Giovani architetti e …baroni…

Omaggio ad Antonio De Curtis legato al problema dei Baroni nella professione e negli atenei…anche relativamente ai recenti fatti di attualità…

BARONI

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I giovani architetti e l’ingiustizia della “finta partita iva”

Perché nessuno si oppone alla scandalosa logica dell’assumere giovani architetti coi doveri degli impiegati ma inquadrandoli come collaboratori occasionali a partita iva?

schiavi-moderni

Le elezioni dell’Ordine degli Architetti di Milano si avvicinano e molte neo-liste si propongono sul web.
Per gli architetti è il momento di tirare fuori le istanze: un’offerta formativa che non sia limitata e con orari scomodi, la possibilità di reintrodurre i minimi, la sovrapposizione di “competenze” tra figure professionali, la mancanza di autorevolezza dell’architetto nel mercato del lavoro.
Uno dei temi poco dibattuto e che non mette d’accordo tutti è il tema della guerra alle “finte partite iva”.
Ho scoperto, tramite Linkedin, che molti colleghi non sanno cosa è la finta partita iva, anche se molti articoli ne parlano.
Per brevità, spiegherò di cosa si tratta.

1) Il lavoratore a partita iva è un libero professionista che lavora per dei clienti, sempre diversi nel tempo con qualche eccezione, e/o dà consulenze occasionali a colleghi architetti specializzati in altro (si pensi ad un architetto freelance che fa modellazione e render, o docfa, o certificazioni energetiche per 4 o 5 studi diversi).

2) Il libero professionista a partita iva lavora in un suo studio professionale, o in uno studio/abitazione, in un co-working, in uno studio affittato con altri colleghi, oppure in modo “itinerante” presso i clienti e i colleghi a cui dà consulenze.

3) L’architetto a partita iva gestisce gli orari a suo piacimento, rispettando le consegne che concorda con clienti e colleghi con cui collabora.

Il giovane architetto medio è, invece, un povero cristo che ogni giorno passa otto ore nello studio tecnico di un architetto più anziano, dalle 9 alle 18 con una breve pausa pranzo, quando non gli è richiesto di fare nottate per consegne, che viene pagato per i giorni che fa (quindi quando prende un permesso, o è malato, o lo studio chiude nelle vacanze e estive e di Natale non percepisce stipendio, nè tantomeno se è in maternità o in paternità), a cui non dànno mutui e che, vista la precarietà, difficilmente riesce a sposarsi e a “fare famiglia”, e che per la legge italiana risulta essere un collaboratore occasionale esterno pagato a partita iva.
Inoltre, essendo formalmente partita iva, si è obbligati all’ iscrizione alla Cassa di Previdenza, con ulteriore aggravio economico annuale.

Questa figura fantozziana (che riesce persino a invidiare Fantozzi, il quale almeno aveva malattia, permessi genitoriali, rol, buoni pasto, contributi…), viene considerata una finta” partita iva, ovvero una persona che ha i doveri di un impiegato che dovrebbe essere assunto a tempo determinato o indeterminato, ma non ne ha i diritti, essendo “appartentemente” un libero professionista.

Ci sono state varie proposte di legge per “sgamare” gli architetti anziani che assumono (o sarebbe meglio dire “non assumono”) collaboratori con questo excamotage, ma ad essere controllato è sempre il “dipendente” (magari fosse dipendente! la finta partita iva!), che viene monitorato per capire se riceve stabilmente compensi dallo stesso cliente (ovvero il datore di lavoro truffaldino).
La cosa paradossale è che il maldestro tentativo di tutelare i giovani da questo sistema malato ha finito per tutelare solo i giovani architetti, magari abilitati, ma non iscritti all’Ordine, mentre se sono iscritti viene accettata una collaborazione con un committente (da chiarire cosa si intende per “committente”) continuativo (questo non significa comunque che il professionista in questione debba lavorare alle condizioni lavorative dell’impiegato, ma deve sempre pretendere i punti 1, 2, e 3 sopra indicati).

Come fanno questi vecchi architetti capi a fregare i controlli? Fanno in modo che la “finta partita iva” fatturi talvolta a loro, talvolta al nonno, talvolta alla moglie, o magari allo zio, e dopo qualche mese o anno “congedano” l’impiegato (mai assunto) architetto prendendone un altro più giovane e con meno pretese, ovviamente senza nessun preavviso, o “giusta causa”, perché per la legge è solo una “collaborazione che finisce“.

Per molti il sistema a “finta partita iva” è l’unico esistente e l’unico che abbiano mai conosciuto. Tanto è radicata la cultura della finta partita iva che molti architetti ignorano persino il concetto di “finta partita iva” come qualcosa da combattere, dove ad essere combattuto non è (e non deve essere) il poveraccio che accetta questa condizione, ma chi la propone.

Impuniti tanti vecchi architetti che, su vari siti dell’ordine o noti portali di architettura, già nei loro oltraggiosi annunci chiedono giovani architetti da “impiegare” otto ore al giorno con inquadramento di finta collaborazione occasionale a partita iva.
Il fenomeno è cosi’ poco punito e combattuto che questi annunci passano inosservati e ricevono tantissime richieste, vista la crisi, e la mancanza di “coscienza di classe professionale“.

La finta (o falsa) partita iva, nociva per i professionisti di ogni tipologia, è particolarmente nociva per tutte le categorie con esigenze speciali: mamme, persone con disabilità, neo-genitori in generale, donne, categorie a rischio discriminazioni (minoranze etniche e religiose, persone LGBT, etc etc).
In particolare, essendo il lavoratore “inquadrato” come collaboratore esterno, la collaborazione puo’ interrompersi in qualsiasi momento, senza la richiesta di una giusta motivazione, quindi è facile liberarsi di una minoranza, oppure scartarla subito.

Se in altri settori possiamo vedere i sindacati attivi a tutelare i lavoratori (si pensi ad operai od operatori call center), l’architetto sembra poco avvezzo al mondo dei sindacati e a darsi da fare in tal senso.
Non ci sono “attivisti” di settore. Solo gruppi facebook pieni di lamentele e indignazione.
Segnalo questo interessante contributo di un architetto e saggista, Diego Candito, che mi ha commosso.

Perché invece non muoversi a cambiare le cose?
Forse il nostro attivismo non avrà ricadute sulla nostra generazione, ma sicuramente lo avrà sulle prossime.
Perché non iniziamo noi per primi a rifiutarci di lavorare a “finta partita iva? Perché, se inquadrati a partita iva, non pretendiamo tutti i diritti dei lavoratori indipendenti (ad esempio andare a seguire i corsi che rilasciano i cpf, spesso ad orari infelici).

Che siano i giovani architetti ad essere artefici del proprio destino.