Piergiorgio Roveda e l’Open Source nel GIS

Intervista a Piergiorgio Roveda, pianificatore territoriale, esperto GIS, autore del progetto City Planner e appartenente al progetto GisTonic, impegnato, tramite i suoi tutorial, nella missione di diffondere la cultura Open Source nel mondo GIS.

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Ciao, parlaci di te: età, provenienza, professione, passioni

​Ciao sono Piergiorgio ho 37 anni e sono un Pianificatore territoriale, laureato nel 2007 al Politecnico di Milano. Ho sempre avuto la passione per l’informatica e per SimCity, il video game che tutti gli urban planner conoscono.
Forse è stato questo insieme di passioni che mi ha permesso di unire la classica urbanistica al mondo dei GIS. Associo sempre la mia figura professionale di Pianificatore territoriale a quella di GIS consultant, perché con entrambe ho sempre trovato spazio nel mondo lavorativo, dapprima come dipendente e da ormai 6 anni come libero professionista.​

Come hobby, ho sempre avuto il pallino della MTB, delle camminate e da quando il nostro telefonino si è evoluto, diciamo che riesco meglio nel tracciare i miei percorsi col GPS, piuttosto che fare le foto. In ogni caso questo hobby ho cercato di unirlo alla passione per i GIS ed insieme ad un gruppo di Milano, abbiamo creato il GIStonic, con cui stiamo sviluppando un GEOblog, un sito web basato su WordPress con un sofisticato GeoDatabase, il tutto OpenSource!

 

Cosa è il GIS?

​Nella descrizione precedente, ho dato per scontato che tutti conoscono i GIS, ma mi rendo conto che non è così. Quando si parla di GIS, acronimo di Geographic Information System, che in Italiano diventa Sistema Informativo territoriale, si parla di software che uniscono il disegno delle mappe a tabelle di dati, ovvero che ogni oggetto disegnato sulla mappa è associato a degli attributi alphanumerici, sempre disponibili ed indivisibili. Da questa base, questa relazione si può usare in svariati modi: per fare ricerche, per creare analisi e perfino per colorare le mappe. I GIS si possono inserire tra i software CAD, adatti al disegno tecnico e i software BIM, adatti alla grande scala; probabilmente i GIS sono molto simili, come logica ai BIM, ma ognuno ha la sua parte ben definiti nel mondo professionale.​
Google Maps è un GIS, ma non professionale!

 

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Quali figure professionali se ne occupano? Dal lavoro in campo ai software: raccontaci il processo di restituzione via GIS e l’utilizzo…

​Queste due domande le metto insieme perché possono essere diversi i profili che utilizzano i GIS, da cui derivano diverse professionalità:
con data entry​ si definiscono i soggetti che usano i GIS come database per inserire i dati e quando si inseriscono le informazioni nella tabella, possono anche inserire le informazioni sulla mappa, disegnando geometrie quali punti, linee e poligoni; questa mansione può diventare anche completamente dedicata al disegno della mappa, magari con un’inserimento minimo di informazioni, come codici o nomi delle vie;
i gis analyst si dedicano all’analisi dei dati, sia per una “pulizia” sia per fare ricerche sul territorio, leggendo ed incrociando i dati; infatti le funzioni di query, derivate dai database, sono anche di tipo relazionale e nel caso dei GIS anche spaziale;
i gis consultant, sono sempre passati dai primi due tipi e devono avere una tematica di base specifica: urbanisti, geologi, economisti, ingegneri; questo perchè è richiesto di avere una visione del progetto, con una certa finalità, come la tutela del territorio, pianificare una città, costruire infrastrutture; mentre i primi due profili hanno una preparazione generica da tecnico, con competenze informatiche, i gis consultant hanno delle mansioni che derivano dalla loro professione di base, che è differente per tipologia di incarico;
parallelamente ci sono i gis developers, che utilizzano le funzioni dei gis e mediante i linguaggi di programmazione, come basic, python, .net, java e linguaggi web creano delle applicazioni specifiche su misura per il cliente finale;
infine i GIS trasformano il dato in mappa, che si differenzia molto da una cartografia tecnica o da una foto aerea; queste mappe, vengono dette tematiche e possono essere utilizzate da utenti, non esperti di GIS, ma che hanno bisogno di queste rappresentazioni per proporre, discutere, decidere; questi utenti possono essere cittadini, che ad esempio usano Google Maps, per visualizzare informazioni sulla propria città, sia manager di azienda che analizzano aree di mercato o ad esempio territori di copertura agenti

 

Quali sono i software principali? E le alternative opensource?

​I software ​GIS più diffusi sono: ArcGIS di ESRI e MapInfo di PitneyBowes; QGis, però non è solo un’alternativa, perché non ha nulla di meno di questi due GIS più diffusi.
Per fare una comparazione tra questi 3 software, bisognerebbe scendere nel dettaglio di ogni specifico lavoro e comunque non si può dare più peso ad uno dei tre.
Le funzionalità di base sono simili, ma ciò che può essere un plus da attribuire a QGis si basa sul fatto che è Open Source e possono essere sviluppate applicazioni specifiche con linguaggi di programmazione che sono più diffusi; questo significa tante idee da usare e trasformare.

 

Ci racconti il tuo impegno nell’open source e nei tutorial? Sono disponibili in modo free?

Il mio impegno nell’open source, deriva dal fatto che con i GIS, quando si cerca qualcosa di più, si finisce a studiare per forza di cose, il mondo open source; in altri settori​ non è così, come ad esempio la grafica. Ho sempre potuto imparare da documentazione e forum trovati sul web e così ho iniziato a farlo anche io. La mia idea di condivisione, non è però a livello di sviluppo software, dove l’open source detta le regole, ma più che altro di metodo e questo mi ha permesso di ritagliarmi uno spazio tra il pubblico di internet, ben specifico “i GIS open source per la pianificazione territoriale”. All’inizio pubblicavo contenuti che risultavano difficili da seguire, forse anche perché ero un po’ inesperto e non sapevo fare l’insegnante. Col tempo però ho imparato a fare dei contenuti più semplici da spiegare, ma nello stesso tempo comunque di livello sopra il semplice utilizzo dei GIS. Ho cambiato anche la prospettiva, infatti invece di fare “corsi di QGis”, adesso faccio video del tipo “io QGis lo uso in questo modo”. I tutorial che eseguo sono del tutto free, chiedo soltanto una email di accesso, per visualizzare il materiale. Questa email è un po’ come l’iscrizione alla newsletter, che uso per fare comunicazioni sulle mie attività di condivisione.

 

 

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Come, dove, quando si vota per l’Ordine degli Architetti di Milano e Provincia

Elezione Consiglio Ordine Architetti PPC di MILANO (2017-2021)

DOVE SI VOTA E QUANDO SI VOTA
http://www.ordinearchitetti.mi.it/it/ordine/elezioni

Il seggio elettorale è istituito presso la sede dell’Ordine – Via Solferino 19 – Milano

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Prima votazione (già fatta, non raggiunto il quorum):
valida se ha votato un terzo degli aventi diritto e pertanto 3945 Architetti
venerdì 06 ottobre dalle ore 12:00 alle ore 20:00
sabato 07 ottobre 2017 dalle ore 9:00 ore 17:00;

Si passa al secondo turno!

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Seconda votazione:
valida se ha votato un quinto degli aventi diritto e pertanto 2367 Architetti
lunedì 09 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
martedì 10 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
mercoledì 11 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
giovedì 12 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
venerdì 13 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
sabato 14 ottobre dalle ore 9.00 alle ore 17.00;
lunedì 16 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00,
martedì 17 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00.

Poiché non è consentito sommare i voti tra successive votazioni, in mancanza del raggiungimento del quorum nella prima votazione si dovrà tornare a votare nella seconda e in mancanza del raggiungimento del quorum nella seconda si dovrà tornare a votare nella terza e ultima convocazione per la validità della quale non è richiesto nessun quorum.

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Terza votazione (VALIDA SENZA QUORUM)
Mercoledì 18 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00
Giovedì 19 ottobre           “                 “
Venerdì 20 ottobre           “                 “
Sabato 21 ottobre dalle ore 9.00 alle ore 17.00
Lunedì 23 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 20.00
Martedì 24 ottobre           “                 “
Mercoledì 25 ottobre       “                 “
Giovedì 26 ottobre           “                 “
Venerdì 27 ottobre          “                 “
Sabato 28 ottobre dalle ore 9.00 alle ore 17.00

 

Le interviste ad alcuni candidati…

Caterina Parrello
Francesca De Tisi
Laura Galli
Edmondo Jonghi Lavarini
Alessandro Sassi
Ettore Brusatori
Paola Bettoni
Angelo Errico
Sara Brugiotti (Sez. B)

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Il bambù gigante nella bioarchitettura e nel design: ce ne parla Massimo Somaschini

Oggi intervistiamo Massimo Somaschini, agronomo, esperto di stevia e di bambù gigante. Insieme a lui, capiremo l’importanza del bambù gigante nelle sue applicazioni in bioedilizia,  bioarchitettura e design…

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Ciao Massimo, innanzitutto le presentazioni…poi ti chiedo come è nato in te l’interesse per il bambu’ gigante

Sono un agronomo con una quarantina d’ anni d’esperienza, maturata in Italia ed all’estero.
Poco dopo la laurea nel ‘72 mi sono occupato di ricerca dedicandomi in un mio laboratorio , allestito con mezzi di fortuna, alla messa a punto di substrati colturali e moltiplicazione di cellule staminali vegetali.
I lusingheri successi ottenuti hanno attirato l’ attenzione anche di una multi-nazionale la Montedison S.A. a quei tempi, fra le prime dieci più grandi realtà industriali italiane.
Lavorando con loro alla promozione e sviluppo di progetti integrati in agricoltura, ho avuto il mio primo contatto con il bambù gigante negli anni ‘80 in Cina, dove mi recai per alcune conferenze sulle “Tecnologie avanzate in agricoltura“ .
In seguito nel 2014-2015 in Ghana, dove rimasi per due anni quale consulente del Ministero dell’ Agricoltura, ho avuto modo di vedere e seguire alcune piantagioni di bambù utilizzato soprattutto come materiale per l’edilizia ed esportato in molti paesi, Italia compresa.

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Dove cresce il bambù gigante? Cresce anche in Italia?

Un po’ alla volta ho appreso che la coltivazione del bambù gigante è tradizionalmente legata a nazioni con grandi estensioni di terreno a disposizione come la Cina ove ci sono oltre 7 milioni di ettari a bambù gigante ( ¼ dell’ Italia) ma anche il nostro Paese è adatto a questa pianta. Il bambù resiste a – 15°/-20° C e non teme le alte temperature purché venga irrigato possibilmente con un impianto a goccia. Inoltre è una pianta dominante (della famiglia del granoturco) , per cui non ha bisogno di altre cure particolari se non una concimazione due volte all’ anno ed un fossato perimetrale (da tenere pulito) per contrastare la colonizzazione di terreni adiacenti.
In Italia ci sono attualmente 1600 ettari di bambuseti di circa 400 aziende agricole. La maggior parte di queste ha iniziato con 1-2 ettari ma non mancano casi come la Forever Bambù Holding che ha diverse decine di ettari di bambuseti suddivisi su più SRL agricole ed acquistabili, per chi vuole investire ma non ha terreni , in quote.

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Quali le principali applicazioni?

Si calcolano almeno 1500 applicazioni del bambù fra cui: bio-masse, mobili, parquet, laminati , filati anallergici ( adatti anche per biancheria intima) bibite, suppellettili, consumo diretto del germoglio fresco. Quest’ ultimo utilizzo è particolarmente interessante per il florido mercato dei consumatori vegetariani circa il 10% della popolazione italiana, e per il fatto che è la prima fonte di reddito di un bambuseto.

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Quale l’utilizzo su mobili e sul design in genere?

L’utilizzo nei mobili è già avviato da diversi anni non solo negli arredi costruiti con le canne di provenienza cinese o Sud Est Asiatico ma anche come rivestimento di cucine.

Pavimento ed arredo in bambù

Altro utilizzo è quello dei laminati con superficie in bambù:
un materiale che sfida in durezza il teck.

Girando in case, uffici e luoghi pubblici è facile trovare questo tipo di rifiniture: purtroppo la produzione attualmente è quasi tutta di provenienza cinese, ma quando fra pochi anni saranno disponibili i culmi (canne) dei bambuseti italiani avremo i nostri parquet in bambù “made in Italy”.
Di seguito vi segnalo una splendida ed estesa applicazione fatto con i laminati di bambù sui soffitti dell’ aeroporto di Madrid.

Soffitti in laminato di bambù – aeroporto Madrid

Quale l’utilizzo nell’architettura e quali gli architetti che lo hanno adoperato?

Non si può parlare di bambù nell’ architettura senza ricordare due personaggi fondamentali nel processo di valorizzazione ed utilizzo di questo straordinario materiale:
l’ architetto colombiano Simòn Vélez autore anche di alcune, tra le prime, realizzazioni in bambù in Europa: una casa a basso costo e il padiglione Zeri all’Expo 2000 di Hannover, edificio a pianta poligonale alto 14 metri e mezzo e largo 40 con uno sbalzo perimetrale di 7 metri per proteggere l’interno dal sole e dalla pioggia.
Primo a pari merito, Kengo Kuma, uno degli architetti giapponesi più riconosciuti dalla critica internazionale. La Bamboo House in Cina, sotto la Grande Muraglia, e la Lotus House in Giappone, sono alcune delle sue architetture più famose
in cui ha utilizzato il bambù.

 

Concludendo, quali i vantaggi in primis della pianta di bambù gigante?

• è una graminacea invadente e dominante per cui cresce facilmente su quasi tutti i terreni
eco-sostenibile: non necessita di trattamenti antiparassitari, di opere di palificazione ( come per vigne ed actinidia) richiede poche concimazioni possibilmente BIO e la chioma di un bambuseto produce il 35% in più di ossigeno rispetto ad un bosco tradizionale (fonte Università di Eindhoven)
• l’intricato intreccio dei rizomi a 30-40 cm sottoterra contribuiscono a consolidare i terreni franosi mentre la folta coltre di foglie cadute riduce il dilavamento in superficie
Il bambù come materiale in edilizia:
coefficienza di durezza superiore al teck gli valgono la nomea di “acciaio verde”
• flessibilità e resistenza ne fa un materiale adatto anche a costruzioni anti-sismiche
Altre informazioni

Fotografia dell’Architettura ed Approccio Umanistico, ce ne parla l’Arch. Cristina Fiorentini

Fotografia, Architettura, Fotografia dell’Architettura, “Approccio Umanistico”: ce ne parla Cristina Fiorentini, Architetto e Fotografa Professionista.

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Ciao Cristina, parlaci della tua formazione e di come poi sei arrivata alla tua professione.

La passione per la fotografia è nata durante il liceo artistico, in seguito ad un corso pratico in camera oscura….ebbene sì, erano ancora quei tempi! Oggi parlare di pellicola e stampa su carta sembra riportare il tempo al pleistocene. Negli anni dell’adolescenza ho scattato le prime immagini con una macchina fotografica analogica, sviluppavo e stampavo le prime immagini in bianco e nero e per me era motivo per sperimentare il mio linguaggio.

In seguito ho frequentato e conseguito la laurea in Architettura al Politecnico di Milano, consapevole che non avrei fatto l’architetto, in realtà avevo scelto questa formazione per avvicinarmi al mondo dell’architettura, in particolare all’abitare.

Per mantenermi agli studi sono riuscita a trovare un lavoro part-time come assistente in uno studio fotografico e, durante i quattro anni di università, ho avuto modo di sperimentare diversi campi della fotografia.

Terminati gli studi, metto la laurea nel cassetto e apro la partita iva, convinta di voler essere libera di decidere e muovermi in autonomia. Gli inizi sono stati duri, specialmente dal punto di vista economico perché, oltre a dovermi costruire la clientela, ho dovuto investire nell’attrezzatura di base, allora costosissima.

Grazie all’incoscienza ed energia della gioventù ho superato i primi ostacoli, la professione si è delineata nel tempo.

C’è un fil rouge tra formazione e professione, ma quanto ha fatto anche, in questo tuo percorso, la passione?

La passione è determinante ma nel mio caso coinvolge due ambiti che io non riesco a scindere tra loro: la fotografia e gli spazi abitati. Fotografare per me significa osservare come e dove vivono le persone. Mi ritengo fortunata perchè in trentadue anni di professione non ho ho perso l’entusiasmo, ancora oggi per me è un piacere l’aspetto della ripresa sul campo e ripaga le difficoltà che ogni lavoro comporta.

Qual è la firma stilistica che hanno le tue fotografie d’architettura?

Quello che vorrei non è esattamente quello che mi viene richiesto dalla committenza. Lavoro principalmente per le riviste di architettura e arredamento, spesso ci sono canoni di ripresa da rispettare, linguaggi da soddisfare, sponsor da gratificare, le case che fotografo possono subire re-styling ad hoc che ne snaturano l’autenticità.

Cerco almeno di essere fedele all’atmosfera, lavoro solo a luce naturale, specie da quando si lavora in digitale, prima non era sempre possibile perché le pellicole viravano di colore se utilizzavo pose troppo lunghe. L’avvento del digitale è stato di grande aiuto al mio settore; sebbene tendo a non esagerare con il fotoritocco, ammetto che la post-produzione ora consiste nel 50% del lavoro. Tornando alla domanda: spero che le mie immagini siano quanto più fedeli al carattere della casa e, di conseguenza dei suoi abitanti.

Come potresti descrivere il tuo “approccio umanistico”?

Mi piaceva e mi piace stare negli spazi abitati, mi attrae osservare come vivono le persone.

Aver modo di “abitare” , magari solo per qualche ora, le case che ho fotografato, ha allenato la mia capacità di percepire la vita vissuta in quegli spazi. Ho imparato che le case esprimono diverse personalità, diversi bisogni, diversi momenti della vita, diverse età, luoghi geografici, culture, stati sociali.

Poter attingere “sul campo” ad un patrimonio umano tanto vasto e ricco di spunti, mi ha sempre affascinato e portato a sentire le molteplici relazioni che si innescano tra la casa e i suoi abitanti. Un mondo ricco di sfumature che sottendono relazioni, atteggiamenti, emozioni, aspettative, disagi, la vita insomma…

Qual è la tua strumentazione?

Ho una vecchia Canon 5D Mark2, vecchia di qualche anno, rispetto agli standard del mondo digitale sarebbe da sostituire con modelli più recenti e performanti. In realtà non ho mai dato troppa importanza all’attrezzatura, la considero un mezzo, un compagno fedele di avventure da trattare bene perchè ti restituisca ciò che ti serve. Anche gli obbiettivi sono datati ma ancora efficienti perchè ben conservati (buone custodie per il trasporto, pulizia costante, controlli tecnici periodici, nessun prestito ad amici e colleghi). Per l’architettura sono fondamentali gli obbiettivi decentrabili, anche se oggi la post-produzione può rimediare al recupero dell’asse ortogonale, trovo che sia tutta un’altra storia vedere l’inquadratura corretta già in fase di ripresa.

In analogico utilizzavo flash monotorcia di supporto, ora in digitale riprendo a luce naturale, magari avendo la pazienza di aspettare giornate soleggiate o la luce più adatta.

Anche un buon Mac fa parte del mio corredo….anche quello vecchio ma fedele a tutto quello che mi serve, dò più importanza agli aggiornamenti dei software. Non rincorro le offerte del mercato, un po’ per una questione di budget, ma anche perchè mi limito a ciò che mi serve davvero.

Che strumentazione consigli, per iniziare, a un giovane che voglia cimentarsi?

Vale lo stesso concetto: concentrati su ciò che ti serve, ogni settore ha la sua strumentazione dedicata, non serve avere il meglio sbandierato dal mercato, il tuo “meglio” lo stabilisci tu, magari informandoti attentamente sulle caratteristiche tecniche. Diffida degli slogan delle case produttrici e affidati a schede tecniche fedeli alle effettive prestazioni del prodotto. Oggi ci sono anche i blog da cui si possono trarre preziose informazioni.

Recentemente hai approfondito la disciplina del counseling: c’è un legame con la tua identità di architetto e fotografa d’architettura?

Mi sono iscritta ad una scuola di counseling in seguito a una impasse lavorativa, l’editoria ha subìto molte trasformazioni negli ultimi anni e io mi sono chiesta dove volessi andare, se fossi davvero disposta ad eliminare tutta la mia esperienza lavorativa e, soprattutto, se non sentissi più la passione che mi aveva coinvolto fino a quel momento. Invece di lasciare alle spalle le mie esperienze, sentivo il bisogno fare una sintesi, rimodellare conoscenze e passioni per creare una nuova forma, ovvero un nuovo lavoro.

Dopo tanti anni di fotografie degli ambienti, l’anello mancante del mio peregrinare nelle case degli altri, riguardava proprio il portare in rilievo il mio sguardo nascosto, uno sguardo che fino a quel momento era rimasto ad osservare, incuriosito ma silenzioso, timoroso di interpretare.

A quel punto mi sono resa conto che non mi bastava più stare ad osservare, percepivo il bisogno di entrare in relazione con l’altro, di fargli da specchio su ciò che vedevo. Ciò che mi mancava era un approcio adeguato per ascoltare con consapevolezza, senza giudizio, con gli strumenti adatti a rendere utile ciò che mi proponevo di fare.

La decisione di frequentare un corso triennale di counseling è stata stimolata dal desiderio di dare voce, di ascoltare le persone che vivono nelle loro case per accompagnarle ad essere più consapevoli e dunque più partecipi nella progettazione del loro spazio privato. Oltre alla progettazione, il counseling abitativo si occupa di dubbi, stati di crisi, problematiche relative al tema casa, in termini di spazio e/o persone.

Che ne pensi della fototerapia?

Sono un’entusiasta sostenitrice della fototerapia, ho letto molti libri al riguardo e mi sto preparando per introdurla nel mio approcio per il counseling abitativo. Si aprono mondi creativi tutti da esplorare a fianco delle persone.

Ci sono tecniche sperimentali che generano un sodalizio tra le tue poliedriche attività artistiche e introspettive?

Direi proprio di sì, anzi considero questa mia nuova attività di counselor abitativo totalmente sperimentale, ancora tutta da costruire eppure così chiara dentro di me. I riscontri positivi che arrivano dai miei clienti mi lasciano sperare di essere su una buona strada.

La bioenergetica, che si occupa del corpo, e la Gestalt, con il focus sulle emozioni, fanno parte della mia formazione come counselor ma ci aggiungo l’esperienza di trent’anni di riprese nelle case, l’amore per lo spazio e la convinzione che in ogni persona c’è una parte di creatività da scoprire. Le tecniche, gli esperimenti, l’immaginazione da mettere in campo sono infiniti.

Come fotografa usi dei software di postproduzione per le tue foto? se si, quali? ci sono delle alternative open source?

Da sempre sono fedele a Photoshop, Lightroom e Bridge, li aggiorno costantemente ma non li cambio, non sono una fanatica dell’informatica. Per me i programmi devono limitarsi a svolgere il lavoro che mi serve. Non ho interesse ad applicarmi in quello che sento un mondo infinito di informazioni e possibilità che, però, mi porterebbero fuori stada rispetto ai miei interessi. Quando occorre mi affido a bravi specialisti del settore, spiego loro cosa mi serve e mi semplifico la vita. Mi dispiace ma non riesco a suggerire alternative che non ho sperimentato.

Ti sei mai cimentata nella modellazione e nei render? e cosa provi, da fotografa, quando osservi il rendering di un collega?

Vale il concetto della risposta precedente, non ho mai avuto curiosità per cimentarmi con i render, riconosco il loro valore per la restituzione di progetti, ma per me riguarda un aspetto tecnico. Il mio approcio alla fotografia è più umanistico, per me ha senso proprio “stare” fisicamente nel luogo che riprendo, sentire con il corpo le sensazioni che provo.

Se dovessi aver bisogno di un render mi affiderei ad uno specialista, credo nell’alleanza di professioni.

La tua vita è piena di stimoli, ma non ti torna mai voglia di progettare?

Ho studiato architettura ma già all’università sapevo che non avrei fatto l’architetto, mi interessava la materia in sé, ma sentivo troppo invasivo l’intervento di progettazione nelle case degli altri, almeno per come viene insegnata. Non sono affatto contraria al ruolo degli architetti, quelli bravi per me sono quelli che rispettano chi abita lo spazio che progettano, inoltre assolvono aspetti tecnici insormontabili per un non addetto ai lavori. Quello che manca, a mio avviso, è una maggior partecipazione dei diretti interessati, gli abitanti sono i veri protagonisti e devono dar voce alle loro esigenze e alle loro preferenze.

Oggi, con il counseling dell’abitare, posso dire di aver chiuso il cerchio: accompagno le persone a progettare da sole il loro spazio, ad essere consapevoli dei loro bisogni riguardo alla casa, a rimodellare le cose di cui si circondano. Un modo nuovo di progettare? Forse l’unico in cui abbia sempre creduto.

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Cristina, appassionata di fotografia e di architettura, consegue la laurea in Architettura nel 1984, al Politecnico di Milano.
Nel 1985 inizia a lavorare come fotografa indipendente, collaborando con le numerose testate dedicate al settore dell’architettura, dell’arredamento e del design,

attività che svolge ancora oggi con passione. La sua specializzazione riguarda la ripresa di abitazioni private, che osserva con occhio umanistico, convinta che gli ambienti rappresentino un connubio tra la natura di chi li abita e il contesto a cui appartengono.

La recente formazione in counseling la sta portando ad estendere la professione di fotografa di case verso tecniche sperimentali di coinvolgimento degli abitanti, una sorta di percorso di consapevolezza di chi abita reso per immagini.

Questo aspetto del suo lavoro è in fase sperimentale, sarà materia della sua tesi presso SIBIG (Scuola Italiana BioGestalt) nel mese di maggio.

Dopo l’estate 2017 diverrà parte integrante della sua professione.
Il suo sito è www.cristinafiorentini.it

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Blender è performante per architetti e designer? La parola ad Andrea Rotondo

Blender è un software di cui si discute molto nel mondo degli architetti e dei designer che si occupano di modellazione, render e postproduzione.
Cerchiamo di sfatare leggende metropolitane e falsi miti confrontandoci con Andrea Rotondo, Blender Traniner certificato, fondatore di BlenderGeek, fumettista, modellatore, animatore 3D, renderista, e insegnante, che ha scelto, tra tanti software, proprio Blender.

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La tua formazione mixa belle arti, comunicazione visiva e fumetto. Hai unito passione e professione. Raccontaci la tua esperienza…

Ho sempre avuto la passione per il disegno tradizionale e per il computer. Fin dai tempi del Commodore 64 prima, e successivamente dell’Amiga disegnavo a mano e al computer, imparando le basi della grafica 2D e 3D. Grazie ad Amiga mi sono avvicinato alla grafica 3D che ai tempi (si parla degli anni 94/95) erano pochi cubi perché l’hardware non era potentissimo. Di conseguenza ho sempre visto il Computer come uno strumento, come se si parlasse di una matita, pennello. Con l’evoluzione della tecnologia e del software il Computer ha sempre preso più importanza e ha sempre di più affiancato il mio mondo artistico. Ora è diventato il mio strumento di lavoro principale.

Quando è nata la passione per il mondo 3D? Riesci anche ad unire questa passione con quella per i fumetti?

Il 3D è una naturale evoluzione del 2D. Di conseguenza la mia voglia di imparare sempre qualcosa di nuovo mi ha portato ad approfondire il mondo tridimensionale. Prima con pochi cubi, poi con milioni di poligoni. Ora, nel mio caso, il 3D prevale sul 2D. Questo perché si ha più libertà di creazione, la terza dimensione aiuta tantissimo a sviluppare la propria fantasia. Di conseguenza, essendo appassionato anche di 3D, l’unione del fumetto e del 3D era inevitabile.

Hai usato e studiato molti software 3D, come è nato l’amore per Blender?

L’amore per Blender è nato per caso. Ero ammalato ed ero a casa che mi stavo annoiando. Premetto che all’epoca utilizzavo 2 software principali (i più famosi). Navigando sui vari forum leggevo della gente che era orgogliosa e motivata nell’usare Blender. All’inizio, devo ammettere, li sfottevo. Non capivo come mai erano così soddisfatti di Blender. Poi decisi di provarlo. Di sbatterci la testa per imparare. E’ stata dura… Ci ho messo 5 giorni, 8 ore al giorno per capire la mentalità e come funzionava (ai tempi non c’erano tanti video o tutorial). Però poi è stata una folgorazione. Quando ho capito il potenziale che ha Blender gli altri programmi mi sono sembrati “vecchi”.

Un giovane architetto o designer che volesse lavorare su modellazione e render, perché dovrebbe scegliere Blender? Avrebbe senso sceglierlo se non fosse open source?
Blender è veramente potente. E ve lo dico io che “purtroppo” per lavoro, spesso mi chiedono di usare obbligatoriamente anche gli altri software. Blender ha tutto e di più. Premessa, bisogna obbligatoriamente aprire la propria mente.
E’ un po’ come guidare un trattore e un go-kart. Il go-kart è veloce, potente, ma bisogna saperlo guidare altrimenti ci si schianta alla prima curva.

Come già detto Blender permette di seguire tutta la PIPELINE lavorativa senza dover uscire dal programma. Bozze, modellazione, rendering, sculpting, animazione, montaggio video, compositig, realtime, VR avviene tutto all’interno di Blender, e questo potenziale non te lo offre nessun altro programma 3D. Quindi sì. Consiglio vivamente di imparare Blender e magari dare un’occhiata anche ad un altro programma più “commerciale”. Non c’è niente di male a conoscere più di un programma 3D.

Perché il mondo dell’architettura e del design storcono il naso quando si parla di Blender? Quando è una questione di formati, quanto di prestazioni, e quanto un pregiudizio legato al suo essere un open source?

Si sicuramente l’essere Open Source non è d’aiuto. Ma adesso il mondo sta cambiando. Finalmente il cliente vuole il Prodotto Finito e non più i progetti. Quindi siamo più liberi di lavorare come preferiamo noi. Ricordo anche che motori di rendering come Cycles per l’architettura sono ottimi e molto più avanti di altri motori di resa blasonati. Inoltre anche motori come VRAY, Renderman sono compatibili con Blender.

Perché il mondo dei professionisti sottintende che un professionista serio debba “pagarsi” i programmi?

Penso sia solo una questione di “ignoranza”. Io personalmente guardo prima la potenza di un programma. Se è potente allora sono anche contento di pagare. Altrimenti tendo a trovare alternative.

Esistono molti corsi che dànno crediti formativi per l’albo degli architetti che riguardano sketchup, GIMP, e altri software. Come mai non viene preso in considerazione Blender?

Siamo sempre su un discorso di conoscenze. Probabilmente chi è nei piani alti non conosce neanche l’esistenza di Blender.

Si dice che Blender sia difficile da imparare per chi non viene dal mondo Linux. Dopo anni da formatore sei d’accordo con questa leggenda metropolitana?

16558334_10155492748917080_938043163_nLinux o no, Blender è un programma di grafica 3D professionale. Sfido chiunque a mettersi davanti ad un altro programma di grafica 3D e veder se combina qualcosa. Bisogna mettersi a studiare, imparare qualsiasi programma e Blender non fa eccezione. Io posso portare la mia esperienza che spiegandolo, Blender ha la curva d’apprendimento di 20 minuti. Dopo 20 minuti si entra nella mentalità e si inizia subito a produrre. Con altri programmi ci vogliono qualche ora. Basta vedere i video che mettiamo Online per rendersi conto quello che dico è vero.

Blender comunica in modo semplice con altri software con simile funzione?

Ormai basta esportare in FBX o ALAMBIC o DAE per avere una compatibilità al 90%. Purtroppo nella grafica 3D non esiste un formato universale.

C’è facilità di accesso a risorse free? Intendo sia manuali e videocorsi, sia librerie di oggetti e materiali, e add on?

Blender ha la Community più attiva e attenta al mondo. Sui principali siti Blender.it, Blendswap.com, Blenderartist.org, Blender.org, Cloud.blender.org, trovi veramente qualsiasi cosa e qualsiasi tipo di supporto.

Blender è competitivo anche per le animazioni?

Nell’Accademia di Belle Arti dove insegno, la mia materia è proprio Animazione. E posso affermare che anche in quel campo Blender è veramente notevole. Animazione ossea, animazione facciale, animazione tramite shape keys e altro. Non manca proprio nulla.

Cos’altro fa Blender?

Come detto prima Blender fa tutto e permette di mantenere la Pipeline lavorativa all’interno di Blender. Per tutte le funzionalità vi invito a guardare questo link: https://www.blender.org/features/

Perché un professionista serio dovrebbe mettere online un videocorso free? E’ una questione di personal branding?

Io lo faccio perché mi piace. Mi piace far vedere le potenzialità di Blender mi piace vedere che la gente apprende dai miei corsi.

Ci parli del progetto Art-Tech?

La ART è la mia società di lavoro. E’ nata con lo scopo di innovare il campo della grafica 2D e 3D. Spesso nei lavori cerchiamo la soluzione più innovativa. Ora siamo molto attivi nel mondo del Virtuale e stiamo portando le nostre tecnologie di produzione all’interno delle aziende (e Blender e una di queste).

E riguardo al progetto Blender Geek?

BlenderGeek nasce come semplice gruppo Facebook per comunicare con chi seguiva i nostri corsi dal vivo. Ora è cresciuto ed è diventato un gruppo molto grosso di gente appassionata a Blender. I membri del consiglio sono tutti professionisti che usano Blender lavorativamente. Sta per nascere anche BlenderGeek PLUS, una sorta di cloud.blender.org dove, pagando un abbonamento mensile, si avranno tutta una serie di contenuti inediti realizzati da noi, un’assistenza diretta, la possibilità di seguire i nostri HANGOUT con tutti i membri del BlenderGeekPlus e avere sconti (se non addirittura gratuiti) sui futuri corsi avanzati, professionali che faremo.

I giovani freelance che strizzano l’occhio all’open source, e che modellano renderizzano con blender, mi chiedono se c’è un’alternativa open source anche per la post produzione. Che ne pensi di GIMP? Hai altri software da consigliare?

Se per la post produzione basta modificare le tonalità, i contrasti o simili allora basta il compositing di Blender molto potente. Se bisogna eliminare errori manualmente allo consiglio KRITA al posto di GIMP che sta migliorando a vista d’occhio. GIMP è rimasto troppo “vecchio”, in tutti questi anni si è evoluto pochissimo.

Blender è targettizzato per un certo tipo di modellatori 3d, o è adatto anche ad architetti e/o a designers?

Blender è adatto per chi vuole imparare il 3D. Io ho fatto corsi a Bambini, adulti, ingegneri, architetti e altro. Se spiegato correttamente immediatamente appassiona e permette d’avere uno strumento unico e potente.

 

 

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