progetta la «Stanza per un uomo», in cui affronta il tema dell’Existenzminimum, e dell’uomo sportivo (era egli stesso alpinista e sciatore).
Negli anni seguenti mostre e fiere sono per lui occasione per sperimentare nuove soluzioni (Padiglione Ina, 1934, Fiera del Levante). In questi anni nasce la straordinaria invenzione del controsoffitto forato («padiglione della Montecatini», 1940, Fiera Campionaria di Milano, «Mostra di Scipione e degli elementi contemporanei», 1941, Accademia di Brera) e la sperimentazione sul sistema espositivo in serie. Negli ultimi anni di guerra, il gruppo di architetti razionalisti milanesi formula una proposta di Piano Regolatore, «il piano AR» (Architetti Riuniti), pubblicato nel numero 194 di «Casabella», diretto nel 1946 di Albini insieme a Palanti.
Nel Dopoguerra si associa a Franca Helg, nel 1951. Egli alimenta il suo interesse per l’edilizia popolare utilizzando un processo di composizione/ricomposizione. Ne sono esempi gli edifici del quartiere «Mangiagalli» (1950-52 a Milano con Gardella), la «casa per i lavoratori Incis» (1951-53 a Vitalba, Milano) e la «casa per impiegati della Società del Grès» (1954-56 a Colognola, Bergamo).
Nel 1955 vince il «Compasso d’oro» con la sedia Luisa (1955).
Per quanto riguarda il suo rapporto con la tradizione, per lui non è un «a priori» a cui conformarsi, ma un elemento di coscienza individuale e collettiva, di interpretazione di valori riconosciuti.
Ciò è ravvisabile nell’ «Albergo-rifugio Pirovano a Cervinia», nell’ «Edificio per Uffici Ina-Parma» (1950-54), negli «Uffici comunali di Genova», e nella «Rinascente a Roma» (1957-61), la cui struttura in ferro e la corrugazione dinamica richiamano la scansione dei vicini palazzi rinascimentali.
A Milano egli lascia un’impronta tardivamente.
Nella sua sistemazione delle «stazioni della linea 1 della Metropolitana Milanese» (1962-63) i pannelli prefabbricati, i dettagli (tra cui spicca il corrimano in ferro) e i colori divengono elementi identificativi di immediata riconoscibilità.
La sua città di elezione è invece Genova, che gli dà l’opportunità di intervenire a varie scale: da quella urbanistica («quartiere Angeli», 1946, «quartiere di Piccapietra», 1950, «Piano Regolatore Generale», 1948, «sistemazione della Valletta Cambiaso», 1955) a quella edilizia (rinnovo dei musei di «Palazzo Bianco», 1949-51 e «Palazzo Rosso», 1952-62). Tra il 1963 e il 1979 lo studio Albini-Helg progetta il restauro del «convento di Sant’Agostino» come nuovo museo archeologico lapideo.
In questi anni lo studio si associa con Antonio Piva e con Marco Albini. I musei di Albini innovano profondamente le tecniche espositive e le attrezzature perseguendo una concezione educativa del museo, integrando antico e moderno, diventando essi stessi opere d’arte in sé. In questi allestimenti di interni è ravvisabile la maestria di Albini nel creare spazi emozionali, sia che esprimano una rarefazione di elementi in un’atmosfera sospesa («Palazzo Bianco»), sia che facciano riferimento a lontani archetipi («San Lorenzo»). Tra i progetti di Musei vanno ricordati: il «Museo greco-romano» (1965 ad Alessandria d’Egitto) e il «Chiostro degli Eremitani» (1969-79 a Padova).
Nell’ultimo scorcio dell’ attività di Albini si rileva una cristallizzazione del linguaggio in formule compositive già sperimentate. Ciò è ravvisabile soprattutto negli Uffici della SNAM (1969-74 a San Donato Milanese).
L’attività di docente universitario di Franco Albini di esplica in un arco temporale di circa trent’ anni. Dal 1949 al 1964 insegna all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (con un trasferimento per un solo anno al Politecnico di Torino), per poi trasferirsi al Politecnico di Milano.
Nell’insegnamento egli trasmette gli stessi principi che fondano il suo lavoro di architetto.
Era convinto che non bisognasse trasmettere agli allievi il proprio «stile». Egli utilizza un metodo didattico fondato su ripetuti «perché», volti a sollecitare nel discente la coscienza delle proprie scelte progettuali, e intervenendo raramente sui disegni degli studenti e sempre e solo al margine.
Muore nel 1977 a Milano.
Il progetto albiniano nasce dalla definizione in pianta apparentemente semplice, ma complessa, dotata di un’idea che eventualmente accoglie alcune eccezioni. Molti prospetti non sono concepibili se non preceduti da un’idea precisa in pianta. Allo studio della pianta segue quello della sezione e quindi dello spazio. Le “eccezioni” sono gli specchi, gli elementi sospesi, in movimento, le trasparenze.
Franco Albini sosteneva che «non esistono oggetti brutti, basta esporli bene». Questa frase apparentemente paradossale mostra la sua presa di distanza dai luoghi comuni, un atteggiamento che esclude ogni preclusione verso la realtà, uno sguardo nudo e senza preconcetti verso ciò che si ha di fronte. Il corpus dei disegni di progetto albiniani ci informa del costante e quasi maniacale tentativo di controllare la realtà del progetto attraverso un enorme numero di elaborati esecutivi che indagano il progetto: prassi che tenta di garantire un’esecuzione perfetta per mezzo dello strumento del disegno. La concezione albiniana della progettazione non è paragonabile a quella di un «regista», che genera un’idea e delega successivamente a specialisti la realizzazione del prodotto finale. Egli è un artigiano che controlla ogni singola parte e la successione degli atti progettuali: dalla concezione dell’idea generale, attraverso la sua travagliata elaborazione, alla ricerca tecnica e tecnologica, allo studio di ogni parte dell’opera sino alla sua esecuzione.

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Villa Allemandi, (1959-61), Punta Ala (Grosseto)

«Villa Allemandi» si presenta come una casa contadina radicata in un prato bordato da pini marittimi, ma l’apparente semplicità dell’edificio, rivela, dopo un’analisi approfondita, un’appassionante complessità d’impianto, una perfetta utilizzazione degli spazi e una severa eleganza di proporzioni.
La villa, similmente alla soluzione adottata per il progetto della «villa Olivetti» del 1956, e su ispirazione di un progetto precedente, quello per la «casa nel Canavese», è costituita dalla rotazione in pianta di elementi aggregati attorno al salone centrale a doppia altezza, e uniti dal tetto in forma di capanna con travetti a raggiera sostenuti da un nucleo cilindrico centrale. Attorno all’ambiente centrale del soggiorno a forma di esagono irregolare, vengono sviluppate tre aree destinate ai servizi e alle zone notte, mentre gli altri tre lati sono interamente occupati dalle grandi porte-finestre che illuminano generosamente l’ambiente.
La fascia di servizi che negli edifici Ina e Incis media il rapporto degli ingressi e disimpegni con i locali è, in questo esempio, portata all’esterno, aprendo i locali verso lo spazio centrale, adottando una concezione introversa dell’abitare. Nella casa, le camere e i servizi sono studiati nelle dimensioni minime, mentre il grande soggiorno arricchisce la propria dimensione di tutto il tetto.

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Le zone ingresso, pranzo e conversazione, sono qui equilibratamente distribuite intorno ad un soppalco eretto nelle adiacenze dell’ala di servizio, e che costituisce un’ ulteriore, più intima, zona per la conversazione e per lo studio. La parte servizi comprende, oltre alla cucina, una camera da letto, una lavanderia e, verso l’esterno, il garage che la copertura ad ombrello include nel corpo stesso dell’edificio.
Nelle altre due ali sono sistemate le camere da letto, fornite di spogliatoi e docce. Sia la zona servizi che quelle per la notte godono quindi di un’assoluta autonomia che ne garantisce l’isolamento e la tranquillità e tutte convergono nell’ampio soggiorno, luminoso e aperto verso l’esterno, ma raccolto sotto l’alto soffitto scuro a raggiera.
Diversamente dalla «casa nel Canavese», qui vi è stata la necessità di usare metodi costruttivi tradizionali e affidarsi a maestranze locali, vista l’impossibilità di seguire i lavori con costanza.
La casa è in muratura ed è stata costruita con tecniche tradizionali, come pure tradizionali sono i materiali impiegati: pareti intonacate di bianco, serramenti in legno verniciati di bianco, pavimenti in piastrelle bianche.
«La struttura verticale interna ed esterna è in muratura; il soppalco è in laterizio armato; il tetto, interamente su armatura di legno in vista, è coperto, al di sopra di adeguati strati isolanti, con coppi alla romana; i davanzali e le mensole che reggono all’imposta le travi sono in pietra locale di color rosso» (M. Cerruti, 1963). Dopo l’edificazione della casa, nel giardino è stata posta una scultura in ferro di Alessandro Martini e Roberto Ercolini di Livorno: appare un tentativo serio di contrappunto drammatico rispetto alla casa e al paesaggio.
La casa, vista dall’esterno, si adagia nell’ambiente naturale con energia e morbidezza insieme, senza sovrapposizioni sul paesaggio, con grande compostezza.

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BIBLIOGRAFIA (libri)

F. Rossi Prodi, Franco Albini, Officina Edizioni (Roma 1996)
A. Piva, V. Prina, Franco Albini 1905-1977, Electa, Milano 1998
F. Bucci, A. Rossari (a cura di), I musei e gli allestimenti di Franco Albini, Electa (Milano 2005)
F. Bucci, F. Irace (a cura di), Zero Gravity, Franco Albini, Costruire le modernità, TriennaleElecta (Milano 2006)

BIBLIOGRAFIA (riviste)

M. Cerruti, Casa Unifamiliare a Punta Ala, in «L’Architettura, cronache e storia», n. 87, gennaio 1963, pp. 596-69
Nella pineta di Punta Ala, in «Abitare», n. 17, giugno 1963, pp. 12-17
Casa di campagna per una famiglia milanese, in «Abitare», n. 21, ottobre 1963, pp. 30-37
F. Helg, Testimonianza su Franco Albini, in «L’Architettura, cronache e storia», n. 288, ottobre 1979, pp. 551-601
V. Prina, Progetto di Villa Olivetti, Ivrea 1956, Villa Allemandi, Punta Ala, 1961, in «Edilizia Popolare», n. 237, gennaio-febbraio 1995, pp. 67-69
M. Mulazzani, Franco Albini, l’irripetibilità della tradizione, in «Casabella», n. 695-696, ……….. 2002, pp. 157-167
A. Rossari, Franco Albini, l’arte del porgere, in «Casabella», n. 730, ……… 2005, pp. 4-15
F. Bucci, Franco Albini, lezioni di un’architettura, in «D’A. D’architettura», n. 27, ………… 2005, pp. 62-69

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Omaggio al maestro Vittorio Ugo

Nel dicembre 2005 il professor Vittorio Ugo, mio docente del quarto anno, scomparì per un male improvviso. Alcuni studenti, e io tra loro, lessero le sue opere dedicando ad esse un saggio breve. Tra quegli studenti c’ero anch’io.

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Avere occasione di leggere le opere di Vittorio Ugo poco dopo la sua tragica scomparsa è come leggere un testamento, in cui una persona colta e che ha dedicato la sua esistenza all’estetica lascia in eredità a noi futuri architetti il suo sapere.
La cosa che mi ha particolarmente e piacevolmente sorpreso, mentre mi addentravo nella lettura delle sue opere, da quelle più tecniche a quelle più filosofiche, è stato il suo modo di trattare diversi argomenti apparentemente distanti, sapendo donare ad ognuno di essi una compatta visione unitaria.
Ad Vocem è stato il libro che mi ha particolarmente colpito in quanto forse è una vera e propria sintesi del suo pensiero.
In esso egli affronta dieci temi, partendo dalla loro etimologia, di cui quelli che mi hanno interessato di più sono l’argomento principe, la Mimesis, tema a cui Ugo dedica anche un intero libro omonimo e diversi excursus sui libri di rappresentazione, e un argomento che forse più si allontana dagli altri, affrontato in modo radicalmente diverso, forse anche per il modo in cui è trattato, ovvero quello delle Ombre.
Lo si percepisce mentre si legge, ma se ne ha conferma quando si arriva alla postfazione, in cui De Faveri lo considera l’argomento “più spostato”, sebbene collocato sull’asse tipografica del libro.
L’argomento della mimesis,oltre ad essere affrontato da Vittorio Ugo, come già accennato in un libro interamente dedicato, ha un parallelo nel saggio di Franco Purini,che si avvicina molto alla visione di Ugo, sebbene la differenza generazionale.

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Nel capito di “Archiettura ad Vocem”, l’autore inizia definendo un termine molto usato nelle scuole di architettura : la rappresentazione.
Essa è il luogo privilegiato della elaborazione, ma anche dell’analisi critica dell’opera edificata. E’ una struttura tecnica che gestisce il difficile rapporto tra parole e cose.
Essa ha quindi due ruoli: quello comunicativo e quello, molto più importante, formativo.
La lingua tedesca distingue due parole per definire la rappresentazione : Darstellung (l’immagine, la rappresentazione visiva) e Vorstellung (la forma eminentemente concettuale).

Il disegno architettonico, per la sua funzione comunicativa, non puo’ rinunciare alla Darstellung. Non a caso(come spiega Vittorio Ugo nel libro “La costruzione geometrica della forma architettonica”) nella lingua tedesca, Die Darstellende Geometrie è il nome che viene dato a quella che noi chiamiamo “Geometria Descrittiva”.
Però, la rappresentazione intesa come processo formativo dell’opera (progetto) o interpretazione (rilievo) assume i caratteri della Vorstellung: essa deve perciò possedere quei contenuti concettuali, quei parametri di giudizio, quei riferimenti alle concezioni della forma e dello spazio edificati, quella consapevolezza dei processi, della loro tecnica e della loro logica interna, che sono propri di un modo profondamente “mentale” di concepire a rappresentazione.
Vorstellung può essere anche paragonata a termine greco Schema.
Dar rinascimento in poi, vi è un prevalere della Darstellung sulla Vorstellung. L’architettura viene svuotata dei suoi contenuti essenziali.

Anche oggi si vive lo stesso problema, soprattutto dall’avvento del computer in poi, un mezzo utilissimo per quanto riguardai campi dell’utilitas e della firmitas,ma non altrettanto efficace per quanto riguarda la venustas. Vi è infatti un impoverimento dei contenuti, che delinea questo prevalere dell’immagine sulla forma.
Basti pensare che lo studente di architettura medio spesso non sa più disegnare a mano libera, e ciò lo rende incapace di pensare, poiché si sofferma su com’è qualcosa, e non su come è fatto.
Infatti sono in pochi coloro che sanno come si usa il computer. Molti si fermano alle operazioni base di un programma senza sforzarsi di sapere “come è fatto, come funziona”.
La geometria è per l’architetto un pensiero dello spazio, un modo di concepirlo. Per questo motivo definire superfluo lo studio della geometria nell’era dei computer equivale a definire superflue la letteratura e la pittura dato che sono state inventate la macchina da scrivere e la fotografia.
Il computer offre dei servigi preziosi e fa risparmiare tempo, ma non va dimenticato che esso è solo un mezzo. Si deve saper distinguere il “saper fare” dal “conoscere”.
Ad esempio, si può cantare una canzone in una lingua straniera senza capire una sola parola d’essa, si può suonare uno strumento ad orecchio senza conoscere le regole dell’armonia, e si può disegnare una prospettiva empiricamente, ignorando le regole dei manuali, o applicandole in parte.
Vi sono veramente pochi esempi di totale armonia tra forma e immagine. Uno di questi è il leggendario monte Athos, scolpito in forma antropomorfa da Dinocrate, sotto ordine di Alessandro il Grande. Vi è un perfetto equilibrio tra natura e artificio, la mimesis raggiunge un livello sublime.
Nel rinascimento tutte le arti erano indicate sotto la denominazione “Belle Arti del disegno”. Oggi le distinguiamo accuratamente, ma il disegno rimane la disciplina unificatrice, dalla quale scaturiscono tutte le arti visive. La rappresentazione è considerata il medio proporzionale tra teoremi e costruzione.

Esaminiamo un po’ alcune posizioni sul tema della mimesis :
Ai tempi di Platone risale il dibattito sulla mimesis. Egli vuole eliminare l’arte dallo stato poiché è una doppia imitazione. Imita la natura che a sua volta imita il mondo ideale.
Già diversa è la visione aristotelica. Per Aristotele l’arte ha per oggetto l’universale.
Laugier, invece, non vede l’arte come imitazione della natura, ma come imitazione della strutturazione della natura, dei suoi meccanismi.

Winckelman sostiene che i moderni debbano imitare l’antichità e si preoccupa di distinguere l’imitazione dalla mera copiatura. Goethe sottolinea che l’artista opera anche una scelta (ad esempio, quella della rosa più bella) e deve avere delle conoscenze per farlo (esempio, quelle di un botanico).
Quatremere distingue tipo e modello, esprimendosi a favore del secondo. Si tenga presente che la sua idea di modello era diversa da quella che abbiamo noi attualmente.
Imitare non è sinonimo di ritrarre. A differenza della mera replica, il ritratto può assurgere a genere artistico e ad opera d’arte.
Karl Kraus in proposito dice: “in un vero ritratto si deve poter riconoscere quale pittore rappresenta”.

La mimesis esiste in natura sottoforma di mimetismo animale. Gli animali si mimetizzano con l’ambiente per predare o non essere predati, o di fingono appartenenti a specie animali non commestibili o predatrici, per scoraggiare l’aggressore. Questo fenomeno ricorda le maschere apotropaiche degli antichi guerrieri e sciamani,e in generale tutte le forme di mascheramento, fino ad arrivare al teatro moderno.
La mimesis presuppone, oltre ad un modello, una concreta capacità e abilità attuativa.
Nella poetica del pictoresque il concetto di modello viene invertito: il modello diventa l’opera stessa: è la realtà fisica ad essere giudicata bella se ha i caratteri della rappresentazione.
Il disegno architettonico, fino alla realizzazione dell’opera, non è diverso da quello pittorico, quindi prescinde dal fatto che l’opera sarà poi realizzata o meno.
La sua autenticità, però, non è nell’immagine, bensì nella forma, pensata come elemento strutturale e strutturante, che la esamina non sono dal punto di vista geometrico, ma anche fisico e materico. Ad esempio la particolare geometria di una lente di ingrandimento conferisce ad essa le sue proprietà ottiche.
Ciò rende la mimesis non solo un procedimento geometrico e proiettivo, ma un vero e proprio progetto.

Vi sono diversi tipi di disegno, ognuno dei quali ha una specifica funzione. Essi differiscono non solo per l’impalcatura geometrico-proiettiva, ma anche per le tecniche grafiche usate.
Si parte dallo schizzo, dove l’autore chiarifica la propria intenzione progettuale, per arrivare al disegno analitico, che manifesta volontà di conoscenza e verifica, e all’esecutivo, per trasmettere le informazioni in cantiere; vi è poi il rilievo, per avere un chiaro quadro dello stato di fatto di un’opera, il disegno utopico, sperimentale, il disegno da manuale e infine quello “teorico”, che è un chiaro esempio del quale è la trattazione di Le Corbusier sui cinque punti dell’architettura moderna. Il primo e l’ultimo di questo elenco rappresentano i due estremi.

Similmente a Vittorio Ugo, anche Franco Purini scrive un saggio sull’argomento. Vi sono diversi punti di congiunzione col pensiero ughiano, tra cui la preoccupazione sul ruolo della rappresentazione nell’era telematica, e questo mi ha spinto a inserire questo excursus in cui riassumo il sopra citato saggio.
Il saggio di Franco Purini comincia con un imbarazzante interrogativo. Egli afferma che nonostante la sua lunga esperienza nel campo dell’architettura e della rappresentazione non è in grado di dire esattamente se esistono confini tra il pensiero, il progetto e la realizzazione di esso.
Egli sostiene convinto, riprendendo l’idea albertiana, non diversamente da Vittorio Ugo, che il disegno non sia solo uno strumento per arrivare al fine (il progetto realizzato),ma sia il luogo dove l’idea diventa per la prima volta formale.
Il disegno è la scena primaria della forma, è prima di tutto pensiero, poi comunicazione e infine memoria.
Tra l’altro il disegno è una forma/pensiero particolare, poiché , avendo una univoca realizzazione di se stesso (pre-vede la realizzazione), non è soggetto a fraintendimenti o varietà di interpretazioni, come succede invece per il pensiero letterario/narrativo.
Spesso, però, non vi è una diretta corrispondenza tra progetto e opera realizzata. Tafuri in proposito, parlando della sua casa, parla di una “caduta di tensione”.
Come Vittorio Ugo, anche Purini si preoccupa di fare una distinzione sul concetto di forma nella filosofia platonica e sul medesimo concetto in quella aristotelica.
Purini sostiene che per Platone la forma è qualcosa di fuori dal tempo, di antecedente a se stessa, per Aristotele si colloca nel tempo, è mutevole.

A metà del saggio, Purini affronta un tema caro a Vittorio Ugo, parlando di due generazioni di architetti, cresciute secondo due diverse concezioni di disegno: quello cartaceo di matrice settecentesca e quello che usa come mezzo il computer.

Le nuove generazioni sono di fronte alla perdita dell’originale, la scomparsa del segno, che dagli inizi della storia dell’uomo era stata la sua testimonianza più importante.
Spesso si dimentica che un architetto non è autore di un edificio, bensì’ del progetto di esso. Ciò ad esempio dà più libertà al restauratore di un edificio, che può cambiare delle modanature create tramite una sagoma, rispetto al restauratore di un quadro una statua, che non può intervenire su ciò che è stato creato da Michelangelo in persona.
Ma sarebbe inesatto anche dire che l’architetto è l’unico creatore del progetto, poiché intervengono operatori che hanno saperi specializzati
Quindi a cosa si riduce la creazione vera e propria dell’autore? Il Purini dice che ormai solo lo schizzo iniziale può essere considerato tale.

Lo schizzo probabilmente sarà l’unico sopravvissuto all’avvento de disegno telematico.
Chissà cosa sarebbe la storia dell’arte senza gli originali, senza la devozione verso le opere di grandi artisti come Michelangelo.
Egli suppone che il rapporto tra segno e idea si svilupperà in futuro, in modo adesso ignoto.

Anche il libro sta perdendo valore commerciale: viene svenduto in edicola allegato a riviste, ed è come se per la seconda volta bruciasse la biblioteca di Alessandria, poiché i classici vengono mescolati alla letteratura scadente.
Purini sostiene che i libri che segneranno il futuro sono già stati scritti e sono custoditi da una elite di studiosi. Cita anche degli esempi, tra cui i racconti di Gibson.
Egli è affascinato dal concetto di autostrade informatiche, contenenti infinite informazioni.
Ormai il disegno storico, le tavole autografate del Borromini per S. Giovanni in Laterano, sono un lontano ricordo.
Il libro del Purini,pur affrontando un tema simile a quello affrontato da Vittorio Ugo nel saggio sulla Mimesis e in generale nel libro “Architettura ad Vocem”, sembra avere un intenzione diversa. Si parla spesso di supposizioni di un futuro prossimo, sul ruolo di diversi elementi (il computer,l’architetto,il segno) in questo contesto futuristico.

L’ultimo argomento su cui il saggio di Purini si sofferma è il problema dello spazio. Soprattutto come esso viene affrontato nel foglio, ovvero nelle due dimensioni: Il nostro è un pensiero-afferma-eminentemente tridimensionale, apparentemente “tradito” da piano, ma proprio per questo costretto ad essere sempre più preciso, ed insieme sempre piu “allusivo””. Dietro la parola spazio si annida un arduo percorso etimologico. Deriva dal latino “patere”, ovvero essere manifesto.
Purini riporta il paragone della foresta. Tagliando alcuni alberi si forma una radura, che diventa luogo rispetto agli altri punti della foresta. Si crea così un triangolo semantico (locus –- lux- locus) che mette in circolo luce e buio, anonimato e riconoscibilità, visibile e invisibile. La concezione spaziale di derivazione Heideggeriana è anch’essa un tema caro ad Ugo che pervade tutta la trattazione di Ad Vocem.
Vi sono tre tipi di spazio: quello panottico della prima modernità, derivante dal Piranesi, quello simbolico di LeCorbusier, e quello analitico del De stijl.
Oggi queste tre spazialità vengono sintetizzate e aprono la strada alla spazialità del futuro.
Purini infine parla di una una sua opera, ovvero delle Tavole che rappresentano tutti i modi di operare sulla materia.
Queste operazioni, spesso risaputamente ridondanti, vogliono far capire all’architetto che deve sapere quello che sta facendo, ma non troppo, per non ritrovarsi nell’impossibilità di scegliere tra le alternative.

I disegni, realizzati in 3-4 giorni ciascuno, hanno, grazie alle correzioni, una temporalità. Sono pensate anche delle “distrazioni” all’attenzione dell’osservatore, affinché la sua analisi non sia frettolosa. La sua attenzione viene quindi dirottata su particolari secondari. Esse sono state eseguite a china su un cartone spesso, in modo che siano visibili, inclinando il foglio, le cancellature, gli errori, i ripensamenti, poiché il mondo parallelo delle correzioni incorpora e rappresenta una storia. I pentimenti stanno dietro a qualsiasi attività formalizzatrice.
E’ ravvisabile il fatto che in questo passo Franco Purini riprende un tema molto ricorrente nell’opera di Ugo: quello della memoria, una memoria che nell’era dei computer viene persa.
Delle azioni descritte dal Purini ho scelto di parlare dell’azione del piegare ,che sarà tema della prossima trattazione .

Piegare significa per l’autore dell’opera “usare l’immensa energia che si annuncia nello spazio”.

Quello della piega è un topos molto amato dall’architettura giapponese. Basti pensare all’uso dei paraventi pieghevoli, o dei celeberrimi origami.
Il foglio quando viene piegato, assume la terza dimensione. I punti, che prima avevano una distribuzione omogenea, assumono un diverso ordinamento, senza che il foglio subisca alcuna lacerazione. Negli origami si realizza la liberazione della forma.
Il sapere occidentale è imbevuto di logica, di perspectiva. Si tratta di una logica “binaria”(si o no, più o meno, vero/falso, beati/dannati e naturalmente luce/ombra); la piega non è ammessa.
Si dice infatti “un discorso che non fa una piega” oppure “spiegare” o “dispiegare un esercito”.
Kant, però, dice che lo spiegare (esplicatio) non equivale a portare alla luce (erklarung): “poiché il primo comporta uno sviluppo concettuale “dall’interno” mentre il secondo conduce alla conoscenza empirica tramite un rischiaramento,un artificio apportato dall’esterno”.
Nella cultura giapponese l’orime (piegatura) richiama la metamorfosi, la tensione, la complessità spaziale, il chiaroscuro, l’ombra. Nella cultura giapponese tutto è sfumato, non ha confini. La percezione procede con intuizioni piuttosto che tramite logica e proiezione geometrica. Il barocco occidentale è, però, l’epoca in cui “tutte le cose sono piegate per occupare meno posto possibile”(Deleuze).
Nel barocco il rivestimento non ricopre il muro a posteriori, come si potrebbe pensare, bensì riveste lo spazio interno, e diventa modo d’essere e forma dello spazio stesso. Il barocco inoltre elimina l’illuminazione diretta, riducendo la totalità dello spazio a un poto interno “molti-plicato” (ovvero piegato più volte).
Un altro tema amatissimo dall’architettura giapponese, dispetto del titoli in greco, è l’ombra.

In occidente invece l’ombra assume connotazione negativa . La “lux” è associata alla divinità, l’ombra è associata al non essere all’irrazionalità, all’oscurantismo, agli spettri. Ma l’ombra non esiste senza luce, è il suo opposto/coniugato. Senza entrambe la forma non può essere rivelata, percepita, compresa.
Vittorio Ugo esamina il tema dell’ombra sin dall’antichità. Afferma che se ne parla fin dal trattato vitruviano e di voler esaminare non tanto il suo significato etimologico e filosofico, ma il rapporto che le opere architettoniche hanno con essa.
Lamenta un’assenza dell’uso dell’ombra come “materiale” dell’architettura.
Sia Virtruvio che Leonardo, quando studiano l’ombra, la studiano solo da un punto di vista geometrico e scientifico .
Nel mondo giapponese invece l’ombra è il punto di partenza attorno al quale si organizzano gli altri materiali dell’architettura.
Infatti delle case giapponesi ci sorprende prima di tutto l’immensità del tetto e l’inspessissi dell’ombra sotto le gronde.
I giapponesi basano l’eleganza delle loro stanze proprio sulle gradazioni di buio, e ne fanno elemento estetico.

Esso marca sul terreno un perimetro d’ombra, di cui ci riserviamo il dominio; là aggiusteremo, poi,la nostra casa”, una frase che Vittorio Ugo evoca diverse volte durante la trattazione dell’argomento.
L’ombra del tetto/parasole delle case giapponesi non è una sagoma, bensì una zona, destinata a permeare interamente il luogo della casa: i giochi delle ombre sono creati dalla luce delle lanterne e non da quella solare.
Usa le seguenti parole Vittorio Ugo per parlare dell’ombra giapponese.
“L’ombra giapponese, quella che si annida nelle pieghe di un vestito,quella che permea la casa,l’attenuazione del bagliore solare,l’infinita graduazione verso il nero, sono caratteristiche di quella cultura e non si risolvono mai nella pura proiezione di un corpo sulla superficie di un altro, né in una zona di pura oscurità; vi sarà sempre una sorta di vibrazione smorzata, un chiaroscuro continuo, una progressione sottile, un gioco di tonalità, un campo di possibilità accennate, suggerite o espresse solo parzialmente: come l’ombra del drappeggio di una veste femminile, appunto, che i Greci fissarono nelle scalanature della colonna; estesa però all’intera spazialità domestica”.
In Giappone l’ombra arreda lo spazio. A differenza della cultura giapponese, quella occidentale si basa sull’alternanza di vuoto/pieno, sull’intervallo,sulla distanza tra i corpi, e non individua una entità generale che la penetri e la pervada. Nella nostra civiltà ,la civiltà della luce, l’ombra è sostanzialmente un “ombra portata”, proiettata, indizio e immagine dei corpi.
L’ombra può essere pensata anche come “nascondimento”. Essa richiama l’idea della rappresentazione, specie quella teatrale, la finzione scenica, le ombre proiettate nello schermo al cinema, che simulano il movimento,le ombre cinesi.
I giapponesi pensavano che “nel chiaroscuro risiede la beltà, perché chi vuole toccare con la mano la beltà, è condannato a dissolverla e rovinarla”.
Forse si riferisce a questo tipo di bellezza impalpabile De Faveri, nella postfazione ad Architettura Ad Vocem, quando dice invece che “la forma di un oggetto è la sua comprensibilità,la sua comprensibilità è la sua bellezza”: l’oggetto incomprensibile non può essere bello, eppure attrae la nostra attenzione e restiamo a guardarlo affascinati.
Ritornando al gusto giapponese, nei soprammobili, i giapponesi preferiscono quelli patinati a quelli lucidi e metallici amati dagli occidentali. Il tetto domestico stabilisce le condizioni affinché questa vita domestica patinata sia possibile.
Le città occidentali sono cinte da mura, quelle giapponesi, a parte quelle di origine cinese, no.
Le case occidentali hanno una netta distinzione pieno/vuoto, interno/esterno. Le case giapponesi non hanno facciata (nel senso occidentale del termine). La penombra nelle case metteva in secondo piano il corpo delle donne, e in primo piano il loro bianco viso.

Infine, si può paragonare l’estetica occidentale (magari del periodo barocco) a quella giapponese? No.
Nelle case giapponesi vi è una serena rarefazione spaziale, che non ha niente a che fare con l’opulenza e la drammaticità delle chiese barocche.
Però si può dire che anche l’architettura occidentale, almeno metaforicamente, si basa sull’ombra, visto che l’origine dell’abitazione occidentale è l’albero, la cui funzione, oltre a quella di riparare, è anche fare ombra.

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La canapa in edilizia: un prodotto del passato per un futuro migliore

Il 16 Novembre a Milano ci sarà un evento sulla canapa in Edilizia.
Intervistiamo l’Arch. Edmondo Jonghi Lavarini, promotore dell’evento, e l’Arch. Paola Bettoni, esperta del materiale canapa.

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Come è nata l’idea di un convegno sugli usi architettonici ed edilizi della canapa?

Edmondo:
La canapa è nel DNA dell’imprenditoria italiana da centinaia d’anni. L’interna umanità usava la canapa per i più disparati usi.
Ci sono prove al carbonio in cui si dimostra l’uso dell’intreccio delle fibre fin dal 8.00 A:C. ossia più di 10.000 anni fa. La tecnologia della canapa italiana diventò fortissima con le Repubbliche Marinare. Tessuti, vele, corde, fin all’uso della carta e dei materiali per l’edilizia, per coibentare e isolare. In Italia si coltivava e macerava canapa ovunque.
Il Sud aveva una fiorente industria e Macerata ne porta ancora il nome.
Con l’avvento del petrolio, e i primi decenni del 1900, la canapa subì un grandissimo boicottaggio: fu paragonata alla droga. Uscirono film, documentari, furono scritti libri e campagne stampa. La propaganda negativa uccise usi e consumi. Le leggi nazionali fecero il resto. Tutta la canapa venne messa fuori legge, con conseguenze distruzione di tutto il comparto imprenditoria, industriale italiano. L’Italia fu data alle fiamme.
Dopo 100 anni, oggi è cambiato lo scenario. Io da architetto, voglio dare il mio contributo per la riscoperta di questo materiale.

 

Dove, come e quando è la conferenza?

Edmondo:
Giovedì 16 novembre 2017, a Milano, ci sarà un grande dibattito, in cui si approfondisce la scienza e l’uso di questo formidabile prodotto naturale.
Maggiori informazioni possono essere sempre richieste, compilando questa InfoPage.

 

Quali saranno i contenuti?

Edmondo:
Il dibattito si propone di illustrare ed approfondire la tecnica e la ricerca dell’utilizzo della canapa in edilizia. Partendo dalla valorizzazione dei sottoprodotti agricoli utili alla bioedilizia saranno illustrate le tecnologie e i materiali utili all’architettura contemporanea.
Sarano affrontate le linee guida, la chimica e l’ingegneria per il corretto utilizzo del calcecanapulo sia per la costruzione del nuovo e sia per interventi di recupero con applicazioni pratiche sia in ambito nazionale, europeo e internazionale.
Sarà data ulteriore attenzione agli studio dell’architettura degli interni con esempio di miglioramento della qualità dell’aria indoor.
Grazie ai contributi del Politecnico di Milano ed ENEA sarà illustrata la ricerca scientifica italiana riguardo durabilità, antisismica e sostenibilità ambientale.
A conclusione degli interventi scientifici sarà dato ampio spazio ad una tavola rotonda, al dibattito e alle domande fra tutti i presenti.
Il dibattito è stato come un vero e proprio corso tanto che ha avuto il supporto e il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Milano (7CFP) e dei Dottori Agronomi e Forestali (1 CFP)

 

Quali sono gli utilizzi agricoli e industriali di questo prodigioso materiale?

Paola:
La canapa (Cannabis sativa) ha molteplici usi che coprono gli ambiti più disparati.
Anzitutto è utilizzata per il consumo alimentare dei suoi semi e dall’olio da essi ottenuto, alimenti dall’altissimo valore nutrizionale.
La canapa è autodiserbante perché le piante di canapa crescono più velocemente delle infestanti e le soffocano. Di conseguenza, la canapa lascia il terreno totalmente diserbato.
Normalmente non ha bisogno di irrigazione e migliora la struttura del terreno grazie all’abbondante e profondo apparato radicale e al rilascio di foglie a fine ciclo aumentandone la fertilità. La pianta è adatta per la bonifica di terreni contaminati da materiali pesanti attraverso un processo denominato “phytoremediation” La canapa è considerata particolarmente adatta allo scopo, in quanto, attraverso il proprio apparato radicale, è in grado di espletare la propria efficace capacità chelante nei confronti di contaminanti come arsenico e rame, oltre che di solventi e pesticidi.

Usi tessili: la fibra di canapa è stata utilizzata fin dall’antichità per realizzare tessuti per accessori e capi d’abbigliamento. È sempre stata utilizzata per realizzare le cime, vele delle navi oltre che i sacchi per il trasporto di caffè e cacao poiché essendo un materiale privo di proteine e zuccheri risulta dal gusto amaro e pertanto non viene attaccato da insetti e roditori.
Agricoltura: Il fusto di canapa truciolato viene utilizzato per la pacciamatura. Essa si effettua ricoprendo il terreno di materiali – ad esempio frammenti di corteccia – utili al fine di mantenere l’umidità del suolo e ridurre così le necessità idriche delle piante, innalzare la temperatura del suolo, impedire la crescita delle erbacce e proteggere il terreno da precipitazioni ed erosione.
Edilizia: In campo edile la canapa viene utilizzata in pannelli come ottimo isolante termico e acustico. La canapa è resistente all’umidità, è altamente traspirante grazie alla sua struttura a celle aperte. Non ha problemi di stoccaggio in cantiere poiché in caso di inibizione accidentale conserva inalterate le proprie caratteristiche una volta asciutto ed è resistente alle muffe. Queste peculiarità lo rendono un materiale eccellente anche par la riqualificazione energetica di edifici esistenti con particolari problemi di umidità. È un materiale realmente eco sostenibile adatto per la bioedilizia, poiché privo di sostanze nocive e trattamenti antiparassitari, quindi sicuro, sano sia per la salute dell’installatore che per i fruitori degli edifici. Ottimo per l’ottenimento di certificazioni di sostenibilità ambientale tipo LEED, abbinato a calce ed argilla può concorrere alla realizzazione di edifici NZEB.
Numerosi altri usi vengono fatti della canapa, che viene utilizzata per la realizzazione di carta di ottima qualità, mobili, trasformata in materiali plastici degradabili, combustibili e numerose altre sperimentazioni.

 

Quali le tecnologie costruttive si sposano bene con la canapa?

Paola:
La canapa in edilizia può essere utilizzata sotto differenti forme sempre con estrema facilità di posa.
La canapa abbinata all’argilla cruda ha elevate caratteristiche di traspirabilità, regolazione dell’umidità indoor, isolamento termico ed elevate caratteristiche fonoassorbenti e fonoisolanti, tutto ciò tramite la realizzazione di tamponamenti in blocchi di argilla cruda e pannelli di canapa, oppure realizzando contro pareti, controsoffitti e pareti divisorie in pannelli di canapa e pannelli di argilla cruda.
La canapa può essere inserita come materassino fonoassorbente anticalpestio direttamente all’interno dei solai.
A densità superiore può essere utilizzata per la realizzazione di cappotti esterni rifiniti in intonaco di calce.
Diversi prodotti si possono realizzare dall’unione della canapa combinata con la calce come intonaci e blocchi rigidi e leggeri. Questi materiali hanno elevate caratteristiche di isolamento termico acustico e con forte traspirabilità e sono in grado di assorbire la CO2 ambientale.

 

La canapa negli interventi di recupero…puoi parlarcene?

Paola:
La canapa è perfetta per la riqualificazione energetica degli edifici. Altamente traspirante, utilizzata come cappotto termico esterno e rifinita con intonaco di calce permette la diffusione (traspirazione delle murature) dell’umidità all’interno degli ambienti evitando la formazione di muffe. Avendo la canapa una elevata inerzia termica rispetto ad altri isolanti, si scalda lentamente e altrettanto lentamente rilascia calore. Questo fa sì che negli sbalzi termici tra giorno e notte non si crei condensa sulle superfici del cappotto, evitando la formazione di in estetiche patine biologiche che sporcano la maggior parte degli intonaci posati su cappotti di materiali sintetici.
La canapa quindi si caratterizza per un elevato calore specifico, da cui i benefici in termini di benessere abitativo oltre che per l’isolamento invernale, anche come “isolamento” dal calore nei mesi caldi.
Può essere utilizzata anche nel rifacimento di tetti come isolante termico.
Inserito in una contro parete ricoperta di pannelli in argilla cruda, permette la sanificazione di pareti umide soggette ad esempio ad umidità di risalita, evitando la formazione di sali e muffe. Non assorbe acqua per capillarità.
Oltre a ciò essendo un materiale elastico si adatta ai micro assestamenti degli edifici.

 

Quali i casi studio nel nostro Paese?

Paola:
In Italia abbiamo un eccellente esempio famoso anche a livello Europeo. Si trova a Bisceglie (Bt) e si tratta di un condominio di 61 appartamenti con tamponamenti in calce e canapa con struttura in cemento armato. Si tratta del più grande edificio realizzato in calce e canapa d’Europa e ha vinto il primo premio del concorso internazionale Green Building Construction Award 2016 nella categoria “Energy and hot climates”.
Ci sono numerosi altri esempi minori di edifici realizzai in canapa calce e/o argilla cruda,
Ad esempio a San Donà di Piave (Ve) è stata realizzata una casa privata con tamponamenti in blocchi di argilla cruda e canapa con struttura in legno.

 

Canapa e benessere: quali i vantaggi per la qualità dell’aria?

Paola:
I materiali realizzati in canapa sono sani poiché sono esenti dalla presenza di sostanze chimiche nocive, sicuri sia per i posatori che per i fruitori degli edifici. Non si accumulano acari nelle sue fibre, è inattaccabile da insetti e roditori e abbinata a materiali quali calce e argilla inibisce la formazione di muffe e funghi, garantendo la salubrità ambientale.

 

Canapa: durabilità, ecosostenibilità, e proprietà antisismiche.

Paola:
La canapa è una risorsa infinita una pianta annuale che in soli tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di un bosco in un anno.
La coltivazione di canapa assorbe elevate quantità di CO2 . La produzione di un pannello isolante in canapa comporta un bassisimo consumo di energia primaria, di molto inferiore alla lana di vetro, lana di roccia e all’EPS.
La canapa è un materiale biologico e riciclabile. Il suo smaltimento non richiede particolari costi poiché non è un rifiuto speciale.
Ha un’ elevata durabilità, superiore alle fibre sintetiche che lo hanno sostituito e ad altri isolanti sintetici che dopo dieci anni iniziano a degradarsi e a perdere le loro capacità isolanti.
Il fatto che siano stati rinvenuti antichi manufatti in fibre di canapa come le bende delle mummie egizie, ne è una eccellente testimonianza.
Essendo un materiale leggero ed elastico ben si adatta a strutture antisismiche in legno, ferro o cemento armato. La prossimità con questi materiali non provoca effetti collaterali.

 

Quali le linee guida per l’utilizzo di questo materiale?

Paola:
In edilizia la facilità di posa dei materiali in canapa è adatta all’auto costruzione. La sua posa non richiede particolari precauzioni e presenza di D.P.I

Architettura Smart, Green ed Ecosostenibile, a Milano il 7 novembre, 8 Cfp

Il 7 novembre 2017 si terrà, a Milano, Palazzo Pirelli, la conferenza “Percorsi di Architettura Virtuosa: come progettarla, realizzarla e finanziarla”, che ha come tema l’Architettura Smart, Green, Ecosostenibile. Si parlerà anche di Casa Proattiva e di Casa Senior.
L’appuntamento rilascia ai partecipanti 8 crediti formativi.
Abbiamo intervistato Fabio Vicamini, ideatore di Missione Architetto, che ci racconta la genesi e i contenuti di questa straordinaria conferenza.

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Raccontaci qualcosa sulla tua professione e su come è nato il progetto “Missione Architetto”.

Con lo studio Design Valley, mi occupo da oltre 20 anni di comunicazione, marketing, design, interior, architettura.

Ritengo che la figura dell’architetto debba assumere un nuovo ruolo più significativo all’interno della realtà sociale, soprattutto in Italia, dove è considerata come una professione di secondaria importanza.

Missione Architetto nasce con questo preciso intento ossia unire professionalità, imprenditoria, artigianalità e competenze con l’obiettivo comune di sviluppare progetti e iniziative capaci di rimettere al centro la figura professionale dell’architetto come guida e coordinatore di team di competenza.  

Quali sono gli obiettivi di Missione Architetto?

I nostri obiettivi sono quelli di creare una rete Nazionale di associazioni culturali e operative che territorialmente si occupino di individuare iniziative e opportunità coerenti con il Manifesto di Missione Architetto per generare collaborazioni proficue a produrre soluzioni per un miglioramento ambientale, abitativo e per il benessere psicofisico delle persone. L’obiettivo è quello di portare questo messaggio alle persone comuni tramite la rete dei professionisti e le loro realizzazioni concrete coinvolgendo Istituzioni, Università, centri di ricerca, aziende, artigiani.

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Cos’ è il Laboratorio della Sostenibilità?

E’ una realtà nata in Svizzera nel 1987 dal coordinamento di molteplici volontà operative: sono tante. Consiglio di andare a vedere il sito dove sono elencate.

Il Laboratorio vede il coinvolgimento di professionalità collegate al mondo della ricerca universitaria, con esperienza ventennale nello sviluppo di: tecnologie, progetti eolici e fotovoltaici, meccanica, elettronica, architettura, chimica, economia, finanza, sostenibilità, sociale e bioetica. Missione Architetto è stata individuata dal Laboratorio dalla figura del prof. Michele Piano come realtà complementare capace di coinvolgere il mondo della progettazione. E’ nata subito stima reciproca e volontà di costruire insieme un percorso capace di generare immediatamente risultati pratici e misurabili.

Quali sono le realtà partner connesse a questi progetti e quali gli obiettivi prefissati?

In questo momento Missione Architetto sta facendo un grande lavoro di coinvolgimento e confronto tra realtà operative (associazioni, reti di impresa, Università, imporenditoria) in modo da poter definire strumenti utili al network per rendere più facili e percorribili le strade per portare al compimento i progetti “site-specific”/territoriali che le varie associazioni SpazioMiA stanno definendo.

Stiamo attivando modelli che coinvolgono oltre al Laboratorio della sostenibilità anche realtà come Federcondominio, Condominio Solutions, Astalacasa, ClickM3, Citylifemagazine, e tante altre realtà imprenditoriali e istituzionali. E’ un lavoro complesso soprattutto perché senza possibilità di remunerazione a breve.

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Il 7 novembre ci sarà un importante incontro dedicato ai “Percorsi di architettura virtuosa”. Quali gli attori e quali gli obiettivi?

Abbiamo selezionato 4 “percorsi” di 4 associazioni appartenenti al Network: La “Casa Proattiva” dello SpazioMiA Monza e Brianza, “Casa Senior” dello SpazioMiA Milano 1, “Semiramide a Milano: il giardino pensile e il verde verticale” dello SpazioMiA Milano City e Architettura in Legno dello SpazioMiA 9B (Novara, Biella, Vercelli). Gli attori coinvolti sono tutti gli associati delle associazioni territoriali (non parlo solo degli architetti) e le aziende partner di Missione Architetto più tutte le realtà di cui abbiamo accennato prima. Gli obiettivi sono quelli di riuscire a realizzarli, ad uno ad uno.

Al mattino si parlerà di Casa Senior e Casa Proattiva: di cosa si tratta?

Due temi di importanza fondamentale per il futuro della nostra società: dare reddito alla famiglia con modi innovativi legati alla Sharing Economy grazie alla realizzazione di “Case Proattive” e dare dignità e valore alla vita degli anziani in luoghi migliori ossia “Case Senior” più adatte ossia ai cambiamenti sociali in atto.

Consiglio vivamente agli architetti di venire a seguire il convegno per capire che i crediti formativi non sono una scocciatura burocratica ma una grande opportunità di crescita e in più anche un’occasione per conoscere altri colleghi con cui creare networking professionale.

Casa Proattiva di Desio

Casa Proattiva di Desio

Al pomeriggio si affonterà il tema dell’architettura in legno e dell’architettura smart, green ed ecosostenibile, ce ne parli?

Sono due temi giganteschi e di una portata considerevole. Ritengo che su questi temi si giochi il futuro di molte città italiane. Abbiamo deciso insieme agli SpaziMiA Milano City, SpazioMiA 9B e SpazioMiA Romagna di percorre queste strade. Siamo certi sarà un percorso importante e con risultati di assoluto livello. Stiamo interloquendo con Regioni, Province, Europa. L’avvio delle iniziative è stato entusiasmante. Stiamo cercando di dare peso e concretezza pratica alle idee.

L’evento ha un costo? Rilascia crediti formativi? Come possiamo aderire?

Per la partecipazione chiediamo un contributo liberale a partire da 15€ per sostenere Missione Architetto. Solo la sala piena (sono 100 posti) ci permetterà di recuperare i 1.300€ investiti solo per presentare la pratica di ottenimento crediti formativi tramite il CNAPPC, non vi dico gli altri costi.

Il convegno rilascia 8CFP per architetti ma permette di entrare su una tematica che è quella del finanziamento delle opere di riqualificazione degli immobili che è di grande importanza. Mi aspetto che partecipino anche gli imprenditori. Daremo informazioni di primario livello con il coinvolgimento di Professori Universitari di grande spessore. Per aderire è sufficiente andare sul sito InfoPage e aderire al convegno “Percorsi di architettura Virtuosa” compilando il form ed eseguendo la donazione.

Casa Senior di Lurago

Casa Senior di Lurago

Erna Corbetta, con “Architettiamoci” per l’Ordine di Milano

Elezione Consiglio Ordine Architetti PPC di MILANO (2017-2021)

ERNA CORBETTA

contatto: arch@ernacorbetta.it

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Erna Corbetta

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Ho scelto questo gruppo in quanto molto eterogeneo: questo permette un confronto aperto alle nuove idee e ricettivo alle diverse esigenze. Trovo che un dialogo così aperto e costruttivo possa generare nuove sinergie e dare la giusta spinta al cambiamento.

L’idea a cui si deve tendere è un Ordine aperto a tutti e soprattutto partecipato da tutti i Professionisti!
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COSA POSSIAMO FARE INSIEME?

I punti sono sicuramente molti. Voglio accennarne solo alcuni che ritengo comuni, in modo molto sintetico:

  • ridefinizione del ruolo dell’architetto;
  • affrontare seriamente la tematica dei minimi tariffari e delle sovrapposizioni di competenze;
  • il rispetto tra colleghi;
  • l’internazionalizzazione della figura dell’architetto;
  • il funzionamento degli uffici legati alla Professione.

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Stante che l’Ordine è un Ente pubblico che ha l’onore e l’onere di garantire la qualità delle attività svolte dai professionisti: è proprio dall’agire dell’Ordine che può e deve avere inizio la tutela della professionalità della categoria.

Questo si può raggiungere solo facendo prevenzione: attivando un servizio alla categoria che possa aiutare il professionista nel rapporto con il Committente, non solo per quanto riguarda la compilazione delle parcelle. Nel ruolo che ricopre, l’Ordine deve poter essere un valido strumento, anche legale, sia a tutela dei cittadini sia dell’intera Categoria.

La dignità della professione si raggiunge anche con un miglior inquadramento della stessa: la figura professionale dell’Architetto merita riconoscimento ma per arrivare a questo è l’Architetto che deve diventare riconoscibile nel suo operato, senza entrare in competizione con le altre categorie professionali.

È giusto che ci sia una formazione di base: non deve però essere un mero strumento operativo, deve essere una opportunità per aprire nuovi orizzonti alla Professione.

Vi chiedo inoltre di poter valutare la distribuzione del voto più equamente tra rappresentanti uomini e donne.

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Le interviste ad alcuni candidati…

Caterina Parrello
Francesca De Tisi
Laura Galli
Edmondo Jonghi Lavarini
Alessandro Sassi
Ettore Brusatori
Paola Bettoni
Angelo Errico
Sara Brugiotti (Sez. B)

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Come, quando e dove si vota?

Link della pagina di Architettiamoci
Link per entrare nel gruppo Whatsapp

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Sara Brugiotti, candidata per l’Ordine di Milano, Sezione B

Oggi intervistiamo Sara Brugiotti, architetto junior, candidata al Consiglio dell’Ordine degli Architetti per la sezione B. Ci parlerà della realtà degli architetti junior e dei loro problemi.

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Raccontaci di te. Età, provenienza, passioni, professione.

Ho 42 anni sono milanese e sono un architetto iunior. La mia formazione è sempre stata affiancata da esperienze lavorative soprattutto nel settore della moda, ma sono ormai approdata alla professione di architetto già da diversi anni. Dopo diverse fortunate collaborazioni con prestigiosi studi di architettura di Milano, ho recentemente deciso di intraprendere il difficile percorso della libera professione.

 

Cosa ti ha spinto a scegliere la via dell’Architettura? Di cosa ti occupi? In cosa si differenzia il tuo approccio?

Una grande passione per i luoghi e la loro identificazione attraverso il costruito mi hanno spinto sempre più verso la conoscenza del mondo architettonico, motivandomi fortemente ad intraprendere la formazione universitaria e sostenendomi durante gli anni faticosi di studente/lavoratore. Nella mia mente sono impresse ancora le parole di accoglienza al corso di storia dell’architettura moderna del prof. Biraghi: “L’architettura è l’unica forma d’arte con cui viviamo a stretto contatto”. Da cui nasce necessariamente una prima riflessione sulla responsabilità del progettista nel suo operato ad ogni scala di intervento e sulla funzione sociale, ma anche individuale ed umana, che il ruolo che l’architettura ricopre. Senza alcuna pretesa di creare opere d’ arte, mi occupo di migliorare gli spazi abitativi in cui viviamo quotidianamente attraverso ristrutturazioni private di appartamenti, allestimenti ed interventi su costruzioni civili.

 

Cosa dovrebbe fare l’Ordine per il professionista? Cosa fa? Cosa vorresti che facesse?

Un ordine professionale deve essere garante dei suoi iscritti, aiutandoli nello svolgimento della professione. Oltre che a ricoprire il ruolo istituzionale, può essere occasione di raccolta di informazioni e luogo di incontro per confrontarsi sulle problematiche che si riscontrano soprattutto in particolari periodi di cambiamento. Per quanto la sezione B dell’ albo vorrei che venisse ascoltata maggiormente, e che insieme ai senior si possano colmare e risolvere le problematiche intorno alla figura spesso sconosciuta dell’ architetto iunior. Ci vorrebbe una comunicazione mirata per la mia sezione, ma soprattutto una conoscenza maggiore della realtà dei suoi iscritti per individuare le difficoltà riscontrate negli anni. Essendo previsto un seggio dedicato alla sezione B nel Consiglio dell’ Ordine, mi auguro che non venga utilizzato solo a scopo politico per interessi che non considerano e non rappresentano questa categoria, che invece ha molto bisogno di una voce. Il lavoro più importante da fare insieme all’ Ordine è quello di cercare di immaginare il futuro di questa professione, per entrambe le categorie.

 

Finte partite iva, minimi tariffari, autorevolezza dell’Architetto, formazione obbligatoria, sovrapposizione di competenze….quali le problematiche di categoria finora non affrontate?

Appartenere alla sezione di B dell’ albo non mi ha risparmiata da nessuna problematica che anche i colleghi senior hanno vissuto o vivono. Gli architetti iunior sono una realtà piccola e dimenticata. La laurea triennale è nata dalla riforma universitaria del 1999 (Berlinguer/Zecchino), che avendo l’ obbiettivo di avvicinarsi alle medie europee dei laureati, ha introdotto il 3+2 per quasi tutti i cicli universitari, permettendo di avere un titolo di studio e uno sbocco professionale già a conclusione del terzo anno. Sebbene sia ben noto il fallimento di tale riforma (decretato già dal 2010 dall’ allora Ministro dell’ Istruzione, che nel 2014 dalla Corte dei Conti) che non ha portato ai risultati sperati né in termini di laureati, né in termini di formazione, sono 45 mila i laureati triennali che non continuano gli studi e approdano al mondo del lavoro, che non è affatto pronto ad accoglierli. Il Decreto Ministeriale che delinea la professione dell’ architetto iunior è molto carente nelle competenze di tale nuova figura professionale e di fatto si assiste a un declassamento di questa categoria di laureati che non soddisfa apparentemente nessuna esigenza lavorativa specifica. Siamo spesso visti come “supergeometri” e troviamo molte più difficoltà a trovare lavoro e siamo mediamente pagati meno dei nostri colleghi senior, sebbene di fatto copriamo le stesse mansioni, abbiamo gli stessi obblighi, anche formativi, e paghiamo le stesse tasse.

definiBianco

 

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Intervista alla candidata Francesca De Tisi
Intervista al candidato Edmondo Jonghi Lavarini
Intervista alla candidata Caterina Parrello
Intervista al candidato Alessandro Sassi
Intervista alla candidata Laura Galli
Intervista al candidato Ettore Brusatori
Intervista a Paola Bettoni
Intervista ad Angelo Errico

Come, quando e dove si vota?

 

Paola, una millennial per l’Ordine degli architetti di Milano

Oggi intervistiamo Paola Bettoni, mantovana giovanissima candidata per le elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Milano, con la lista Architettiamoci.

Paola Bettoni

Ciao Paola, raccontaci di te. Età, provenienza, passioni, professione.

Ciao, sono nata e cresciuta a Mantova e vivo a Milano da circa un anno e mezzo. Ho 32 anni, mi sono laureata presso il Politecnico di Milano nel 2012 e fin da subito ho aperto la partita iva. Sono grata a Milano poiché mi ha accolta fornendomi opportunità mai avute prima. Vivo la città con esultanza, poiché ricca di opportunità e slanci per sviluppare le mie capacità. Sento di abitare in una città realmente internazionale, la porta dell’Italia sul mondo e sono felice ed orgogliosa d’esserci.
Sono appassionata di speleologia e questo lato avventuroso mi ha portata a conoscere le parti più nascoste ed affascinanti degli edifici storici, salendo su tetti ed esplorando sottotetti, cantine e cunicoli. L’esplorazione è la mia profonda passione che cerco di coniugare con il mio lavoro. Mi sono specializzata nella manutenzione degli edifici storici. Attualmente lavoro nel campo della bioedilizia, tematica molto cara poiché è la reale riscoperta di materiali “antichi” oltre che la vera chiave per proseguire in uno sviluppo sostenibile.

 

Cosa ti ha spinto a scegliere la via dell’Architettura? Di cosa ti occupi? In cosa si differenzia il tuo approccio?

Sin dall’infanzia l’architettura mi ha attirata. La curiosità nel comprendere come venivano realizzati gli edifici era costantemente accompagnata dal gesto di toccare i diversi materiali, pietre, mattoni, intonaci, percepirne la superficie, sentire i rumori che producevano, il profumo che emanavano fino a chiedermi ed immaginarmi chi mai avesse posato quel materiale in quel determinato modo.
Quindo ho sempre avuto un approccio sensoriale a tutto ciò che era edificato. Una volta cosciente di questa passione ho conseguito la strada dell’architettura non tanto per acquisire un mero titolo rappresentativo, ma per poter avere gli strumenti necessari per poter comprendere gli edifici e dare un senso alle storie che potevano raccontarmi, il loro trascorso e loro abitanti.
Ho così naturalmente approfondito le tematiche del restauro architettonico ma soprattutto la manutenzione degli edifici storici.
Sensibile alla natura dei materiali edili, la bioedilizia di cui ora mi occupo è il proseguo della mia passione, coniugando questi materiali antichi ottimi per l’edilizia storica, alla pressante necessità di affrontare l’inquinamento ambientale tramite la realizzazione di nuovi edifici di qualità, sani e rispettosi dell’ambiente in cui viviamo.

 

Cosa dovrebbe fare l’Ordine per il professionista? Cosa fa? Cosa vorresti che facesse?

L’iniziale approccio che ho avuto con l’ordine è stato piuttosto distaccato. L’Ordine essenzialmente è un organo di “vigilanza” della professione degli architetti, ma mi sarei aspettata qualcosa di più. Alle domande di richiesta di aiuto di giovani architetti spiazzati dal cannibalismo lavorativo, incapaci di potersi realizzare e autodeterminare, imbrigliati nelle vecchie logiche lavorative, trasformati in meri disegnatori sottopagati, paragonati a semplici strumenti come software informatici, è stato semplicemente risposto che non era competenza dell’Ordine aiutarli a trovare diverse soluzioni. Alla denuncia di diversi architetti che coraggiosi osservatori del loro territorio segnalavano l’abbandono, l’abuso e la distruzione di edifici di valore storico etnico e culturale, l’ordine ha risposto che più di accogliere la loro segnalazione, altro non potevano fare. All’insofferenza dei professionisti nei confronti della Pubblica Amministrazione per miopia di vedute e mancanza di dialogo per la risoluzione di molti problemi burocratici, bhè c’è ancora molto da fare.
Credo che l’ordine debba essere più di un’istituzione che faccia rispettare le regole, credo debba essere un megafono per far sentire la voce degli architetti, rendendoli nuovamente protagonisti, coinvolgendoli nei processi decisionali e accogliendo le loro istanze, ascoltandoli e cercando soluzioni assieme.
C’è da dire che attualmente la partecipazione degli architetti milanesi alla vita dell’ordine è molto limitata e se la partecipazione dei singoli non sarà più attiva, difficilmente i vecchi schemi verranno interrotti.

 

Quali sono le problematiche della professione che ritieni di maggior urgenza?

Il periodo economico appena trascorso ha esasperato le criticità che esistevano nel sistema lavorativo italiano. La solitudine lavorativa degli architetti che fino ad un decennio fa poteva ancora funzionare, oggi non può più sussistere. La spietata competitività fatta a colpi di ribasso dei tariffari, soprattutto dei giovani architetti, ha portato ad un generale impoverimento e perdita di qualità dei lavori eseguiti. È necessario quindi adeguarsi al cambiamento in atto, sfruttando la crisi trascorsa come motivo creativo per allargare i propri orizzonti lavorativi, uscendo dai soliti schematismi ed esplorando nuovi ambiti, nuove metodologie di lavoro, formando nuove figure professionali ed osservando l’estero non come minaccia ma come spunto di nuove opportunità, rimanendo comunque in Italia.

definiBianco

Come, mai, tra tante liste, hai scelto “Architettiamoci”?

Ho scelto Architettiamoci poiché parla di reale cambiamento, di collaborazione attiva tra architetti, pronta a fornire maggiori informazioni, maggiori possibilità di collaborazione, cambiamento e vera apertura e coinvolgimento dei giovani architetti. È aperta all’ascolto di chiunque abbia qualcosa da comunicare e voglia di partecipare.

 

C’è davvero democrazia partecipata nelle riunioni di Architettiamoci?

Decisamente sì. Gli incontri permettono di conoscere altri colleghi,confrontarsi sui vari temi e trovare proficue affinità e collaborazioni. Indipendentemente dall’età e dall’esperienza lavorativa, ognuno viene accolto per gli stimoli, idee e competenze che può portare. La diversità di ognuno diventa così ricchezza di tutti.

 

Quali le istanze più sentite?

Cambiamento, collaborazione, apertura, ascolto.

 

Chi altro vorresti si avvicinasse al progetto?

Vorrei si avvicinassero al progetto tutti coloro che non si sentono rappresentati dall’Ordine, che anzi lo vedono più come un mero organo istituzionale che semplicemente gli permette di svolgere la loro attività, ma che di fatto non fa nulla per loro.
Vorrei si avvicinassero tutti i giovani architetti, che comprendano che il vero cambiamento si attua soltanto se per primi ci si impegna ad attuarlo. Per un futuro migliore per la loro professione è necessario che fin da subito facciano sentire la loro voce, le loro necessità e attuino di persona il cambiamento.

 

Quale la visione verso giovani iscritti all’Ordine, neolaureati e Millennials?

I giovani architetti sono coloro che vivranno il futuro della professione. Per questo è necessario in questa fase non essere statici e radicati agli schemi del passato, ma utilizzare la loro osservazione della realtà attuale, le loro energie, capacità di innovamento, visione del futuro e prospettive per riuscire ad aprirsi a nuove idee e professionalità, adatti a questo mondo in continuo cambiamento.

 

Link della pagina di Architettiamoci
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Intervista al candidato Edmondo Jonghi Lavarini
Intervista alla candidata Caterina Parrello
Intervista al candidato Alessandro Sassi
Intervista alla candidata Laura Galli
Intervista ad Angelo Errico
Intervista a Sara Brugiotti (Sez. B)

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