I segreti di un buon render svelati da Umberto, fondatore di BlenderFacile

Nella mia ricerca sui software e sulla formazione, gratuita e non, tramite canali web, la mia strada ha incrociato quella di Umberto Oldani, coinvolto in diversi progetti per aiutare i giovani ad imparare modellazione e render, soprattutto con l’utilizzo di software opensource. Ho voluto intervistarlo per capire meglio le differenze tra i software, gli errori più spesso commessi dagli inesperti, l’hardware necessario per chi vuole intraprendere questa via professionale, e alcuni “trucchi” per padroneggiare i software…

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Ciao Umberto. Iniziamo con le presentazioni: età? Provenienza? Qual è la tua formazione e quale la tua professione? Quali i tuoi interessi?

Ho 52 anni, sono nato e vivo tutt’ora a Magenta, una cittadina in provincia di Milano.

Ho un diploma di Geometra, diverse certificazioni ottenute presso centri specializzati nell’insegnamento della Computer Grafica 3D e nell’utilizzo di software di foto ritocco quali Photoshop.

Dopo aver lavorato per diverso tempo in Studi Tecnici e Imprese Edili, qualche anno fa ho fondato www.renderingevolution.com attraverso il quale supporto gli Studi di Architettura nella presentazione dei loro progetti, realizzando rendering fotorealistici.

Nello stesso periodo ho anche ideato il blog www.innovativerendering.com dove spiego quali effettivi vantaggi e benefici può avere un Architetto nel presentare al proprio cliente immagini virtuali di qualità.

Due sono gli interessi a cui tengo particolarmente:

• il primo è senz’altro la Computer Grafica 3D che mi ha portato a trasformare una vera e propria passione nella mia professione attuale

• il secondo è lo sport, che pratico da sempre e che mi permette di rilasciare tensione e nervosismo oltre che liberarmi mentalmente… non potrei farne a meno.

 

Come è iniziato il tuo interesse per i rendering fotorealistici? ti occupi anche di post produzione?

Fin da quando ero a scuola mi ha sempre attratto la possibilità di modellare oggetti.

Anche con carta e matita, ho sempre cercato di disegnare in tre dimensioni, mi piaceva e mi piace tuttora, vedere le cose che prendono forma nello spazio.

Agli inizi degli anni ‘90, con l’introduzione dei primi computer nei luoghi di lavoro, ho iniziato a produrre qualche modello di edificio con il primo AutoCad… una vera impresa.

Poi, hardware e software si sono sviluppati in modo esponenziale e vedendo ciò che i guru della Computer Grafica riuscivano a realizzare, è stato per me uno stimolo troppo forte quello di sperimentare nuove soluzioni e di provare a creare immagini qualitativamente di alto livello.

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Per i puristi del 3D come me, l’immagine finale deve essere realizzata completamente con software 3D.

Se però lavori professionalmente a contatto con Architetti e progettisti che vogliono un buon risultato in tempi molto ridotti, la post produzione si rivela assolutamente utile.

Per questo motivo mi trovo spesso ad usare tale tecnica con software di foto ritocco soprattutto quando il committente richiede rendering di esterni.
In queste situazioni, renderizzare elementi come erba, alberi e cespugli comporterebbe tempi molto lunghi, troppo lunghi, meglio lavorare in post produzione.

Con tanta pratica si possono ottenere risultati di tutto rispetto.

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Non solo, attraverso il foto ritocco è possibile inserire un nuovo complesso architettonico modellato e renderizzato, in una vista aerea per verificarne l’impatto ambientale.

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Allo stesso modo si può integrare un nuovo edificio in una vista ad altezza d’uomo per valutarne la compatibilità con le strutture adiacenti.

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“Irriverender” tratta temi relativi all’open source per l’architettura. Un tuo progetto si chiama Blender Facile. Lo usi/insegni per la modellazione o anche per i rendering?

Nel blog www.blenderfacile.it tendo a spiegare prevalentemente la fase di modellazione in ambito architettonico, mettendo a disposizione dell’utente la mia esperienza acquisita in tutti questi anni.

Considero la modellazione fondamentale per arrivare ad ottenere un render di qualità e con Blender non è proprio del tutto scontata.

A volte ci sono accorgimenti e piccoli trucchi da adottare che possono fare la differenza tra un buon modello e uno eccellente.

Attraverso dei video, cerco quindi di spiegare le diverse tecniche utilizzabili per raggiungere lo scopo nel modo più semplice e veloce possibile, usando sempre esempi concreti e dettagliando i passaggi necessari.

 

Quali sono le migliori alternative relative ai software per i rendering fotorealistici? Quali quelli open source?

Tra i software 3D di tipo commerciale esiste un’ampia scelta, quelli che mi sento di consigliare e che ho provato personalmente negli anni nel settore architettonico, sono:

Maya
3DStudio Max
Cinema 4D

Questi software, ciascuno ovviamente con i suoi pregi e difetti, sono in grado di modellare in modo eccellente e di restituire immagini finali di ottima qualità utilizzando già il sistema di rendering integrato.

Tuttavia, c’è la tendenza ad usare motori di rendering esterni come Vray o Corona Render perché ritenuti più specifici per lo scopo e quindi maggiormente performanti.

Sketchup, in particolare proprio per l’ambiente architettonico, probabilmente è il più intuitivo e risulta quindi il più semplice dal punto di vista della modellazione.

Di contro, ha necessariamente bisogno di un motore di rendering esterno come VRay o Sketchup Podium per poter renderizzare.

Tra i software open source, so di essere di parte, ma per ottenere un rendering finale di tipo fotografico, Blender non ha rivali, è un software professionale a tutti gli effetti.

Questo è stato reso possibile grazie all’introduzione, qualche anno fa, di Cycles, il motore unbiased che esegue, così come i più blasonati motori di rendering foto realistici commerciali, un calcolo fisico dell’illuminazione nella scena.

Inoltre, proprio in questo periodo, sono attese importanti novità da parte della Blender Foundation sul fronte della renderizzazione, una su tutte, con la prossima release 2.8 dovrebbe essere integrato in Blender il nuovo sistema di rendering in real time “Eevee” (acronimo di Extra Easy Virtual Environment Engine).

 

Quali sono i consigli che daresti ad un renderista in erba?

In primo luogo penso sia importante scegliere un settore in cui lavorare, in base alle proprie passioni e inclinazioni, ad esempio quello architettonico e di design, quello pubblicitario oppure quello della character animation, e specializzarsi il più possibile.

In secondo luogo, strettamente collegato a quanto appena detto, per apprendere al meglio le basi e successivamente trucchi e segreti del software che si intende utilizzare, consiglio di seguire dei corsi completi pratici anche online oppure dei programmi di formazione tenuti da un insegnante via webinar, “one to one” via Skype o anche in presenza.

In ogni caso il modo migliore per arrivare fino in fondo, è quello di insistere, anche quando sembra impossibile imparare la notevole quantità di informazioni, comandi e tecniche da utilizzare, con tanta applicazione si può arrivare ad ottenere dei buoni risultati in tempi non troppo lunghi.

Una volta fatte proprie le basi di un software 3D, consiglio di prendere una fotografia, meglio se semplice, e di provare a replicarla avvicinandosi il più possibile.

A mio avviso questo rappresenta il modo migliore per imparare a modellare, ma soprattutto per capire il comportamento della luce e dei materiali.

 

Quali gli errori più frequenti?

Mi capita di vedere utenti alle prime armi con Blender che hanno come obiettivo immediato un progetto complesso e ambizioso.

Rifacendomi a quanto detto in precedenza, serve pazienza e applicazione, ma soprattutto all’inizio serve una guida pratica, sia esso un corso o lezioni one to one, che attraverso un percorso ben strutturato permetta all’utente di apprendere gradualmente il software in tutte le sue caratteristiche.

Penso sia pressoché impossibile usare tecniche avanzate di modellazione senza conoscere le nozioni di base.

Questo discorso vale anche per le tecniche di illuminazione, texturing e rendering; occorre prima conoscere il perché si eseguono certe operazioni, cosa comporta un loro errato utilizzo e come invece impiegarle.

 

Che tipo di hardware serve per fare il renderista?

In questo lavoro l’hardware è di fondamentale importanza e purtroppo assemblare una macchina affidabile e che lavori velocemente ha un costo non indifferente.

Per riuscire a gestire comodamente la viewport e successivamente renderizzare una scena in tempi ragionevoli, serve un computer potente e ben bilanciato.

Considerando inoltre la velocità con cui si evolvono hardware e software, conviene acquistare una macchina con caratteristiche avanzate in modo tale da averla già predisposta per le eventuali future release.

In ogni caso, gli elementi fondamentali da cui partire e sulle quali impostare poi gli altri componenti, sono essenzialmente 3:

• un processore di tipo Quad Core Intel i7 da 4 Ghz
• 32 GB di RAM
• un’ottima scheda grafica di tipo NVIDIA, meglio se GTX 1080 Ti

Questi requisiti rappresentano già un buon punto di partenza, ovviamente più si sale nelle performance dei vari componenti e più aumenta il costo.

Dei tre componenti quello che riveste la maggiore importanza, è senza dubbio la scheda grafica soprattutto in virtù del fatto che oggi, i maggiori motori di rendering, richiedono una o addirittura più schede grafiche di un certo livello, per renderizzare a velocità elevatissima.

In alternativa al rendering confezionato in casa, esiste la possibilità di trasferire il calcolo finale dell’immagine che si intende realizzare, a una “render farm” online.

Sono ormai diversi i servizi di questo tipo presenti sul web, in alcuni casi espressamente dedicati ad un software in particolare, è il caso di Render Street creato
appositamente per Blender e da poco anche per Modo.

Sono particolarmente indicati per renderizzare animazioni o anche in casi in cui occorre renderizzare immagini ad una risoluzione molto elevata.

Chi invece ha la possibilità economica e di spazio adeguati, può pensare di creare una propria render farm utilizzando 4 o 6 nodi di computer connessi in rete tra loro.

 

Sui tuoi siti metti a disposizione anche risorse free. Altri sono corsi professionali a pagamento. Ci spieghi meglio l’offerta?

Rendering Evolution e Innovative Rendering sono strettamente legati tra loro e hanno lo scopo di aiutare gli Studi di Architettura fornendo loro un servizio ottimale di rendering foto realistici che presento attraverso dei video esplicativi.

Blender Facile invece è pensato per dare un efficace supporto a chi sta iniziando o già lavora nella Computer Grafica 3D prevalentemente in un contesto architettonico.

Il progetto si può idealmente suddividere in tre parti.

Per chi ha già una sufficiente dimestichezza con Blender, metto loro a disposizione tutorial che solitamente hanno una breve durata, sono gratuiti e tendono a dare soluzioni precise ad una eventuale problematica.

Per chi invece ha la necessità di realizzare rendering di architettura e design di maggior rilievo, sia interni che esterni, ho creato video corsi completi, a pagamento, in quanto tengono conto dell’importanza e della complessità del progetto.

In questi corsi vengono infatti spiegate tecniche avanzate di modellazione, di texturing e di rendering.

Di seguito i link ai corsi:

corso di architettura (esterno) con blender render

corso per realizzare un elemento di arredo

corso completo di architettura (interno/esterno) con Cycles render

Per avere un ritorno di contatti utili allo sviluppo futuro del blog e per chi intende incrementare il proprio livello di conoscenza, è presente nella piattaforma un video corso gratuito che spiega in modo dettagliato come arrivare ad ottenere un rendering foto realistico:

tutorial completo gratuito per realizzare un’immagine di still life

Come “bonus”, quindi sempre gratuitamente, ho creato un mini corso suddiviso in 8 facili lezioni dedicato a chi sta iniziando a modellare con Blender:

corso base per imparare a modellare con Blender

 

Con tutta l’offerta di 3d visualizer e renderisti, per un giovane ha senso prendere questa strada?

Domanda da 1 milione di dollari… provo comunque a rispondere…

Per chi come me ha una reale passione per il disegno, per la creazione di forme tridimensionali, oserei dire anche per l’arte figurativa in generale e ovviamente anche per ciò che la Computer Grafica 3D consente di fare, rispondo subito di si.

Non sarà sicuramente facile, ma è pur vero che con tanta determinazione è possibile raggiungere l’obiettivo finale.

Di contro, la varietà di software 3D oggi sul mercato, ha fatto si che diversi Studi di Architettura si stiano orientando verso la soluzione di realizzare i rendering in autonomia, evitando si, costi in uscita aggiuntivi, ma nella maggior parte dei casi rinunciando anche ad una qualità finale delle immagini ben diversa.

Il mio consiglio in questi casi è quello di specializzarsi il più possibile nel proprio settore, prestando sempre molta attenzione alle nuove tecnologie come la realtà aumentata, cercando di raggiungere un eccellente livello qualitativo che consenta di fare la differenza verso gli altri professionisti.

 

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Fotografia dell’Architettura ed Approccio Umanistico, ce ne parla l’Arch. Cristina Fiorentini

Fotografia, Architettura, Fotografia dell’Architettura, “Approccio Umanistico”: ce ne parla Cristina Fiorentini, Architetto e Fotografa Professionista.

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Ciao Cristina, parlaci della tua formazione e di come poi sei arrivata alla tua professione.

La passione per la fotografia è nata durante il liceo artistico, in seguito ad un corso pratico in camera oscura….ebbene sì, erano ancora quei tempi! Oggi parlare di pellicola e stampa su carta sembra riportare il tempo al pleistocene. Negli anni dell’adolescenza ho scattato le prime immagini con una macchina fotografica analogica, sviluppavo e stampavo le prime immagini in bianco e nero e per me era motivo per sperimentare il mio linguaggio.

In seguito ho frequentato e conseguito la laurea in Architettura al Politecnico di Milano, consapevole che non avrei fatto l’architetto, in realtà avevo scelto questa formazione per avvicinarmi al mondo dell’architettura, in particolare all’abitare.

Per mantenermi agli studi sono riuscita a trovare un lavoro part-time come assistente in uno studio fotografico e, durante i quattro anni di università, ho avuto modo di sperimentare diversi campi della fotografia.

Terminati gli studi, metto la laurea nel cassetto e apro la partita iva, convinta di voler essere libera di decidere e muovermi in autonomia. Gli inizi sono stati duri, specialmente dal punto di vista economico perché, oltre a dovermi costruire la clientela, ho dovuto investire nell’attrezzatura di base, allora costosissima.

Grazie all’incoscienza ed energia della gioventù ho superato i primi ostacoli, la professione si è delineata nel tempo.

C’è un fil rouge tra formazione e professione, ma quanto ha fatto anche, in questo tuo percorso, la passione?

La passione è determinante ma nel mio caso coinvolge due ambiti che io non riesco a scindere tra loro: la fotografia e gli spazi abitati. Fotografare per me significa osservare come e dove vivono le persone. Mi ritengo fortunata perchè in trentadue anni di professione non ho ho perso l’entusiasmo, ancora oggi per me è un piacere l’aspetto della ripresa sul campo e ripaga le difficoltà che ogni lavoro comporta.

Qual è la firma stilistica che hanno le tue fotografie d’architettura?

Quello che vorrei non è esattamente quello che mi viene richiesto dalla committenza. Lavoro principalmente per le riviste di architettura e arredamento, spesso ci sono canoni di ripresa da rispettare, linguaggi da soddisfare, sponsor da gratificare, le case che fotografo possono subire re-styling ad hoc che ne snaturano l’autenticità.

Cerco almeno di essere fedele all’atmosfera, lavoro solo a luce naturale, specie da quando si lavora in digitale, prima non era sempre possibile perché le pellicole viravano di colore se utilizzavo pose troppo lunghe. L’avvento del digitale è stato di grande aiuto al mio settore; sebbene tendo a non esagerare con il fotoritocco, ammetto che la post-produzione ora consiste nel 50% del lavoro. Tornando alla domanda: spero che le mie immagini siano quanto più fedeli al carattere della casa e, di conseguenza dei suoi abitanti.

Come potresti descrivere il tuo “approccio umanistico”?

Mi piaceva e mi piace stare negli spazi abitati, mi attrae osservare come vivono le persone.

Aver modo di “abitare” , magari solo per qualche ora, le case che ho fotografato, ha allenato la mia capacità di percepire la vita vissuta in quegli spazi. Ho imparato che le case esprimono diverse personalità, diversi bisogni, diversi momenti della vita, diverse età, luoghi geografici, culture, stati sociali.

Poter attingere “sul campo” ad un patrimonio umano tanto vasto e ricco di spunti, mi ha sempre affascinato e portato a sentire le molteplici relazioni che si innescano tra la casa e i suoi abitanti. Un mondo ricco di sfumature che sottendono relazioni, atteggiamenti, emozioni, aspettative, disagi, la vita insomma…

Qual è la tua strumentazione?

Ho una vecchia Canon 5D Mark2, vecchia di qualche anno, rispetto agli standard del mondo digitale sarebbe da sostituire con modelli più recenti e performanti. In realtà non ho mai dato troppa importanza all’attrezzatura, la considero un mezzo, un compagno fedele di avventure da trattare bene perchè ti restituisca ciò che ti serve. Anche gli obbiettivi sono datati ma ancora efficienti perchè ben conservati (buone custodie per il trasporto, pulizia costante, controlli tecnici periodici, nessun prestito ad amici e colleghi). Per l’architettura sono fondamentali gli obbiettivi decentrabili, anche se oggi la post-produzione può rimediare al recupero dell’asse ortogonale, trovo che sia tutta un’altra storia vedere l’inquadratura corretta già in fase di ripresa.

In analogico utilizzavo flash monotorcia di supporto, ora in digitale riprendo a luce naturale, magari avendo la pazienza di aspettare giornate soleggiate o la luce più adatta.

Anche un buon Mac fa parte del mio corredo….anche quello vecchio ma fedele a tutto quello che mi serve, dò più importanza agli aggiornamenti dei software. Non rincorro le offerte del mercato, un po’ per una questione di budget, ma anche perchè mi limito a ciò che mi serve davvero.

Che strumentazione consigli, per iniziare, a un giovane che voglia cimentarsi?

Vale lo stesso concetto: concentrati su ciò che ti serve, ogni settore ha la sua strumentazione dedicata, non serve avere il meglio sbandierato dal mercato, il tuo “meglio” lo stabilisci tu, magari informandoti attentamente sulle caratteristiche tecniche. Diffida degli slogan delle case produttrici e affidati a schede tecniche fedeli alle effettive prestazioni del prodotto. Oggi ci sono anche i blog da cui si possono trarre preziose informazioni.

Recentemente hai approfondito la disciplina del counseling: c’è un legame con la tua identità di architetto e fotografa d’architettura?

Mi sono iscritta ad una scuola di counseling in seguito a una impasse lavorativa, l’editoria ha subìto molte trasformazioni negli ultimi anni e io mi sono chiesta dove volessi andare, se fossi davvero disposta ad eliminare tutta la mia esperienza lavorativa e, soprattutto, se non sentissi più la passione che mi aveva coinvolto fino a quel momento. Invece di lasciare alle spalle le mie esperienze, sentivo il bisogno fare una sintesi, rimodellare conoscenze e passioni per creare una nuova forma, ovvero un nuovo lavoro.

Dopo tanti anni di fotografie degli ambienti, l’anello mancante del mio peregrinare nelle case degli altri, riguardava proprio il portare in rilievo il mio sguardo nascosto, uno sguardo che fino a quel momento era rimasto ad osservare, incuriosito ma silenzioso, timoroso di interpretare.

A quel punto mi sono resa conto che non mi bastava più stare ad osservare, percepivo il bisogno di entrare in relazione con l’altro, di fargli da specchio su ciò che vedevo. Ciò che mi mancava era un approcio adeguato per ascoltare con consapevolezza, senza giudizio, con gli strumenti adatti a rendere utile ciò che mi proponevo di fare.

La decisione di frequentare un corso triennale di counseling è stata stimolata dal desiderio di dare voce, di ascoltare le persone che vivono nelle loro case per accompagnarle ad essere più consapevoli e dunque più partecipi nella progettazione del loro spazio privato. Oltre alla progettazione, il counseling abitativo si occupa di dubbi, stati di crisi, problematiche relative al tema casa, in termini di spazio e/o persone.

Che ne pensi della fototerapia?

Sono un’entusiasta sostenitrice della fototerapia, ho letto molti libri al riguardo e mi sto preparando per introdurla nel mio approcio per il counseling abitativo. Si aprono mondi creativi tutti da esplorare a fianco delle persone.

Ci sono tecniche sperimentali che generano un sodalizio tra le tue poliedriche attività artistiche e introspettive?

Direi proprio di sì, anzi considero questa mia nuova attività di counselor abitativo totalmente sperimentale, ancora tutta da costruire eppure così chiara dentro di me. I riscontri positivi che arrivano dai miei clienti mi lasciano sperare di essere su una buona strada.

La bioenergetica, che si occupa del corpo, e la Gestalt, con il focus sulle emozioni, fanno parte della mia formazione come counselor ma ci aggiungo l’esperienza di trent’anni di riprese nelle case, l’amore per lo spazio e la convinzione che in ogni persona c’è una parte di creatività da scoprire. Le tecniche, gli esperimenti, l’immaginazione da mettere in campo sono infiniti.

Come fotografa usi dei software di postproduzione per le tue foto? se si, quali? ci sono delle alternative open source?

Da sempre sono fedele a Photoshop, Lightroom e Bridge, li aggiorno costantemente ma non li cambio, non sono una fanatica dell’informatica. Per me i programmi devono limitarsi a svolgere il lavoro che mi serve. Non ho interesse ad applicarmi in quello che sento un mondo infinito di informazioni e possibilità che, però, mi porterebbero fuori stada rispetto ai miei interessi. Quando occorre mi affido a bravi specialisti del settore, spiego loro cosa mi serve e mi semplifico la vita. Mi dispiace ma non riesco a suggerire alternative che non ho sperimentato.

Ti sei mai cimentata nella modellazione e nei render? e cosa provi, da fotografa, quando osservi il rendering di un collega?

Vale il concetto della risposta precedente, non ho mai avuto curiosità per cimentarmi con i render, riconosco il loro valore per la restituzione di progetti, ma per me riguarda un aspetto tecnico. Il mio approcio alla fotografia è più umanistico, per me ha senso proprio “stare” fisicamente nel luogo che riprendo, sentire con il corpo le sensazioni che provo.

Se dovessi aver bisogno di un render mi affiderei ad uno specialista, credo nell’alleanza di professioni.

La tua vita è piena di stimoli, ma non ti torna mai voglia di progettare?

Ho studiato architettura ma già all’università sapevo che non avrei fatto l’architetto, mi interessava la materia in sé, ma sentivo troppo invasivo l’intervento di progettazione nelle case degli altri, almeno per come viene insegnata. Non sono affatto contraria al ruolo degli architetti, quelli bravi per me sono quelli che rispettano chi abita lo spazio che progettano, inoltre assolvono aspetti tecnici insormontabili per un non addetto ai lavori. Quello che manca, a mio avviso, è una maggior partecipazione dei diretti interessati, gli abitanti sono i veri protagonisti e devono dar voce alle loro esigenze e alle loro preferenze.

Oggi, con il counseling dell’abitare, posso dire di aver chiuso il cerchio: accompagno le persone a progettare da sole il loro spazio, ad essere consapevoli dei loro bisogni riguardo alla casa, a rimodellare le cose di cui si circondano. Un modo nuovo di progettare? Forse l’unico in cui abbia sempre creduto.

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Cristina, appassionata di fotografia e di architettura, consegue la laurea in Architettura nel 1984, al Politecnico di Milano.
Nel 1985 inizia a lavorare come fotografa indipendente, collaborando con le numerose testate dedicate al settore dell’architettura, dell’arredamento e del design,

attività che svolge ancora oggi con passione. La sua specializzazione riguarda la ripresa di abitazioni private, che osserva con occhio umanistico, convinta che gli ambienti rappresentino un connubio tra la natura di chi li abita e il contesto a cui appartengono.

La recente formazione in counseling la sta portando ad estendere la professione di fotografa di case verso tecniche sperimentali di coinvolgimento degli abitanti, una sorta di percorso di consapevolezza di chi abita reso per immagini.

Questo aspetto del suo lavoro è in fase sperimentale, sarà materia della sua tesi presso SIBIG (Scuola Italiana BioGestalt) nel mese di maggio.

Dopo l’estate 2017 diverrà parte integrante della sua professione.
Il suo sito è www.cristinafiorentini.it

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