Il Corviale e il problema della concentrazione delle residenze

Il Corviale, costruzione popolare con grandi ambizioni, sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista urbanistico e dei servizi per l’utenza.
Cosa ha reso fallimentare questo progetto?
Nel 2006 avevo scritto questo saggio breve ancora molto attuale, che ripropongo per i miei lettori.

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L’UTOPIA

<<Il Nuovo Corviale è una grande unità di abitazione, comprendente 5 spazi verdi, tre gruppi di servizi di base, comprendenti ciascuno un asilo-nido, una scuola materna e un gruppo di esercizi commerciali di prima necessità, al piano d’ingresso alcune decine di locali destinati a botteghe, studi professionali, attività artigianali, ambulatori.
Il complesso di alloggi è suddiviso in cinque unità di gestione,dotate di una propria piazza di ingresso, smistamento e controllo, e di una propria sede per gli incontri, le riunioni condominiali, e le attività sociali in genere,in particolare le attività extrascolastiche. Tutte le attrezzature precedentemente citate saranno appaltate e realizzate dallo Iacp, simultaneamente agli alloggi, venendo cosi’ ad attuarsi, fin dal principio, una corrispondenza e integrazione tra residenza e servizi>>

Cosi’ l’architetto Mario Fiorentino parla del suo progetto, il Corviale, quartiere popolare di Roma progettato in un unico edificio, lungo un chilometro.

Il progetto prevedeva una grande interazione tra servizi e residenze, tra pubblico e privato. Prevedeva la presenza di un teatro, di diverse sale condominiali, centri sportivi,un intero piano di servizi.
Si trattava di un progetto ambizioso che voleva far dimenticare la mediocrità degli edifici popolari del ventennio precedente e portare a Roma la “lezione dell’architettura moderna”.
L’opera non si sarebbe dovuta mimetizzare con le opere di architettura ordinaria, ma avrebbe dovuto denunciare la sua diversità, e avrebbe dovuto proporsi come integrazione di privato e collettivo.
L’obiettivo era consegnare a Roma un monumento democratico e progressista per i cittadini svantaggiati, esclusi dal mercato dell’edilizia.

Il progetto non è mai stato portato a termine, è nato postumo, figlio di un progettista morto suicida (si dice a causa della constatazione del fallimento della sua scommessa utopistica).
Del Corviale hanno parlato tanto e tanti: architetti, urbanisti, giornalisti, che ne hanno parlato come capolavoro o come aberrazione dell’architettura moderna.
Tutto ciò lo ha trasformato in un simbolo dai valori contraddittori e sovrapposti.

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COSA è IL CORVIALE

Il Corviale è un fabbricato alto nove piani, lungo un chilometro sul crinale di una collina, avente una forma che cita le mura antiche della città, anche perché rappresenta un confine tra città e campagna, un elogio dei valori urbani, contro l’esplosione della metropoli indistinta, una macchina dell’abitare con riferimenti a maestri del Movimento moderno come Gropius e Le Corbusier.
E’ un complesso edilizio la cui struttura portante è in cemento armato, i tramezzi sono pannelli di gesso prefabbricati. Oltre ai nove piani vi sono due piani per le cantine e un seminterrato.1202 appartamenti in cinque corpi.

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LA STORIA

Il Corviale viene costruito in Italia in una stagione particolare, a cui appartengono anche altri quartieri come il Laurentino e Vigne Nuove.
Tutto comincia nel 1968, quando si lamenta una carenza di scuole nella zona del Corviale.
Nel ‘70 viene prevista la costruzione di 10.000 alloggi e nel ‘71 viene approvato il “piano zona 61”.
E’ scelto, nel 1975, l’architetto Mario Fiorentino, già famoso per la progettazione del quartiere Ina-Casa e del Tiburtino, affiancato da una équipe di ingegneri, architetti e disegnatori .
Per l’esattezza partecipano venti architetti e undici ingegneri, tra impiantisti e strutturali.
La progettazione del Nuovo Corviale è stata preceduta da uno studio delle aspirazioni e dei bisogni durato quattro anni.

Il progetto prevedeva questo edificio lungo 960 metri, alto 9 piani, più due piani per le cantine e il seminterrato, più un altro edificio più basso, distante 30 metri e una terza costruzione inclinata a 45 gradi, ed era proiettato verso il quartiere esistente “come una mano allungata per un’integrazione tra il vecchio e il nuovo tessuto urbano”.
I servizi erano tre volte maggiori agli standard minimi fissati per legge. Il sovradimensionamento era dovuto al fatto che i servizi dovevano servire anche il resto del quartiere.
Il colosso rappresentava una ricerca di ordine nella dispersione della periferia.

Fiorentino aveva riassunto i cardini del suo progetto in nove punti che possono essere sintetizzati cosi’:

  1. ossatura indipendente in cemento armato o acciaio
  2. impiego di pareti vetrate o traslucide, citando il Crystal Palace
  3. esattezza dei calcoli strutturali,per evitare dispendio economico
  4. una circolazione facilitata
  5. sobrietà
  6. dominio dell’angolo retto
  7. adattarsi alla modernità
  8. tetto terrazza con raccolta delle acque
  9. nuovo uso dei materiali tradizionali

L’autore prevede che il successo dell’opera dipenderà dalla gestione (servizio sociale, custodia, pulizia, giardinaggio, manutenzione)
Precisa che l’utente non dovrà pensare di avere una struttura di tipo paternalistico,in cui <<tutto gli viene offerto e niente gli viene dato>>, altrimenti Corviale sarebbe destinato a un fallimento clamoroso.
Ad un liceo che lo intervistava sul funzionamento del Nuovo Corviale, dopo aver spiegato dettagliatamente tutto, conclude con questa frase:

<<Ci sono due modi di fare architettura, forse ce n’è uno solo. C’è il modo di mettersi nel canale del quieto vivere e di utilizzare gli schemi super collaudati che ormai l’edilizia economica in Italia ha più o meno configurato. E poi c’è la strada della sperimentazione e questo appartiene di più a questa esperienza. Mi ricordo che Ridolfi, che è stato il mio maestro, mi diceva sempre quando fai il progetto per un cliente (e le Case Popolari sono un cliente come un privato),senza dirglielo devi sempre fare un esperimento, perché in effetti queste sono delle occasioni in cui si possono fare degli esperimenti.>>

Il progetto prevedeva 5 ingressi e 55 scale di servizio, quindi cinque punti di smistamento.
Il progetto prevedeva anche guardiole, portieri, caserma della polizia, garage sotterranei, una novità per l’epoca.
Nel 1975 viene posata la prima pietra, e nel 1982 Fiorentino muore di infarto. Una voce,probabilmente partita dal Corviale, e poi arrivata ai media, lo vorrebbe suicida per via del fallimento del progetto.
A causa di numerosi sfratti, alcuni inquilini sono fatti entrare a lavori non finiti. Solo quattro ascensori su 74 funzionano. Un anziano rimase chiuso dentro uno di essi e vi mori’.
Sorgono le prime polemiche, Prima ancora che il Corviale fosse finito, era cambiato il clima politico in Italia, e esso rimase, cosi’ come altri quartieri della stessa epoca, un orfano di un periodo storico ormai cessato.
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l Corviale viene considerato <<un quartiere avveniristico già antico, come una città degli incas completata solo ora>>.

Vi sono stati due casi di occupazione.
Nell’ 83, 700 famiglie occupano l’edificio, vengono fatte sloggiare pacificamente (se ne sorprendono anche le forze dell’ordine) e si accampano di fronte all’edificio in 70 tende. Si forma un vero e proprio paese, una baraccopoli infestata dai pidocchi e dalle malattie dovute alla poca igiene (curioso il caso di un barbiere vanitoso di aver debellato la pediculosi grazie a sciampo e rasature). Gli inquilini lamentano sonni inquieti dovuti al freddo. Molti di loro perdono il lavoro poiché <<si svegliano già stanchi>>.
Il secondo è l’occupazione del quarto piano, che, oltre ad essere un’occupazione, si tratta di una vera e propria costruzione. Gli occupanti hanno portato su pannelli e tramezzi col bene placito degli inquilini, hanno speso per sistemazioni in fin dei conti provvisorie.
Si tratta di 21 famiglie, quasi tutte italiane, arrivate li’ per amicizia o parentela. I cognomi infatti si ripetono. Sono persone di età media di 30 anni, arrivate li’ dopo esperienze fallimentari di coabitazioni, magari con genitori, abitanti anch’essi nel Corviale, da assegnatari.
Bene o male, tutti hanno l’acqua, il gas e la luce. Tutti hanno il telefono poiché la società telefonica non ha preteso il contratto di affitto.
Molti hanno fatto il cambio regolare di residenza, e ricevono li’ le schede elettorali.
Circa la metà è soddisfatta, altri invece vedono la sistemazione come un ripiego temporaneo.
Spesso si tratta di nuclei familiari con uno stipendio che permetterebbe loro di pagare un equo canone pari a un quinto del loro stipendio
Alcuni hanno preferito accamparsi dove c’era più spazio, altri dove c’era meno bisogno di intervenire. Alcuni hanno sostituito persone che sono andate via costruendo per loro.
Negli anni seguenti vengono inseriti servizi autogestiti, come un poliambulatorio, in seguito chiuso, un posto mobile di polizia,e una succursale della scuola media Fratelli Cervi, chiusa per abbandono di massa.

Dopo numerosi reati compiuti nel complesso, tra cui stupri di minori e omicidi, gli abitanti lamentano la continua diffamazione della stampa nei confronti del quartiere. Si parla di abbattere il complesso, insieme al quartiere Zen di Palermo.
Nel 95 il comune di Roma ha proposto finanziamenti per il recupero del Corviale, non solo per dare agli abitanti del complesso dei servizi, ma anche per toglierli dall’isolamento, ma tutto è rimasto fermo a causa di problemi burocratici.

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IL CORVIALE OGGI E DOMANI

Cosa è il Corviale oggi?
E’ un chilometro di aggregati umani, 120 nuclei familiari. E’ il simbolo “mitologico” del degrado urbano.
Cosa ne è stato del piano dei servizi?
E’ stato occupato da abusivi, e al centro vi è un corridoio lungo quasi un chilometro. Sarebbe stato il viale tra i negozi e le botteghe che il quarto piano avrebbe ospitato. Adesso è una pista per ragazzini in motorino.
Non è molto netto il confine tra il quarto piano e gli atri,tra gli abusivi e gli assegnatari.
Ospita 6000 abitanti e non sono mai state fatte riunioni di condominio, la conseguenza più paradossale del fallimento dell’utopia collettivistica di Fiorentino.
Gli interventi futuri sul Corviale prevedono la “verticalizzazione delle scale”,quindi la suddivisione del Corviale in lotti autonomi e amministrati separatamente, e dei cancelletti che diano privacy alle singole abitazioni.
Gli inquilini non avevano accettato la logica del collettivismo forzato,dei ballatoi percorribili per tutta la lunghezza.
Queste misure “privatizzanti” sono in parte state prese anche dai singoli abitanti. Una coppia di abitanti regolari ha dato qualità alla propria abitazione piastrellando bagno e cucina, mettendo le grate alle finestre,creando una veranda, per personalizzare il proprio spazio, e adattarlo alle proprie esigenze.
Degli interventi più radicali hanno fatto gli abusivi del quarto piano, mal tollerati dagli altri inquilini. Hanno dovuto far costruire i muri interni, “progettare” la propria casa da soli e a seconda delle proprie esigenze.

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BILANCIO SUL CORVIALE

Adesso possiamo guardare il Corviale, a più di trent’anni dalla sua progettazione, con sufficiente distacco.
Cosa è in fin dei conti Corviale?
Forse aberrazione dell’architettura moderna, forse prigione per seimila anime, forse simbolo della periferia degradata, e come covo di immigrati clandestini, zona malfamata per criminali e spacciatori.

Per molti il Corviale è solo l’esasperazione dei conflitti,della concentrazione del malessere, della depressione della qualità della vita.
Casa-chilometro, grattacielo sdraiato, serpentone, inferno metropolitano, ghetto: questi sono solo alcuni dei modi con cui il Nuovo Corviale è stato rinominato.
Gli inquilini del Corviale si considerano emarginati,persino dagli abitanti degli edifici adiacenti.

Ma esaminiamo anche le fonti a favore del progetto Corviale
I sociologi smentiscono che si assegnatati odino Corviale, poiché non si sta peggio che in altri quartieri di periferia. Essi godono della vicinanza con l’aperta campagna, il verde, l’aria pura,pur distando dalla città solo mezz’ora di autobus.
Essi sanno molto bene che il malessere di vivere al Corviale è dovuto quasi esclusivamente all’incompiutezza dell’opera.
Se gli spazi verdi fossero stati realizzati e mantenuti, se i negozi e i servizi fossero entrati in funzione ,se in quarto piano fosse diventato una via pubblica interna animata dal commercio e dall’artigianato vivere al Corviale sarebbe stato gradevole.
Molti degli abitanti ne sono affascinati,pur non capendolo.
Essi non vogliono la sua distruzione,ma il suo completamento,con tutti i servizi che erano stati previsti. Ne basterebbe semplicemente un terzo di quelli previsti nel progetto, poiché erano stati sovradimensionati.
Forse, infondo, chi lo abita vi si è anche un po’ affezionato, poiché affezionarsi i luoghi che si conoscono bene fa parte della natura umana.
Forse il Corviale può anche essere visto come qualcosa di positivo,se lo si guarda dalle terrazze dei Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur,e lo si vede come un’imponente traccia nella periferia occidentale, tutt’altro che banale.
A molte periferie manca la storicità, la riconoscibilità. Questo non è sicuramente un problema del “chilometro sdraiato”,che ha una precisa identificazione topografica, che però si perde negli interni.

Che il Corviale sia bello o brutto, l’unica cosa veramente certa è che l’amministrazione romana ha sbagliato a pensare che sarebbe stata messa in campo una gestione capace di far funzionare una macchina cosi complessa.

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Cantine Antinori: un esempio di Brand Architecture, tra ecosostenibilità, tecnologia, tradizione e rispetto del territorio.

Il progetto delle Cantine Antinori rappresenta un esempio di Brand Architecture, in cui nessun aspetto è trascurato: tradizione, innovazione, sperimentazione progettuale e tecnologica, ecocompatibilià, rispetto del territorio, uso di materiali tradizionali reinventati in chiave moderna.
La cosa che però rende particolare questo progetto è la storia del cantiere, e come la committenza e il team progettazione sono riusciti a trasformare le difficoltà, presentatesi già nella prima fase cantieristica, in un’opportunità per nuove sfide tecniche e progettuali.

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La storia delle Cantine Antinori inizia quando la famiglia Antinori decide di unificare gli Uffici Amministrativi, all’epoca a Firenze, con l’opificio vero e proprio, creando una sede sia di rappresentanza che funzionale, tramite un’architettura che si sarebbe fatta “Brand”, situando l’opera nelle colline del Chianti.

Il sodalizio tra questa committenza illuminata e lo studio fiorentino Archea si ha grazie ad un’intervista che l’Architetto Marco Casamonti stava facendo al Marchese Antinori, per una monografia sulle cantine più suggestive del mondo. E’ in quel momento che il Marchese “sfida” l’Arch. Casamotti a proporre una “non facciata” per quest’opera, che il Marchese immaginava come una sede di rappresentanza, per il brandind del Chianti e degli altri prodotti, che unisse il concetto di fabbrica, di casa colonica, ma in un certo senso anche di “chiesa”, visto che c’è qualcosa di sacro nella produzione dei vini. Il tutto doveva essere fatto rispettando il Genius Loci, reinterpretandolo, e ringraziando” il territorio.
L’obiettivo era creare un’Architettura che si sarebbe fatta “Landkmark”, un esempio di Brand Architecture, col compito di trasmettere i valori della famiglia, mescolare tradizione e contemporaneità, usare materiali del territorio essendo capace di “reinventarsi”, esaltando le scelte progettuali e risultando impattante il meno possibile, essendo un’impronta ammirabile ma quasi invisibile.

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GLI ATTORI

Prima di raccontare la storia del progetto, raccontiamo i due principali attori.

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Gli Antinori sono una famiglia patrizia arrivata a Firenze nel 1183 e che nel periodo De Medici si è dedicata alla seta, alle banche e alla politica, passando poi nel 1385 alla produzione vinicola, continuata fino ai nostri giorni.
Oggi la famiglia Antinori è composta dal Piero e le sue tre A: Albiera, Allegra e Alessia, che hanno seguito la leadership del progetto.

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Lo Studio Archea nasce a firenze nel 1988 da Marco Casamonti, Laura Andreini e Giovanni Polazzi, con l’associazione, l’anno dopo, di Silvia Fabi.
I progetti dello studio sono iconici e variegati. Ciò che contraddistingue lo stile dello studio è l’uso dei materiali e dei colori tradizionali in chiave contemporanea e il proporre facciate innovative. Lo studio ama sperimentarsi in sfide architettoniche sempre nuove.

Lo studio Archea ricorda che l’Italia è sempre stata un territorio antropizzato, e che non si deve temere di modificare il paesaggio, ma lo si deve fare con rispetto, puntando ad un’architettura “generosa”. Costruire male è un delitto, costruire bene è valorizzare. Tutto dipende, quindi, dall’etica e dal valore di progettista e committente.

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LA GENESI DEL PROGETTO

La famiglia Antinori aveva, quindi, scelto una zona viticolo-collinare tra Firenze e Siena, nel comune di Bargino. La cantina è stata pensata in prossimità di un asse infrastrutturale che connette Siena e Firenze.

La cantina, per tradizione, deve essere protetta, ed è per questo che lo Studio Archea fa una proposta di cantina totalmente ipogea, cimentandosi per la prima volta in un progetto di questo tipo, in modo da creare un’architettura, parzialmente celata alla vista, dialogante col contesto e con la tradizione, mimetizzata nel territorio.

Per i tagli i progettisti si sono ispirati ai Concetti Spaziali” di Lucio Fontana.
Un’esigenza del committente, sia pratica che concettuale, era che gli ambienti fossero disposti dall’alto verso il basso, seguendo la produzione del vino.

In ordine, abbiamo nei locali più in alto la ricezione e la lavorazione delle uve, la vinsantaia, l’orciaia, i locali tecnici e il ristorante.
Scendendo più in basso, vi sono gli uffici amministrativi.
Ancora più in basso, troviamo la presidenza, la vendita al dettaglio, la sala degustazione, il museo, l’auditorium e la reception, dietro alla quale troviamo il cuore del progetto: la barricaia, comunicante da un lato con la tinaia e dall’altro con la bottaia e la riserva della casa.
Ancora più in basso i parcheggi e la zona carico e scarico, in modo da limitare l’impatto visivo e nascondere tutto “dentro” la collina.

All’esterno vi è un elemento sia funzionale che iconico: la possente scala elicoidale, elemento di comunicazione verticale sovrastato da vigneti pensili.

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IL TEAM E LA STORIA DEL PROGETTO E DEL CANTIERE

La progettazione richiedeva un team estesissimo di persone: 100 persone tra cui 50 architetti, che hanno lavorato in tandem nello stesso ambiente, per un’integrazione completa tra parte progettuale, strutturale ed impiantistica.

Dopo un anno di progettazione, l’idea è stata presentata al Marchese, che l’ha inaspettatamente accolta da subito con entusiasmo.

Nel 2007 sono iniziati i lavori, che hanno richiesto degli scavi molto invasivi. Sono stati sollevati 400.000 metri cubi di terra, per un progetto che richiedeva 49.000 metri quadrati, ampio 12 ettari e profondo 15 metri. Il terreno rimosso è stato, però, in gran parte riutilizzato e impiegato nella costruzione.

Purtroppo, a causa di un imprevisto non considerato nelle iniziali analisi geologiche, la terra ha “protestato” e ciò ha causato il fermo di un anno del cantiere.
Non si erano considerate delle concrezioni calcaree dovute a delle falde acquifere non previste, e in più il terreno si era inclinato a causa di una faglia sismica.

L’argilla, materiale che compone il 40% del terreno, risaputamente elastico, poco denso e difficilmente penetrabile, non è raro che si ritiri, ed ha quindi fatto si che la collina si rigonfiasse e i pilastri si torcessero.

Il cantiere e la costruzione hanno quindi richiesto delle opere di messa in sicurezza: pozzi profondi 35 metri connessi ad una condotta posta alla quota più bassa in modo che facesse drenare l’acqua e dei dreni sulla parete verticale del diaframma. E’ stato inoltre rinforzato il sistema dei tiranti.
Sono stati quindi impiegati 17000 pali di ancoraggio alla struttura a 30 metri e 9 km di strutture di ancoraggio.
I pali ad elica usano una particolare tecnologia: mentre il palo risale, viene iniettato il calcestruzzo e, contemporaneamente, calata una gabbia metallica. La tecnica è stata scelta perché è compatibile con le profondità del progetto (dai 10 ai 22 metri) e coi diametri di 84 cm.

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Le difficoltà già dalle primissime fasi cantieristiche hanno comportato l’impiego di una sofisticata tecnologia ingegneristica e il ritardo di un anno, che ha avuto conseguenze sul budget e ha creato non pochi momenti di tensione, risolti da una committenza davvero lungimirante, che ha concluso che, come il buon vino, anche la terra avrebbe dovuto riposare per un anno.

Nel 2008 la terra aveva avuto il tempo riassestarsi e il lavori hanno ripreso.
Le parti che dovevano sostenere grandi carichi sono state fatte in calcestruzzo armato, i aggetti in acciaio e le altre parti prefabbricate: tante tecnologie per tante esigenze diverse, ma tutte compatibili con ambiente e contesto. L’apparente “scontro” tra natura e artificio si è quindi concluso in modo armonioso.

Nel 2009 l’opera aveva già preso forma.

Fonte

Programma Cantina vinicola – Uffici
Luogo Bargino, San Casciano Val di Pesa, Firenze – Italia
Progetto 2004-2013
Committente Marchesi Antinori S.r.l.
Prezzo 67.000.000 euro
Impianti Stefano Mignani, Paolo Bonacorsi – M&E S.r.l.
Impianti enologici Stefano Venturi – Emex Engineering
Engineering Paolo Giustiniani – Hydea S.r.l.
Impresa INSO S.p.A.
Strutture Massimo Toni – AEI progetti S.r.l.
Superficie Lotto 13 ha – sup. coperta 28.000 mq
Superficie Costruita 49.000 mq
Volume 287.260 mc

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I MATERIALI

La danza tra tradizione e innovazione continua tramite la scelta dei tre materiali di cui il progetto è composto: laterizio, acciaio cor-ten e legno.

Il laterizio del territorio dell’Impruneta è noto fin dall’11 secolo,tanto che vi era anche una corporazione di artigiani dediti alla terracotta. Brunelleschi scelse questi laterizi per la sua cupola. Si tratta di un’argilla che ha grande resistenza a flessione e ai fattori atmosferici.

Questo materiale è stato impiegato sia all’esterno che all’interno, per pavimenti, pareti e coperture.
Per la lavorazione e la cottura si sono scelte tecniche simili a quelle già usate nel rinascimento: estrusione, essiccamento, cottura a 9990 gradi.
La terracotta è il fil rouge di tutto il progetto, e viene impiegata anche nell’elemento più importante del progetto: le volte della barricaia.

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La tecnologia delle strutture della barricaia è stata sostituita rispetto al progetto originale, per via dell’aumento dei costi e della riduzione dei tempi.

Non vi è stata una posa in opera tradizionale come inizialmente previsto, ma si è costruito un grande invaso prefabbricato per “contrastare” il terreno (3000 km/mq) e ad esso sono state “appese” le volte e le sue centine in acciaio, e infine le terracotte, pezzi su misura incastrati a secco (l’architetto aveva pensato questo mattone “svuotato” all’interno dopo un confronto col produttore. Termina il processo lo spruzzo del calcetruzzo. L’impiego di questa tecnica ha consentito di risparmiare la metà del budget previsto, ed è stata ispirata dal Brunelleschi stesso, che aveva usato tecniche per favorire la cantierizzazione.

L’utilizzo di una “doppia calotta”, indipendente strutturalmente dalla prima, consente anche, grazie all’intercapedine, il mantenimento dei 17 gradi, senza l’uso di impiantistica.
Essendo una tecnica nuova e “inventata” per l’occasione, sono stati necessari dei test per garantirne la “durata”.

Il rivestimento esterno è stato pensato come leggerissimo per non aggravare la struttura. La colorazione, per i mattoni esterni, è stata pensata marrone per dialogare col colore dei terreni.

Anche il calcestruzzo armato è un materiale impiegato nel progetto. In particolare si tratta di un calcestrruzzo gettato in opera e faccia a vista, a cui, ad una fase avanzata del processo di lavorazione, sono stati inseriti dei pigmenti.

Un materiale principe del progetto è l’acciaio Cor Ten, un acciaio “bassolegato”, in cui, sotto la quantità del 5%, sono presenti manganese, nichel e cromo con lo scopo di migliorare le prestazioni, tramite una patina passivante che rallenta, e in alcuni casi impedisce, la corrosione. Questo materiale, il cui nome è una contrazione di “corrosion resistance – tensile strenght”, è stato inventato nel 1933. Di questo materiale sono rivestite le grandi bucature sulla sommità, i serramenti esterni a taglio termico, le porte interne, ed alcuni arredi fissi.

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E’ in cor-ten anche la scala elicoidale. Lunga cento metri, pesante cento tonnellate, richiama le scale monumentali del periodo barocco.
E’ una spirale in vari raggi con porzioni calandrate. Al centro c’è un “pennone”, un “fuso”, di forma non cilindrica ma creata ad hoc, che parte da terra e arriva fino alla copertura. L’elica si sviluppa verso l’alto ed è stata saldata in opera.
Essa ha la funzione di controbilanciare l’orizzontalità delle due fenditure oblunge, protese in senso orizzontale.

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Anche il legno è un materiale protagonista del progetto. L’auditorium, ad esempio, è di legno non trattato. Tutti i materiali sono anche ripresi nell’arredo e negli interni creando una continuità di colori e temi.

Un altro “non materiale” impiegato nel progetto è l’elemento luce.
Dalla facciata penetra una luce radente, mentre la luce è soffusa negli ambienti dedicati alla produzione del vino (la barricaia).
Sul tetto vi sono delle bucature circolari, trenta fori sulla copertura verde pensile, che dànno una luce zenitale che rende gli interni più luminosi a dispetto di quello che si potrebbe pensare.

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Il cerchio è una forma centrale in questo progetto.
La linea curva richiama le colline toscane stesse. Il cerchio è ripreso anche nell’opera di scultura contemporanea dell’artista Yona Friedman, composta da 500 cerchi in acciaio che compongono figure astratte

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IL LAY OUT DISTRIBUTIVO

L’ingresso alle cantine è il punto in cui i flussi dei lavoratori e dei visitatori si separano.

La barricaia è stata pensata come un ambiente sacrale, per la cosiddetta barrique, botti da 225 litri ciascuna, disposte in due navate sormontate dalle due volte in laterizio precedentemente descritte.

Grazie all’inerzia termica, vengono garantite molte condizioni termoigrometriche, come la temperatura di 17 gradi necessaria tutto l’anno senza l’apporto di condizionamento dell’aria. Viene quindi sfruttata l’energia della terra per raffrescare il vino. Questo dona al progetto l’ecocompatibilità sia tecnica che concettuale.
Su di essa, le sale di degustazione, a sbalzo sulle botti.

Nascoste, invece, alla vista dei visitatori, sia la bottaia che la riserva della casa, che conserva i vini più pregiati della collezione di famiglia.
Tramite la passerella, si giunge alla Tinaia, che contiene i tini, di alta tecnologia, e rappresenta un mix tra il mondo industriale, quello contadino, quello maggiormente etereo relativo alla produzione dei vini.

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Oltre alla scala principale, vi è una seconda scala, anch’essa tecnologicamente evoluta, in quanto viene retta dal suo stesso parapetto. Viene chiamata “a farfalla” per l’effetto visivo che si genera guardandola dall’alto.
Accanto alla barricaia vi è un museo con pergamene e altre antichità, tra le quali spicca un torchio progettato da Leonardo Da Vinci. A pochi metri troviamo l’auditorium.
L’estradosso è piantumato, come richiesto dal committente, con le viti, in modo iconico, comunicativamente e produttivamente, creando un rapporto simbiotico con la terra, la quale consente la produzione del vino, e a cui la cantina è “grata”. La copertura fornisce inoltre un osservatorio privilegiato sul paesaggio delle colline del Chianti.

La famiglia Antinori non dimentica il rapporto col pubblico: vi è un ristorante dove è possibile degustare l’olio, il vino, il vin santo e altri prodotti tipici. Organizza anche mostre d’arte, eventi culturali, approfondimenti sulla storia della famiglia.

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La Toscana, luogo dalle mille risorse architettoniche, storiche, geografiche e culturali, artistiche, oggi ospita questo progetto meraviglioso e da visitare, che esalta l’identità del vino Antinori, ma anche quella tipicamente italiana.

fonti:
http://www.archea.it/cantina-antinori/
http://www.gamberorosso.it/it/it-home/329821-vino
http://www.isplora.it/Projects/antinori

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http://www.lucianopignataro.it/a/marchesi-antinori-apre-la-nuova-cantina-cattedrale-a-bargino-di-sisan-casciano/50628/
http://www.scattidigusto.it/2012/10/25/antinori-vieni-a-vedere-quanto-e-bella-la-nuova-cantina-in-toscana/

In particolare consiglio di vedere e acquistare questo videodocumentario, che è stata la principale fonte del mio articolo, e che può darvi qualcosa che parole e immagini non possono trasmettere.