ArchWeek, Cino Zucchi: Fondazione Castiglioni e il design “utile”

Anche quest’anno si è tenuta a Milano l’ArchWeek, settimana destinata ad eventi culturali d’Architettura e di Design.
Nel programma spiccano i nomi di progettisti famosi e illustri professori del Politecnico di Milano: Cino Zucchi, Stefano Boeri, Roberto Dulio

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Nella giornata di sabato 17 giugno si è tenuta una visita alla sede storica dello studio di Design di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, introdotta da Cino Zucchi.

Era una torrida giornata di giugno, ma ciò non ha scoraggiato l’utenza, che comprendeva molte persone venute anche da altre province e regioni.
L’introduzione di Cino Zucchi era così piena di spunti di riflessione che sintetizzarla è stato quasi impossibile.
Ha iniziato spiegando che tutto il Sempione era la “piazza d’armi” del Castello Sforzesco, e che l’edificio dello studio Achille Castiglioni, oggi Fondazione, è il tipico edificio costruito col Piano Beruto, che presenta elementi neo-barocchi oltre ad uno stile, più che milanese, lombardesco, caratterizzato da cotto, pietra bianca e, anche se non in questo caso, graffiti.

L’edificio presenta influenze ingegneristiche in un’epoca in cui il gusto e la tecnica erano influenzate parimenti dal Politecnico (allora estremamente ingegneristico) e dall’Accademia di Brera.
La “Milanesità” che caratterizza il design milanese dagli anni 60 ai 70 è influenzata da due fattori: l’occasione e la “scelta” (un po’ come nell’amore: l’occasione ti fa conoscere molti potenziali partner, ma sei tu che “scegli”).
L’era del design a Milano vede personaggi di spicco come i Castiglioni e Magistretti, che presentano una grande freschezza mentale, e capacità di dialogare con l’industria e sviluppare un design “utile trasformando semplici oggetti utili in design.

Stile, parola abolita dagli atenei perché considerata negativamente, a causa dell’ambito eclettico in cui è spesso impiegato questo termine, va in realtà riconsiderato come capacità di dare il carattere giusto ad un oggetto o ad un edificio.
Tante le cause che hanno provocato, dopo gli anni ‘80, il declino di Milano come città dell’industria del design: tangentopoli ma anche la fine di un’epoca.

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Cosa distingue un designer da chi non lo è? La capacità di fare un vaso che non sia un vaso da notte (pitale) e il saperli distinguere.
E’ importante saper riconoscere anche senza condividere: “Se oggi vedo uno studente o studentessa coi pantaloni strappati non penso nè che sia povero/a, nè che si sia fatto/a male cadendo in Vespa: che piaccia o no, il pantalone stracciato è entrato nell’immaginario cambiando significato“.

Zucchi ha parlato anche delle diverse tecniche ed epoche del disegno e del progetto, usando delle metafore: disegnare a mano è come lavorare la creta. Il lavoro continuo su lucido permette in ogni singolo momento di spostare una singola linea in un qualsiasi modo. Lavorare coi software è invece come lavorare coi lego, con dei moduli, ed inevitabilmente i due modi influenzano il progetto.
Siamo ben lontani da quando i disegnatori prendevano le misure ad occhio e prenderle era solo un verificarle. I disegnatori, all’epoca, introiettavano la proporzione.


A questa fiorente stagione di design ne è seguita un’altra troppo influenzata dal marketing, dove ai progettisti si sono sostituite figure esperte nel conoscere il mercato.
Molti prototipi non arrivano neanche alla produzione, e spesso il motivo è semplicemente legato al marketing. Ogni fallimento conduce però all’idea (Fail fail fail… better).
Cos’è un buon oggetto di design? Un oggetto che diventa un po’ come un animale domestico, che fa parte della casa da sempre.
Il design moderno è caricato di astrattismo. Ogni oggetto deve avere per forza un concept. A Jasper Morrison chiesero qual’era il concept della sua macchina fotografica. Rispose che sembrava una macchina fotografica!
Viviamo in un’epoca di minoranze in contrasto tra loro. Cyberpunk vs veg etc etc, tra cui è difficile mediare e dialogare.
Il progettista sembra quasi più un mediatore tra entità: vigili del fuoco, comune, committente…
Il buon design di oggi e di ieri deve unire codice e innovazione.
Interessante l’alterazione leggera del significato, che coniuga la capacità formale con l’oggetto d’uso.

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Dopo l’introduzione di Cino Zucchi, siamo entrati a visitare la Fondazione.
I Castiglioni erano tre fratelli figli di un importante scultore, che aveva fatto anche una delle porte del Duomo di Milano, e tra le loro collaborazioni vi era Caccia Dominioni.
Negli anni ’60 lo studio si sposta in zona Castello, dopo l’allontanamento di Livio, che va a progettare radio. Pier Giacomo e Achille progettano nel nuovo studio fino al ’68, anno della scomparsa di Pier Giacomo. Quasi tutti i capolavori sono stati progettati nel periodo in cui Pier Giacomo era ancora in vita.

Lo studio ha una composizione multiforme: disegnatori, ingegneri, grafici, ma anche operatori tecnici, tenuti in grande considerazione poiché in grado di segnalare i limiti del progetto dal punto di vista della produzione.

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Mezzadro e Sella sono due sperimentazioni di sgabello.
Mezzadro è ispirato al sedile del trattore e al suo molleggiare, nonché all’ergonomia della forma della seduta. Era uno sgabello pensato per chi, lavorando ad un tavolo, poteva molleggiare per prendere oggetti distanti riposti sul tavolo di lavoro, ai margini.
Sella era uno sgabello ispirato ai sellini delle biciclette, pensato per essere usato durante le telefonate. I telefoni ai tempi erano all’ingresso delle case, e serviva uno sgabello di dimensioni contenute, e di altezza compatibile al telefono (sarebbe stato scomodo parlare seduti su una sedia di altezza tradizionale). Il piede della “sella” era semisferico, in modo che la persona seduta potesse ondeggiare. La sua scomodità era ideale per contenere il tempo al telefono, visti i costi elevati delle telefonate all’epoca.

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I Castiglioni sono stati anche progettisti dello storico interruttore che sicuramente ognuno di noi ha (o ha avuto) a casa sua…

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I Castiglioni collezionavano oggetti particolari nati per risolvere problemi pratici, come uno sgabello che si legava alla vita, ideato per i fattori, in modo che potessero sedere ogni volta accanto ad una mucca diversa solo accasciandosi, in modo da mungere tenendo le mani pulite e toccando solo le mammelle delle mucche.

Molti di questi oggetti collezionati e trovati in giro, di progettista ignoto, si trovano in una grande vetrina in una stanza di passaggio dello studio dei Castiglioni. Si tratta di una vetrina da medico, quella che nei decenni scorsi usavano per tenere i medicinali.
In questa stanza di passaggio, ad angolo, è presente un grande specchio posizionato in modo obliquo rispetto alle pareti, che permette a chi si trova nell’ultima stanza, di vedere chi arriva dal corridoio. Achille usò questo excamotage visivo per fare molti scherzi a clienti e colleghi, che quasi andavano a sbattere sullo specchio nel tentativo di stringere la mano alla sua immagine riflessa.

Una stanza piena di modellini e prototipi contiene la lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni, che, con un arco di metallo, riconduce il punto luce sul tavolo. Il piede è un blocco di marmo di 45 kg, con un buco fatto apposta per favorire lo spostamento senza fastidi per il corpo.

Sempre in questo ambiente c’è la lampada il cui rivestimento è fatto di un materiale plastico che ricorda la colla vinilica, le ragnatele, lo zucchero filato e una serie di altre suggestioni.

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Vediamo dopo Gibigiana, una lampada da lettura progettata da Achille, che, focalizzando la luce in un preciso punto, permette di non disturbare il partner dormiente durante la lettura serale.

Vediamo alcuni progetti per la sala da pranzo. Sedie pieghevoli per eventuali ospiti, e una tavola imbandita che è un’allestimento ma invita ad entrare e mangiare, grazie alla sua estetica molto attuale. Vi è una scala appesa al muro, per ogni evenienza, a vista, e una scaletta di tre gradini, portaoggetti, ispirata ai mobili dei fioristi. E’ presente anche un contenitore di utensili da cucina, ispirato ai contenitori da lavoro.

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Il genero di Achille Castiglioni ha infine raccontato un aneddoto: mentre lui e la compagna studiavano topografia alla facoltà di geologia, Achille si avvicinò curioso: mesi dopo uscì il divano fatto a curve di livello

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Appunti della Conferenza Nazionale Sull’Architettura

CONFERENZA NAZIONALE SULL’ARCHITETTURA
VERSO UNA STRATEGIA DI SISTEMA PER L’ARCHITETTURA ITALIANA: FORMAZIONE, RICERCA, PROFESSIONE

Il 27 Aprile 2017, a Roma, si è tenuta la Conferenza Nazionale sull’Architettura, verso una strategia di sistema per l’Architettura Italiana: formazione, ricerca professione. Ho fatto un report. Alcune imprecisioni potrebbero essere state causate da problemi di connessione e comprensione. Segnalatemi pure eventuali rettifiche via mail.

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A moderare  è Mauro Salerno, che si occupa di edilizia, infrastrutture e appalti per IlSole24Ore, e anticipa che il fulcro della discussione sarà il sodalizio tra Professione e Università, e una proposta unitaria per la formazione.

Iniziano i saluti:

Il primo ad intervenire è Giuseppe Cappochin, il Presidente del CNAPPC. Ricorda che è il terzo momento, in 3 mesi, in cui ordine e atenei si incontrano per confrontarsi, grazie anche all’impegno di Saverio Mecca. Accenna al tema del tirocinio in relazione all’abilitazione, e ad alcune questioni inerenti alla possibilità di esercitare essendo docente full time.

Il secondo a prendere la parola è il sopracitato Saverio Mecca, Presidente della CUIA (Conferenza Universitaria Italiana
di Architettura), che valorizza il ruolo sociale e politico dell’Architetto.

A prendere la parola è ora Barbara Degani, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare. Parla del confine tra architettura e tutela del paesaggio. Ricorda che il 14 maggio è la giornata del paesaggio. Parla di sviluppo sostenibile, del riciclo dei rifiuti, del tema della riqualificazione, che deve essere incluso negli appalti pubblici.

E’ il turno di Cosimo Ferri, Sottosegretario al Ministero della Giustizia, che porta il delicato tema dell’edilizia penitenziaria e dell’arredamento delle carceri, delle aree verdi, delle aree comuni, delle sale colloqui e per gli incontri familiari, il tutto seguendo le norme antisismiche.

L’apertura e i saluti istituzionali prevedono anche gli interventi Dorina Bianchi Sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo,
Maria Letizia Melina, della Direzione Generale per lo studente, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della formazione superiore, MIUR, e Adalberto Del Bo Vicepresidente European Association for Architectural Education

Viene poi letto un messaggio per iscritto inviato da un ospite che non è potuto essere presente. Il tema è “costruire in modo intelligente“, conciliando ecosostenibilità, analisi, scelta dei materiali, impatto, e offerta progettuale.

Prende la parola Federico Cinquepalmi, il Dirigente dell’Ufficio Internazionalizzazione della Formazione superiore, MIUR, che si occupa delle direttive europee sulla formazione.
E’ molto soddisfatto per il ritrovato dialogo tra CUIA e CNAPPC.
Riprende il tema del ruolo politico dell’architetto, il suo ruolo “di rappresentanza” e la sua capacità di modificare il territorio. Cita il progetto Casa Italia e altri progetti ambiziosi sotto l’aspetto della riqualificazione.

L’intervento successivo si concentra sul tema della ricerca, della salvaguardia della deontologia.
Si deve lavorare su due piani: l’alta formazione e l’internazionalizzazione della figura dell’architetto.
Si parla del progetto “Caschi Blu della Cultura“, e viene citato un passo del De Architectura di Vitruvio.

L’Europa dell’Architettura “regge” ai cambiamenti politici.Parla anche del progetto Erasmus, dell’Architect’s Council of Europe, che raccoglie tutti gli Ordini degli Architetti d’Europa, dell’architetto come figura mondiale, e del “Learning with the world”.

Prende la parola Mario Panizza, Rettore dell’Università Roma Tre, CRUI.
Ribadisce l’importanza di concentrarsi su temi concreti, come quello delle barriere architettoniche. Parla dell’annoso problema dell’ “espropriazione” delle attività degli architetti ad opera dei geometri, i quali contribuiscono al 15% in più del PIL, poichè il geometra viene percepito dai clienti come una figura maggiormente “concreta”.
In seguito parla dell‘interdisciplinarietà e del percorso di Laurea in tutela del territorio.
Ribadisce che oltre ai fondi devono esserci anche buoni progetti.

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Inizia la Tavola Rotonda della mattina…

Il moderatore presenta alcuni numeri relativi al mondo dell’architettura.
“Si diventa architetti più per attitudine che per soldi”:
154.000 iscritti all’Albo degli Architetti, il numero più alto in Europa (in Francia e in Inghilterra sono 30.000 e in Germania sono 100.000), ma anche il reddito più basso in Europa. In Italia, nel nostro settore, il tasso di disoccupazione è addirittura al 31%. Il reddito degli under 30 è di 9.000 euro all’anno, mentre gli ingegneri arrivano a 13.000 euro.
Di contro, i geometri arrivano a 32.000 all’anno.
Si parla di formazione permanente e della possibilità di sostituire il quinto anno con due anni di tirocinio.

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Torna a parlare Capocchin. Il titolo del suo intervento è “Il ruolo dell’architettura: per il territorio e il patrimonio”. Parla della crisi economica e finanziaria, e del repentino cambio della società, che “invecchia”, e che vede “destrutturato” il vecchio concetto di famiglia. Parla della legge sulla promozione della qualità architettonica.
Parla del ruolo dell’Architetto nelle altre nazioni, dove la sua figura è ben definita. Parla dei tariffari e dei concorsi (in particolare fa riferimento all’articolo 23, comma 2, codice appalti, e a come quasi mai si faccia ricorso ai concorsi).
In Italia i concorsi finiscono per far lavorare gratis i professionisti. I cinque finalisti dovrebbero dividersi il premio economico, mentre il primo avrebbe l’onere e l’onore di eseguire il progetto finale. Parla dell’Architettura come di un volàno economico e del plusvalore che si genera nei quartieri riqualificati.

Prosegue Saverio Mecca, dicendo che L’Ordine Italiano è uscito dall’UIA (International Union of Architect) per via dei costi inaccettabili, basati sul numero dei nostri iscritti. La speranza è che si possa accedere secondo altri parametri, riducendo il prezzo a circa un quinto.
Dice anche che gli architetti italiani, comunque, all’estero sono molto apprezzati.
Il titolo dell’intervento è: “Un progetto di riforma del sistema formativo dell’architetto in Italia”
Si parla di una specializzazione post lauream simile a quella dei medici, e della possibilità di revisionare le classi di laurea, con la già indicata possibilità di passare ad un 4+2, per un rapporto sistemico formazione/professione (professional tecnoship). Indica anche proposte a basso impatto economico, e parla del problema delle competenze non esclusive degli architetti.
Ricorda che l’Italia è un territorio molto antropizzato, e che la formazione non deve dimenticare il suo duplice compito di formazione e di ricerca. Ricorda anche che l’architetto ha una responsabilità di interesse pubblico.

Lo segue il relatore Paolo Malara, Coordinatore Dipartimento Università, tirocini ed esami di stato del CNAPPC. Il titolo dell’intervento è “Il progetto formativo e professionale dell’architetto”.
Parla dell’esigenza di parlare seriamente del 328, al fine di “non spezzare l’architettura”. Anche lui riprende il tema del tirocinio e della possibilità di un “accordo obbligatorio”.

E’ il turno di Paolo Giandebiaggi, Università di Parma, CUIA, il cui intervento si intitola “Mercato e formazione in Architettura: l’esperienza del sub-group Architects-European Commission”.
Inizia dicendo che finora ci sono state pochissime regole per la formazione, e che molte facoltà hanno sfumature non finalizzate all’esercizio della professione di Architetto, ad esempio più mirate all’arte e alla tecnica.
Ricorda che la nostra disciplina ha ben undici aree di competenza (progettazione, restauro, tecnologia, economia, sociologia, giurisprudenza…) e i crediti formativi universitari non sono equilibrati: la metà dovrebbero essere destinati a materie di progetto. Il “lavoro” deve essere introdotto nelle accademie.

L’intervento del viceministro viene posticipato, e si dà la parola a Lorenzo Bellicini, Direttore CRESME, il cui intervento è dedicato a “Formazione, professione, mercato. Scenari per il XXI secolo”.
Inizia chiedendo cosa sia l’architettura oggi, ricordando che la richiesta, al livello planetario, è crescente. Lamenta il fatto che lo studente o il neolaureato non hanno docenti che lo orientino e indirizzino.

Prende parola Livio Sacchi, Coordinatore Dipartimento Esteri del CNAPPC, il cui intervento riguarda “Il mercato dell’architettura
in un quadro internazionale”. Inizia con un’indagine sull’internazionalizzazione (ad opera di Inarcassa), che vede il 59% dei partecipanti disposto a lasciare l’Italia, il 30% che è già stato all’estero e un 64% non intenzionato a spostarsi. Molti dichiarano di non volersi spostare neanche dalla propria provincia. Ricorda che Bernini e Borromini si spostarono a Roma e che Gropius e Van Der Rohe, spostandosi in America, influenzarono la modernità americana. Anche in Italia ci sono moltissimi professionisti stranieri.
Proietta delle slide che vedono l’Italia prima per numero di architetti e penultima per numero di laureati.
Gli italiani all’estero primeggiano per la padronanza di software come Rhinoceros, Sketchup e Revit, ma anche nel facility management e nel BIM.
Alcuni non lavorano all’esterno ma si spostano all’occorrenza, che summit coi clienti, altri invece preferiscono lavorare in tandem col cliente (i cinesi, ad esempio, richiedono questo approccio).
I posti di maggiore richiesta sono l’Europa, il Canada, il Medio Oriente,l’Iraq, la Siria, l’Estremo Oriente e l’Africa.
Invita inoltre alla cura dell’Heritage (Patrimonio culturale e architettonico), e alla cultura della città.
Ricorda che gli studi professionali, in Italia, sono, mediamente, di piccola dimensione, ma in relazione alle nostre città e ai nostri edifici, relativamente “piccoli”.
Il professionista degli studi in Italia ha una scarsa propensione al digitale, al BIM, ai nuovi materiali.
Le dieci più importanti società di Architettura al mondo sono californiane.
Suggerisce il modello francesce: l’alleanza tra Atenei e Professione, che nel nostro caso potrebbe comprendere anche gli attori pubblici, e anche altri ministeri, oltre al MIUR.

Prende la parola Ilaria Valente, docente del Politecnico di Milano, CUIA. Il titolo dell’intervento è “Prospettive di internazionalizzazione per le Scuole di Architettura italiane”.
Ringrazia Livio Sacchi e Alberto Ferlenga, e propone una sfida: formare architetti “capaci di stare nel mondo”.
Non dobbiamo diventare “Globish”, perdendo le doti per cui ci apprezzano all’estero. Dobbiamo maneggiare gli strumenti, ma non confondere strumento e finalità, progetto e processo. Va data maggiore attenzione al progetto.
Va costruita una rete di città e di scuole d’Architettura. L’Erasmus ha creato una generazione di “Architetti europei”.
In Italia il grande vantaggio è di avere atenei immersi nella città e nell’architettura, diversamente dai Campus stranieri.
Dobbiamo rendere accoglienti gli atenei e le città universitarie.
Nel “Ranking” degli atenei non sono chiari i parametri. Il Politecnico di Milano raggiunge ottime posizioni, ma è anche vero che alcune ottime scuole, piccole eccellenze, che non fanno “massa critica”, non rientrano nei parametri.
Ambigui anche i parametri per avere l'”etichetta” di Corso Internazionale: per molti è un corso totalmente in inglese, ma ad esempio il Politecnico di Milano eroga corsi bilingue.
Anche tasse e borse di studio dovrebbero essere “internazionalizzate”, per premiare l’eccellenza anche dei nostri studenti stranieri: molti di loro abbandonano la borsa di studio perché le altre spese sono troppo alte.

Conclude la tavola rotonda della mattina Riccardo Nencini, Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
I nostri atenei hanno avuto un crollo fortissimo di iscritti, soprattutto in Sicilia e all’Aquila.
La nostra nazione non ha vere e proprie metropoli, se non Milano e la sua Hinterland. Sono cambiate le esigenze. Il 52% delle famiglie sono ormai “famiglie non tradizionali”, con case piccole e servizi energetici diversi. Siamo nel pieno di un cambio epocale. Anche Dostoevskij, dopo aver visto le industrie di Londra, ne rimase colpito e ne fu influenzato come uomo di cultura.
Sul tema dell’estero, il relatore ritiene interessante riportare un aneddoto: Lorenzo Il Magnifico, preoccupato dell’esodo degli artisti dal suo regno, fece un bando. Al terzo bando disertato, aggiunse un compenso. Se vogliamo invitare i giovani a tornare, dobbiamo offrire loro qualcosa.
Invita prudenza nell’invitare i giovani ad investire sull’Africa, che ha 49 paesi presidiati da dittature militari e Paesi a Nord agitati dalle primavere arabe.
Pone l’attenzione sui problemi dei piccoli studi, che non riescono ad arrivare a fine mese, e alle speranze disattese dagli appalti di fine anni ’90.
Invita a riprendere i piani periferie nelle città.

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Nel pomeriggio, si apre una tavola rotonda dal titolo:

“L’architettura per il futuro dell’Italia. Proposte per il sistema dell’architettura: formazione, ricerca, professione”

Il moderatore, Nicola Di Battista, Direttore “Domus”, introduce raccontando un aneddoto sul Dopoguerra, relativo ad un importante incontro tra filosofi e architetti. Il primo ad intervenire è Heidegger, che usa l’architettura come metafora filosofica, ma viene preso alla lettera. Interviene Ortega, che profetizza che “Ad ogni edificio vedremo l’impertinente profilo di uno a cui è venuta voglia di farlo così”.

Interviene Federico Cinquepalmi, che parla del progetto “Caschi blu della cultura” e delle possibilità in Marocco.

Lo segue Sara Marini, professore associato IUAV, che riprende il tema dello “specializzarsi” per “surfare” nel mercato, che va dunque “diversificato”.
Ribadisce, come già detto, che “per i geometri è più facile“, perché le risposte degli architetti vengono percepite come “meno precise”.
Viene indicata Maria Giuseppina Grasso Cannizzo e il suo modo di lavorare su piccoli spazi. Il piccolo è problematico?
L’ambizione non va demonizzata. E’ positiva e senza di esse le generazioni si laureerebbero già scoraggiate.
Ricorda quando il “made in Italy” debba all’architettura, e invita al riflettere sul nostro essere sempre “penultimi”, che, diversamente dall’essere ultimi, impedisce di agire davvero.

Nicola Di Battista interviene dicendo che ad Architettura non si insegna “il mestiere”, ma che lo si impara facendolo.
Ricorda che il Design è riuscito a diventare disciplina autonoma.
Invita anche a riflettere sul perché in Italia non ci siano metropoli.

E il turno di Silvia Viviani, Presidente dell‘Istituto Nazionale di Urbanistica, primo presidente donna e libera professionista.
Invita a uscire dal binarismo dei giudizi bello/brutto o global/local.
Parla del Brand Italiano e chiarisce che è un momento sia di grande fragilità che culturalmente basso.
Manca una “cassetta degli attrezzi” sia tecnica che culturale, che l’architetto deve essere capace di utilizzare.
Dobbiamo ri-tessere i rapporti tra professionisti, fuori da una chiave di competizione, ma in un’ottica di scambio. Le conoscenze vanno condivise, e i progetti devono essere culturali, e ottenuti mediante processi di sperimentazione, unendo tecnica e cultura.
Quando si parla di città, tutti prendono parola, ma nessuno ascolta l’architetto urbanista, che è l’unico ad avere le “chiavi inglesi”.
Abbiamo rovinato delle generazioni con alcuni tormentoni semantici come “non luogo”, “ri-generati” e “rammendo”, di cui abbiamo riempito le nostre lezioni.
Cita Romiti, il quale ha detto che, se oggi avesse vent’anni, andrebbe a stare ad Amatrice, con -20 gradi d’inverno, per vivere un posto prima di modificarlo.

E’ il turno di Ezio Micelli, professore associato all’IUAV, di Economia Urbana.
Il primo punto è relativo alla tecnologia e all’incomprensibile diffidenza che la riguarda. Introduce il concetto di Retrofit: la generazione del territorio con nuove tecnologie, smaterializzare o appropriarsi delle tecnologie come ha già fatto l’artigiano.
Il secondo punto riguarda invece i saperi: il lavoro di gruppo è molto adoperato negli atenei, ma poi mediamente gli studi hanno 1,4 persone nel loro organico. Ai saperi viene invece dato poco spazio.
Fa riferimento a delle piccole eccellenze che non hanno retto, facendo si che si salvassero solo le realtà di taglia più grande.
Il terzo punto riguarda l’Architettura che trasforma la domanda latente in progetto. L’architetto è un umanista che ha studiato anche dinamiche sociali, e che deve declinare la professionalità, interpretare le ambizioni e dare loro forma.

Segue un breve intervento di Alessandra Ferrari, Coordinatrice del Dipartimento Promozione della cultura architettonica e della figura dell’architetto del CNAPPC

Prosegue il moderatore:
Magistretti, con una sola mano, disegnava e aveva tantissimo lavoro, un lavoro che oggi non c’è. Altri stati hanno non solo delle leggi sull’Architettura, ma sensibilizzano i bambini alla professione già dalle scuole elementari. In Francia l’Architetto ha delle competenze nette.
Andrebbero fatte delle piccole operazioni pratiche in merito.
Ai nostri Architetti, all’estero, chiedono come manteniamo la specificità dei nostri luoghi.
Un tempo si iniziava prestissimo. Il fondatore di Domus aveva 18 anni e il cofondatore 24 (Giò Ponti). Lo stesso anno, da altrettanto giovani fondatori, veniva fondata La Casa Bella.

Interviene Valerio Barberis, Assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici
del Comune di Prato.
Chiarisce che non è più la fase storica in cui si può lavorare con la ricerca (quindi anche tramite concorsi). Sarebbe meglio, inoltre, che ci fossero più concorsi e che fossero più piccoli.

La parola passa a Anna Maria Giovenale, preside dell’Università di Roma Sapienza, CUIA.
Fa notare che il design ha sempre anticipato la domanda, mentre l’architettura, al contrario, l’ha sempre “inseguita:
Ricorda che l’Italia ha 22 scuole d’architettura, tutte pubbliche, a cui si aggiungono le scuole di ingegneria.
Perché obbligare alla formazione?
Il triennio appena conclusosi è stato analizzato:
due aree tematiche sono state dimenticate dagli organizzatori: l’interior design e il restauro, entrambe eccellenze italiane.
Sono stati preferiti i temi di grande formazione e di acquisizione di un’abilità immediata o di un’abilitazione.
Molti hanno investito nella formazione Bim, che però è ancora poco applicata.

Segue Paola Gigli, dell’Ufficio della Presidenza della Conferenza Nazionale
degli Ordini APPC – Gruppo Operativo Università.
Riprende il tema dei tirocini post lauream e dei laboratori condivisi.
Consiglia di ideare nuove forme di società tra professionisti, al di là delle tanto odiate STP.

Interviene quindi Paolo Mellano, del Politecnico di Torino, CUIA, che invita a rinnovare la formazione, e retribuire i tirocini.

E’ il turno di Antonello Sanna, appena arrivato in aereo, Università di Cagliari, CUIA, ex preside della facoltà di architettura, ora accorpata a ingegneria. Segnala la diminuzione di iscritti alle facoltà e agli albi.

Conclude il moderatore dicendo che così come i professionisti di Berlino Ovest rifecero Berlino Est, dovremmo rifare l’italia.

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L’ambiente bagno: progettazione, design, tecnologie e tendenze

Il 4 maggio di quest’anno ho partecipato ad un interessante evento di formazione, tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano, riguardante la progettazione, il design, le tecnologie e le tendenze dell’ambiente bagno.

L’incontro è stato moderato dal Dott. Oscar G. Colli, giornalista ed esperto di disegno industriale, fondatore della rivista “Il bagno oggi e domani” e membro giudicante dellOsservatorio Permanente di Design di ADI.

Ecco la cronaca dell’evento…

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Il primo intervento è dell’Architetto Simone Micheli, dello studio Architectural Hero, con sede a Firenze, Milano e Dubai, esperto in comunicazione, arredo di interni e design e vincitore dell’Iconic Award 2014 di Francoforte, nella categoria Interior Winner, col progetto Uffici e showroom realizzato per Rubens Luciano in provincia di Venezia.
Da architetto e scenografo, Micheli parla dell’esperienza che diventa memoria, mostrando alcuni esempi di spa, ambienti welness e resort.
L’argomento è quindi il centro benessere come luogo esperienziale.

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Il secondo è  Massimo Dezza, tecnico e formatore, inerentemente al suo ruolo nella Roca. Il tema dell’intervento è “l’integrazione tra la funzionaltà e l’eleganza”. “Sono come san Tommaso, devo metterci il naso…solo maneggiando il prodotto si arriva veramente a conoscerlo, amarlo e odiarlo”. Con questa citazione, Dezza apre il suo intervento, che, dopo un chiarimento sulla composizione delle moderne ceramiche per bagni, racconta le ricerche tecnologiche della sua azienda per migliorare il comfort, come il rubinetto la cui rotazione investe principalmente il range di temperatura confortevole per il corpo umano (dai 34 ai 42 gradi) e migliorare la durata dei prodotti (la cartuccia termostatica non più in ottone ma in noryl).

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Successivamente è stato il turno di Federico Di Lella, della Ideal Standard, formatore e laureato in psicologia.  Dopo aver presentato il sito destinato ai professionisti, e aver rilasciato agli architetti i file cad e bim dei prodotti della propria azienda, Di Lella ha spiegato che il bagno impiega il 60% dei consumi dell’acqua domestica.
Dell’acqua sul pianeta, solo il 3% è dolce, e solo l’1% è potabile, ma di questo “uno” il 60% va all’agricoltura, il 30% all’industria e solo il 10% alle abitazioni.
E’ necessario passare all’ottica watenergy, pensando a tutta l’energia connessa all’erogazione dell’acqua, con accorgimenti come dei rubinetti ecologici che non azionino continuamente e inutilmente la caldaia. Inoltre presenta un sistema di emissione dell’acqua nei vasi Ideal Standard che, eliminando la fascia di porcellana dalla quale, nei wc tradizionali, viene erogata l’acqua, evita l’80% degli schizzi, il 90% dei vapori batterici e il 25% del rumore.

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Il seguente relatore è stato Olivo Foglieni di Ridea, dirigente partito dal basso, ora leader del gruppo FECS, azienda specializzata nel recupero e nella raffinazione dei materiali ferrosi e non ferrosi, che rappresenta una delle più importanti realtà manifatturiere della bergamasca. L’intervento ha avuto come tema “Dal rifiuto al design: i vantaggi di un termoarredo prodotto totalmente in alluminio riciclato”.
Foglieni ha spiegato come l’alluminio venga lavorato monitorandone la radioattività. Ha poi elencato i vantaggi dell’alluminio come materiale: riciclabile, diffuso, di facile lavorazione. Usando poi i “rottami”, il risparmio sulla lavorazione è del 95%.
Per darci dei numeri e dei riferimenti, ci ha spiegato poi che con 640 lattine si fa un cerchione auto, con 360 una bici da corsa, con 150 una city bike, con 37 una caffettiera, con 3 un paio di occhiali e con 200 ciò che e tema del suo intervento: un radiatore.
Il calorifero in alluminio presenta vari vantaggi: contiene più acqua, è più leggero e si riscalda e raffredda velocemente. Nei modelli presentati da Foglieno, inoltre, vi è il vantaggio dell‘ispezionabilità, per pulire o verniciare.

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Chiude la mattinata l’intervento di Luca Marin di MAMOLI s.r.l., che racconta di come la sua azienda abbia sempre collaborato con grandi firme del design, come Giò Ponti, o interpreti del design moderno come Alessandro Mendini, Max Adler, designer milanese per il “design democratico”, o con l’eccentrica Paola Navone.
Dopo una carrellata di immagini, ci spiega che la Mamoli ha il culto del ricambio e che i pezzi sono molto duraturi grazie alla cromatura di 20 micron.
L’azienda, molto dinamica, è presente anche su Pinterest.

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Dopo la pausa caffè, torna al microfono Massimo Dezza, stavolta a nome della Laufen. Ci spiega che questa azienda all’avanguardia ha inserito nell’impasto della porcellana, oltre che ai 4 materiali che la compongono (argilla, caolina, feldspato sodico e quarzo), un componente chiamato corindone, antiplastico e ad alta tenuta meccanica, che permette ai sanitari di sopportare 150 kg per quanto riguarda i lavabi, e 400 kg per quanto riguarda i vasi sospesi.
La Laufen ha anche lanciato dei modelli che prevedono una dry zone sul lavabo, utile come zona di appoggio per gli occhiali, l’orologio, anelli e altri accessori.
L’azienda, che collabora con Ludovica e Roberto Palomba, ha contribuito nel fornire la tecnologia alla Palomba Serafini, creando un sodalizio tra industria e design d’eccellenza.

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E’ il turno di Jacopo Antoniazzi di Thermomat, società leader nel settore della rubinetteria e dei miscelatori termostatici.
Il suo intervento riguarda, però, maggiormente il progetto Ever, nato nel 2011 e divenuto nel 2014 “Ever Life Design“, rivolto a creare mensole polifunzionali, che possano diventare punti luce, appigli o portaoggetti.
Nel progetto ever, ogni elemento diventa elemento di design, anche la spazzola da wc.
Vi sono delle sedute doccia a scomparsa, degli elementi a muro a cui si può attaccare uno specchio mobile, o dei portasciugamano con led orientabile (per regalare al momento della doccia un po’ di romanticismo o quiete).

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Prende la parola Andrea Staffa, trainer, progettista ,esperto di arredo bagno e formatore per la Duravit.
La sua azienda propone dei vasi “comodi”, di dimensioni 30×60, e vasi invece ridotti, lunghi 48 cm, per spazi angusti. Vi sono poi i vasi rimless, e la tecnonologia hygieneglaze, che crea un effetto “perla” quando una goccia percorre la porcellana, ed ha una ionizzazione fortemente antibatterica.
Inoltre l’azienda ha ideato delle docce a filo con pareti a scomparsa, la cui facciata a specchio diventa elemento d’arredo.

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Prende poi la parola Francesco Lucchese di Lucchese Design Studio, il secondo relatore scientifico, professionista premiato dall’ADI per il progetto di una sedia pieghevole, e la cui studio è specializzato nella progettazione di hotel, showroom, illuminazione, arredo, ambiente bagno. Oltre ad essere un architetto affermato, Lucchese insegna al Politecnico di Milano ed è consigliere dell’ ADI Italia.
Il suo intervento, dal nome “i sensi dell’acqua”, è dedicato all’ambiente bagno nella storia.
Si parte da Cnosso, dove il bagno era luogo di socialità, per passare alle terme romane e agli hammam, e alle vasche da bagno, che erano però un privilegio delle classi elevate.
Si passa poi al 1778, data dell’invenzione dello scarico, e agli ’30, in cui viene introdotto lo smalto.
Già negli anni ’60 i bagni presentano elementi di moda e che non trascurano l’ergonomia.
Negli anni ’70 viene invece introdotto il colore, e, tramite Linda-Castiglioni e Vola, si vedono i primi elementi di design con il miscelatore, forme che sono ancora attuali e presenti nelle nostre abitazioni ancora oggi. Sempre negli anni ’70 si diffonde la doccia.
Negli anni ’80 vengono introdotti degli elementi di contenimento accanto al lavabo.
Negli anni ’90 le tubature del bagno diventano a vista, le rubinetterie diventano elementi di design, e nella doccia vengono sperimentati nuovi materiali.
All’inizio del millennio l’area bagno diventa quasi un “luogo”. Vengono introdotti elementi decorativi come degli anelli intersecati tra loro, e vengono impiegati materiali maggiormente performanti. Vengono sperimentati dei sistemi che integrano wc, bidet e lavabo che condividono l’impiantistica e l’uso dell’acqua, e limitano l’uso di spazio (uno di questi, del 2002, è dello stesso Lucchese).
Negli ultimi anni è invece la doccia l’elemento di maggiore sperimentazione, tramite il ri-uso di materiali tradizionali, come il legno, e una maggiore attenzione verso l’utente diversamente abile.

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Si passa all’intervento di Luca Tiddia, manager e coordinatore della Carmenta S.r.l., il cui intervento è un’analisi tecnica del benessere.
L’intervento è rivolto al comfort nell’ambiente bagno: musicoterapia, aromaterapia, haloterapia, trattamenti.

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Dopo la pausa pranzo si riprende con Giuseppe Reale della Damast, esperto di web marketing e progettazione grafica oltre che marketer, che parla delle tecnonogie applicate ai sistemi funzionali per la doccia.
Ci ricorda che usando la doccia e non la vasca, il risparmio annuo è di 2000 litri.
La sua azienda introduce due interessanti tecnologie: water saving e air system, che dànno sia risparmio energetico che comfort.

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La parola passa a Gianluca Piccini, laureato in economia e commercio, e responsabile vendte Italia di Polyrey,  azienda che propone l’uso di legni laminati ad alta pressione, usati per ripiani orizzontali, porte, ma anche per pannelli verticali. La serie Monochrom propone vari impasti in bianco e nero con diverse textures e rilievi in superficie.
La particolarità di questi prodotti è la superficie antibatterica, trattata con l’argento, storico antibatterico naturale. Essendo il contatto il principale veicolo per i germi, queste superfici, ampliamente usate negli ambienti sanitari, dovrebbero essere usate anche nei posti pubblici: teatri, scuole, locali di ristorazione.

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E’ il turno di Claudio Marsili, laureato in economia politica, che rappresenta SeriSolar, che fa un intervento sulle schermature solari passive degli elementi trasparenti, traslucidi ed opachi nell’ottica dell’efficientamento energetico del patrimonio edilizio.

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L’ultimo intervento prima della pausa pomeridiana è di Fabio Brignone, direttore commerciale della storica rubinetteria fiorentina Signorini, la cui priorità è il contatto col cliente, e che vanta tra i suoi clienti una nota star di Hollywood. L’azienda usa il particolare acciaio 316L ed è richiestissima nel settore dei produttori di yacht.

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E’ l’ora dell’intervento di chiusura, del terzo relatore scientifico: l’Arch. Natale Raineri, architetto dal 1990 e, dal 2013 al 2015, presidente dell’Ordine degli Architetti di Genova. Svolge attività di formazione per il C.N.A.P.P.C., e ha lavorato, fino al 2014, presso Maggiali e Ranieri Architetti e Associati. Negli ultimi anni si è occupato maggiormente di opere pubbliche e di finanza di progetto presso vari enti in Liguria.
L’intervento di Raineri parte dal descrivere il cambiamento di strumenti che l’architetto ha vissuto dai tempi del tecnigrafo, e di come sia il goniometro dei tecnigrafi, sia gli attuali programmi, influenzino i progetti (ad esempio, Casa Antonio Carlos Siza, del 1976-78, di Alvaro Siza ha subito una forte influenza dagli strumenti dell’epoca).
In passato, racconta Raineri, vi era una mancanza di confronto tra accademia e professione e con l’estero, ma questo limite è in fase di superamento grazie ad un cambio di mentalità oltre che di strumenti.

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La conferenza ha avuto momenti di grande interesse, riguardanti non solo i relatori scientifici, ma anche quelli tecnici. L’unica pecca è stata l’assenza totale di relatrici donne, che causa una falsata rappresentazione del mondo dell’architettura e del design.

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Milano nord est rifiorisce tra Fuorisalone, FuorisalMone e Nolo Design

A Milano quando arriva la primavera non si parla del Salone del Mobile, ma del FuoriSalone.
Quando qualcuno si lamenta del traffico, senti dire “Ah, già! questa settimana c’è il Fuorisalone!“, e questo per far capire la portata sociale di questo fenomeno culturale e di costume.

 

Per chi è della zona Nord Est, la tappa obbligata è Lambrate , zona che ormai da almeno un decennio è rifiorita grazie a molte opere di riqualificazione.
La tappa “Ventura Lambrate può deliziarci di alcune perle del Design Alternativo, come il Fuori Salmone.

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Compresa nell’iniziativa “FuoriSalmone“, l’esposizione ad opera di BrightWood chiamata “M’illumino di legno“, che propone un delizioso e originale sodalizio tra legno e luce.
Interessantissimo anche l’utilizzo del bambù.
Lascio parlare le immagini…

 

Facendo pochi passi al di fuori del FuoriSalmone, si poteva scoprire il design creativo “taggato” con #howareyou.

Ed ecco un assaggio di movida da FuoriSalone per chi se l’è persa…

 

Quest’anno chi è in zona però può deliziarsi del FuoriSalone di Nolo, quartiere emergente a Nord di Loreto, che abbraccia l’area di Via Padova, Viale Monza e Viale Brianza.

Nolo, per chi non avesse seguito il suo sviluppo, si è sviluppato grazie agli investimenti di molti giovani e creativi che hanno scelto questo quartiere per trasferire lì la propria abitazione o sede della propria professione, contribuendo a riqualificare il territorio e ad organizzare ed animare eventi sociali, come colazioni di quartiere, promuovendo le attività commerciali del quartiere, e cooperando con le associazioni culturali site in Nolo. Tra le varie iniziative anche il Festival di San Nolo, festival semiserio della canzone “nolese”, che ha attirato l’attenzione della stampa.


Il FuoriSalone nolese prevedeva varie tappe, che potevano essere comprese in un iter che attraversava il cuore di Nolo visitando tutti coloro che proponevano iniziative legate al FuoriSalone.
Il tour era anche pensato per conoscere nuove, ma anche storiche, realtà locali legati alla promozione del design, dell’arte e dell’architettura moderna e non, come l’Officina 84 e il Magazzino 76, lungo Viale Padova, ma anche la Drogheria Creativa, la Salumeria del DesignDaevas Design di via Soperga, T 12 Lab,  ma anche realtà come Bici&Radici, già sponsor di “San Nolo“.

Un’iniziativa particolarmente partecipata e interessante è quella che, ai confini di Nolo, si è tenuta negli spazi di Ventura Centrale, ovvero negli ex depositi delle ferrovie in via Ferrante Aporti, noti anche come Magazzini Raccordati. Il merito di rinascita di questa zona è soprattutto dell’associazione 4Tunnel, che si occupa di vari progetti di riqualficazione della zona2.