Il Corviale e il problema della concentrazione delle residenze

Il Corviale, costruzione popolare con grandi ambizioni, sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista urbanistico e dei servizi per l’utenza.
Cosa ha reso fallimentare questo progetto?
Nel 2006 avevo scritto questo saggio breve ancora molto attuale, che ripropongo per i miei lettori.

corviale

L’UTOPIA

<<Il Nuovo Corviale è una grande unità di abitazione, comprendente 5 spazi verdi, tre gruppi di servizi di base, comprendenti ciascuno un asilo-nido, una scuola materna e un gruppo di esercizi commerciali di prima necessità, al piano d’ingresso alcune decine di locali destinati a botteghe, studi professionali, attività artigianali, ambulatori.
Il complesso di alloggi è suddiviso in cinque unità di gestione,dotate di una propria piazza di ingresso, smistamento e controllo, e di una propria sede per gli incontri, le riunioni condominiali, e le attività sociali in genere,in particolare le attività extrascolastiche. Tutte le attrezzature precedentemente citate saranno appaltate e realizzate dallo Iacp, simultaneamente agli alloggi, venendo cosi’ ad attuarsi, fin dal principio, una corrispondenza e integrazione tra residenza e servizi>>

Cosi’ l’architetto Mario Fiorentino parla del suo progetto, il Corviale, quartiere popolare di Roma progettato in un unico edificio, lungo un chilometro.

Il progetto prevedeva una grande interazione tra servizi e residenze, tra pubblico e privato. Prevedeva la presenza di un teatro, di diverse sale condominiali, centri sportivi,un intero piano di servizi.
Si trattava di un progetto ambizioso che voleva far dimenticare la mediocrità degli edifici popolari del ventennio precedente e portare a Roma la “lezione dell’architettura moderna”.
L’opera non si sarebbe dovuta mimetizzare con le opere di architettura ordinaria, ma avrebbe dovuto denunciare la sua diversità, e avrebbe dovuto proporsi come integrazione di privato e collettivo.
L’obiettivo era consegnare a Roma un monumento democratico e progressista per i cittadini svantaggiati, esclusi dal mercato dell’edilizia.

Il progetto non è mai stato portato a termine, è nato postumo, figlio di un progettista morto suicida (si dice a causa della constatazione del fallimento della sua scommessa utopistica).
Del Corviale hanno parlato tanto e tanti: architetti, urbanisti, giornalisti, che ne hanno parlato come capolavoro o come aberrazione dell’architettura moderna.
Tutto ciò lo ha trasformato in un simbolo dai valori contraddittori e sovrapposti.

Corviale

COSA è IL CORVIALE

Il Corviale è un fabbricato alto nove piani, lungo un chilometro sul crinale di una collina, avente una forma che cita le mura antiche della città, anche perché rappresenta un confine tra città e campagna, un elogio dei valori urbani, contro l’esplosione della metropoli indistinta, una macchina dell’abitare con riferimenti a maestri del Movimento moderno come Gropius e Le Corbusier.
E’ un complesso edilizio la cui struttura portante è in cemento armato, i tramezzi sono pannelli di gesso prefabbricati. Oltre ai nove piani vi sono due piani per le cantine e un seminterrato.1202 appartamenti in cinque corpi.

corviale (1)

LA STORIA

Il Corviale viene costruito in Italia in una stagione particolare, a cui appartengono anche altri quartieri come il Laurentino e Vigne Nuove.
Tutto comincia nel 1968, quando si lamenta una carenza di scuole nella zona del Corviale.
Nel ‘70 viene prevista la costruzione di 10.000 alloggi e nel ‘71 viene approvato il “piano zona 61”.
E’ scelto, nel 1975, l’architetto Mario Fiorentino, già famoso per la progettazione del quartiere Ina-Casa e del Tiburtino, affiancato da una équipe di ingegneri, architetti e disegnatori .
Per l’esattezza partecipano venti architetti e undici ingegneri, tra impiantisti e strutturali.
La progettazione del Nuovo Corviale è stata preceduta da uno studio delle aspirazioni e dei bisogni durato quattro anni.

Il progetto prevedeva questo edificio lungo 960 metri, alto 9 piani, più due piani per le cantine e il seminterrato, più un altro edificio più basso, distante 30 metri e una terza costruzione inclinata a 45 gradi, ed era proiettato verso il quartiere esistente “come una mano allungata per un’integrazione tra il vecchio e il nuovo tessuto urbano”.
I servizi erano tre volte maggiori agli standard minimi fissati per legge. Il sovradimensionamento era dovuto al fatto che i servizi dovevano servire anche il resto del quartiere.
Il colosso rappresentava una ricerca di ordine nella dispersione della periferia.

Fiorentino aveva riassunto i cardini del suo progetto in nove punti che possono essere sintetizzati cosi’:

  1. ossatura indipendente in cemento armato o acciaio
  2. impiego di pareti vetrate o traslucide, citando il Crystal Palace
  3. esattezza dei calcoli strutturali,per evitare dispendio economico
  4. una circolazione facilitata
  5. sobrietà
  6. dominio dell’angolo retto
  7. adattarsi alla modernità
  8. tetto terrazza con raccolta delle acque
  9. nuovo uso dei materiali tradizionali

L’autore prevede che il successo dell’opera dipenderà dalla gestione (servizio sociale, custodia, pulizia, giardinaggio, manutenzione)
Precisa che l’utente non dovrà pensare di avere una struttura di tipo paternalistico,in cui <<tutto gli viene offerto e niente gli viene dato>>, altrimenti Corviale sarebbe destinato a un fallimento clamoroso.
Ad un liceo che lo intervistava sul funzionamento del Nuovo Corviale, dopo aver spiegato dettagliatamente tutto, conclude con questa frase:

<<Ci sono due modi di fare architettura, forse ce n’è uno solo. C’è il modo di mettersi nel canale del quieto vivere e di utilizzare gli schemi super collaudati che ormai l’edilizia economica in Italia ha più o meno configurato. E poi c’è la strada della sperimentazione e questo appartiene di più a questa esperienza. Mi ricordo che Ridolfi, che è stato il mio maestro, mi diceva sempre quando fai il progetto per un cliente (e le Case Popolari sono un cliente come un privato),senza dirglielo devi sempre fare un esperimento, perché in effetti queste sono delle occasioni in cui si possono fare degli esperimenti.>>

Il progetto prevedeva 5 ingressi e 55 scale di servizio, quindi cinque punti di smistamento.
Il progetto prevedeva anche guardiole, portieri, caserma della polizia, garage sotterranei, una novità per l’epoca.
Nel 1975 viene posata la prima pietra, e nel 1982 Fiorentino muore di infarto. Una voce,probabilmente partita dal Corviale, e poi arrivata ai media, lo vorrebbe suicida per via del fallimento del progetto.
A causa di numerosi sfratti, alcuni inquilini sono fatti entrare a lavori non finiti. Solo quattro ascensori su 74 funzionano. Un anziano rimase chiuso dentro uno di essi e vi mori’.
Sorgono le prime polemiche, Prima ancora che il Corviale fosse finito, era cambiato il clima politico in Italia, e esso rimase, cosi’ come altri quartieri della stessa epoca, un orfano di un periodo storico ormai cessato.
I
l Corviale viene considerato <<un quartiere avveniristico già antico, come una città degli incas completata solo ora>>.

Vi sono stati due casi di occupazione.
Nell’ 83, 700 famiglie occupano l’edificio, vengono fatte sloggiare pacificamente (se ne sorprendono anche le forze dell’ordine) e si accampano di fronte all’edificio in 70 tende. Si forma un vero e proprio paese, una baraccopoli infestata dai pidocchi e dalle malattie dovute alla poca igiene (curioso il caso di un barbiere vanitoso di aver debellato la pediculosi grazie a sciampo e rasature). Gli inquilini lamentano sonni inquieti dovuti al freddo. Molti di loro perdono il lavoro poiché <<si svegliano già stanchi>>.
Il secondo è l’occupazione del quarto piano, che, oltre ad essere un’occupazione, si tratta di una vera e propria costruzione. Gli occupanti hanno portato su pannelli e tramezzi col bene placito degli inquilini, hanno speso per sistemazioni in fin dei conti provvisorie.
Si tratta di 21 famiglie, quasi tutte italiane, arrivate li’ per amicizia o parentela. I cognomi infatti si ripetono. Sono persone di età media di 30 anni, arrivate li’ dopo esperienze fallimentari di coabitazioni, magari con genitori, abitanti anch’essi nel Corviale, da assegnatari.
Bene o male, tutti hanno l’acqua, il gas e la luce. Tutti hanno il telefono poiché la società telefonica non ha preteso il contratto di affitto.
Molti hanno fatto il cambio regolare di residenza, e ricevono li’ le schede elettorali.
Circa la metà è soddisfatta, altri invece vedono la sistemazione come un ripiego temporaneo.
Spesso si tratta di nuclei familiari con uno stipendio che permetterebbe loro di pagare un equo canone pari a un quinto del loro stipendio
Alcuni hanno preferito accamparsi dove c’era più spazio, altri dove c’era meno bisogno di intervenire. Alcuni hanno sostituito persone che sono andate via costruendo per loro.
Negli anni seguenti vengono inseriti servizi autogestiti, come un poliambulatorio, in seguito chiuso, un posto mobile di polizia,e una succursale della scuola media Fratelli Cervi, chiusa per abbandono di massa.

Dopo numerosi reati compiuti nel complesso, tra cui stupri di minori e omicidi, gli abitanti lamentano la continua diffamazione della stampa nei confronti del quartiere. Si parla di abbattere il complesso, insieme al quartiere Zen di Palermo.
Nel 95 il comune di Roma ha proposto finanziamenti per il recupero del Corviale, non solo per dare agli abitanti del complesso dei servizi, ma anche per toglierli dall’isolamento, ma tutto è rimasto fermo a causa di problemi burocratici.

corviale3

IL CORVIALE OGGI E DOMANI

Cosa è il Corviale oggi?
E’ un chilometro di aggregati umani, 120 nuclei familiari. E’ il simbolo “mitologico” del degrado urbano.
Cosa ne è stato del piano dei servizi?
E’ stato occupato da abusivi, e al centro vi è un corridoio lungo quasi un chilometro. Sarebbe stato il viale tra i negozi e le botteghe che il quarto piano avrebbe ospitato. Adesso è una pista per ragazzini in motorino.
Non è molto netto il confine tra il quarto piano e gli atri,tra gli abusivi e gli assegnatari.
Ospita 6000 abitanti e non sono mai state fatte riunioni di condominio, la conseguenza più paradossale del fallimento dell’utopia collettivistica di Fiorentino.
Gli interventi futuri sul Corviale prevedono la “verticalizzazione delle scale”,quindi la suddivisione del Corviale in lotti autonomi e amministrati separatamente, e dei cancelletti che diano privacy alle singole abitazioni.
Gli inquilini non avevano accettato la logica del collettivismo forzato,dei ballatoi percorribili per tutta la lunghezza.
Queste misure “privatizzanti” sono in parte state prese anche dai singoli abitanti. Una coppia di abitanti regolari ha dato qualità alla propria abitazione piastrellando bagno e cucina, mettendo le grate alle finestre,creando una veranda, per personalizzare il proprio spazio, e adattarlo alle proprie esigenze.
Degli interventi più radicali hanno fatto gli abusivi del quarto piano, mal tollerati dagli altri inquilini. Hanno dovuto far costruire i muri interni, “progettare” la propria casa da soli e a seconda delle proprie esigenze.

3263

BILANCIO SUL CORVIALE

Adesso possiamo guardare il Corviale, a più di trent’anni dalla sua progettazione, con sufficiente distacco.
Cosa è in fin dei conti Corviale?
Forse aberrazione dell’architettura moderna, forse prigione per seimila anime, forse simbolo della periferia degradata, e come covo di immigrati clandestini, zona malfamata per criminali e spacciatori.

Per molti il Corviale è solo l’esasperazione dei conflitti,della concentrazione del malessere, della depressione della qualità della vita.
Casa-chilometro, grattacielo sdraiato, serpentone, inferno metropolitano, ghetto: questi sono solo alcuni dei modi con cui il Nuovo Corviale è stato rinominato.
Gli inquilini del Corviale si considerano emarginati,persino dagli abitanti degli edifici adiacenti.

Ma esaminiamo anche le fonti a favore del progetto Corviale
I sociologi smentiscono che si assegnatati odino Corviale, poiché non si sta peggio che in altri quartieri di periferia. Essi godono della vicinanza con l’aperta campagna, il verde, l’aria pura,pur distando dalla città solo mezz’ora di autobus.
Essi sanno molto bene che il malessere di vivere al Corviale è dovuto quasi esclusivamente all’incompiutezza dell’opera.
Se gli spazi verdi fossero stati realizzati e mantenuti, se i negozi e i servizi fossero entrati in funzione ,se in quarto piano fosse diventato una via pubblica interna animata dal commercio e dall’artigianato vivere al Corviale sarebbe stato gradevole.
Molti degli abitanti ne sono affascinati,pur non capendolo.
Essi non vogliono la sua distruzione,ma il suo completamento,con tutti i servizi che erano stati previsti. Ne basterebbe semplicemente un terzo di quelli previsti nel progetto, poiché erano stati sovradimensionati.
Forse, infondo, chi lo abita vi si è anche un po’ affezionato, poiché affezionarsi i luoghi che si conoscono bene fa parte della natura umana.
Forse il Corviale può anche essere visto come qualcosa di positivo,se lo si guarda dalle terrazze dei Palazzo della Civiltà del Lavoro all’Eur,e lo si vede come un’imponente traccia nella periferia occidentale, tutt’altro che banale.
A molte periferie manca la storicità, la riconoscibilità. Questo non è sicuramente un problema del “chilometro sdraiato”,che ha una precisa identificazione topografica, che però si perde negli interni.

Che il Corviale sia bello o brutto, l’unica cosa veramente certa è che l’amministrazione romana ha sbagliato a pensare che sarebbe stata messa in campo una gestione capace di far funzionare una macchina cosi complessa.

 3264

 

Annunci

I giovani architetti e l’ingiustizia della “finta partita iva”

Perché nessuno si oppone alla scandalosa logica dell’assumere giovani architetti coi doveri degli impiegati ma inquadrandoli come collaboratori occasionali a partita iva?

schiavi-moderni

Le elezioni dell’Ordine degli Architetti di Milano si avvicinano e molte neo-liste si propongono sul web.
Per gli architetti è il momento di tirare fuori le istanze: un’offerta formativa che non sia limitata e con orari scomodi, la possibilità di reintrodurre i minimi, la sovrapposizione di “competenze” tra figure professionali, la mancanza di autorevolezza dell’architetto nel mercato del lavoro.
Uno dei temi poco dibattuto e che non mette d’accordo tutti è il tema della guerra alle “finte partite iva”.
Ho scoperto, tramite Linkedin, che molti colleghi non sanno cosa è la finta partita iva, anche se molti articoli ne parlano.
Per brevità, spiegherò di cosa si tratta.

1) Il lavoratore a partita iva è un libero professionista che lavora per dei clienti, sempre diversi nel tempo con qualche eccezione, e/o dà consulenze occasionali a colleghi architetti specializzati in altro (si pensi ad un architetto freelance che fa modellazione e render, o docfa, o certificazioni energetiche per 4 o 5 studi diversi).

2) Il libero professionista a partita iva lavora in un suo studio professionale, o in uno studio/abitazione, in un co-working, in uno studio affittato con altri colleghi, oppure in modo “itinerante” presso i clienti e i colleghi a cui dà consulenze.

3) L’architetto a partita iva gestisce gli orari a suo piacimento, rispettando le consegne che concorda con clienti e colleghi con cui collabora.

Il giovane architetto medio è, invece, un povero cristo che ogni giorno passa otto ore nello studio tecnico di un architetto più anziano, dalle 9 alle 18 con una breve pausa pranzo, quando non gli è richiesto di fare nottate per consegne, che viene pagato per i giorni che fa (quindi quando prende un permesso, o è malato, o lo studio chiude nelle vacanze e estive e di Natale non percepisce stipendio, nè tantomeno se è in maternità o in paternità), a cui non dànno mutui e che, vista la precarietà, difficilmente riesce a sposarsi e a “fare famiglia”, e che per la legge italiana risulta essere un collaboratore occasionale esterno pagato a partita iva.
Inoltre, essendo formalmente partita iva, si è obbligati all’ iscrizione alla Cassa di Previdenza, con ulteriore aggravio economico annuale.

Questa figura fantozziana (che riesce persino a invidiare Fantozzi, il quale almeno aveva malattia, permessi genitoriali, rol, buoni pasto, contributi…), viene considerata una finta” partita iva, ovvero una persona che ha i doveri di un impiegato che dovrebbe essere assunto a tempo determinato o indeterminato, ma non ne ha i diritti, essendo “appartentemente” un libero professionista.

Ci sono state varie proposte di legge per “sgamare” gli architetti anziani che assumono (o sarebbe meglio dire “non assumono”) collaboratori con questo excamotage, ma ad essere controllato è sempre il “dipendente” (magari fosse dipendente! la finta partita iva!), che viene monitorato per capire se riceve stabilmente compensi dallo stesso cliente (ovvero il datore di lavoro truffaldino).
La cosa paradossale è che il maldestro tentativo di tutelare i giovani da questo sistema malato ha finito per tutelare solo i giovani architetti, magari abilitati, ma non iscritti all’Ordine, mentre se sono iscritti viene accettata una collaborazione con un committente (da chiarire cosa si intende per “committente”) continuativo (questo non significa comunque che il professionista in questione debba lavorare alle condizioni lavorative dell’impiegato, ma deve sempre pretendere i punti 1, 2, e 3 sopra indicati).

Come fanno questi vecchi architetti capi a fregare i controlli? Fanno in modo che la “finta partita iva” fatturi talvolta a loro, talvolta al nonno, talvolta alla moglie, o magari allo zio, e dopo qualche mese o anno “congedano” l’impiegato (mai assunto) architetto prendendone un altro più giovane e con meno pretese, ovviamente senza nessun preavviso, o “giusta causa”, perché per la legge è solo una “collaborazione che finisce“.

Per molti il sistema a “finta partita iva” è l’unico esistente e l’unico che abbiano mai conosciuto. Tanto è radicata la cultura della finta partita iva che molti architetti ignorano persino il concetto di “finta partita iva” come qualcosa da combattere, dove ad essere combattuto non è (e non deve essere) il poveraccio che accetta questa condizione, ma chi la propone.

Impuniti tanti vecchi architetti che, su vari siti dell’ordine o noti portali di architettura, già nei loro oltraggiosi annunci chiedono giovani architetti da “impiegare” otto ore al giorno con inquadramento di finta collaborazione occasionale a partita iva.
Il fenomeno è cosi’ poco punito e combattuto che questi annunci passano inosservati e ricevono tantissime richieste, vista la crisi, e la mancanza di “coscienza di classe professionale“.

La finta (o falsa) partita iva, nociva per i professionisti di ogni tipologia, è particolarmente nociva per tutte le categorie con esigenze speciali: mamme, persone con disabilità, neo-genitori in generale, donne, categorie a rischio discriminazioni (minoranze etniche e religiose, persone LGBT, etc etc).
In particolare, essendo il lavoratore “inquadrato” come collaboratore esterno, la collaborazione puo’ interrompersi in qualsiasi momento, senza la richiesta di una giusta motivazione, quindi è facile liberarsi di una minoranza, oppure scartarla subito.

Se in altri settori possiamo vedere i sindacati attivi a tutelare i lavoratori (si pensi ad operai od operatori call center), l’architetto sembra poco avvezzo al mondo dei sindacati e a darsi da fare in tal senso.
Non ci sono “attivisti” di settore. Solo gruppi facebook pieni di lamentele e indignazione.
Segnalo questo interessante contributo di un architetto e saggista, Diego Candito, che mi ha commosso.

Perché invece non muoversi a cambiare le cose?
Forse il nostro attivismo non avrà ricadute sulla nostra generazione, ma sicuramente lo avrà sulle prossime.
Perché non iniziamo noi per primi a rifiutarci di lavorare a “finta partita iva? Perché, se inquadrati a partita iva, non pretendiamo tutti i diritti dei lavoratori indipendenti (ad esempio andare a seguire i corsi che rilasciano i cpf, spesso ad orari infelici).

Che siano i giovani architetti ad essere artefici del proprio destino.

Mariti in ufficio…

Non hai completato i crediti? Crocifisso in sala mensa!

Impollina-Mi e le Oasi Urbane a Milano

Tempo fa, alla mia mail presente sulla pagina dell’Albo degli Architetti, è pervenuta questa interessante iniziativa, di interesse trasversale, che presenta un intenso calendario ancora in corso, riguardante il tema delle Oasi Urbane.
Ho ritenuto utile intervistare gli ideatori, in modo che possano spiegarci obiettivi e finalità di Impollina-Mi.

 vespa-crabro-foto-flickr-1_orig

  • Cosa è il progetto Impollina-Mi? C’è un calendario di incontri per conoscervi meglio?

Il progetto Impollina-MI si pone l’obiettivo di favorire la presenza e/o di riportare a Milano farfalle e altri insetti impollinatori, mediante la realizzazione di oasi urbane studiate appositamente per loro.

Un altro aspetto importante del progetto è quello divulgativo. Sono in corso una fitta serie di incontri con la cittadinanza, con l’obiettivo di far conoscere il nostro progetto e di invitare le persone a “copiarci”. Il calendario completo degli incontri è disponibile sul sito del progetto, www.impollina-mi.org.

Chiunque abbia un giardino, un terrazzo o anche solo un balcone, può realizzare la propria “oasi” per farfalle.

  • Qual è l’importanza degli insetti nella sopravvivenza del pianeta e quanto è importante la presenza degli insetti nelle nostre città?

Gli insetti svolgono un ruolo importantissimo nel mantenere gli ecosistemi in salute e in equilibrio. Alcuni sono prede e altri sono predatori; alcuni sono parassiti di altri insetti “dannosi” e altri contribuiscono alla decomposizione di animali e vegetali morti.

Gli insetti impollinatori, in particolare, hanno un ruolo determinante poiché garantiscono la possibilità di riproduzione a moltissime piante, anche alimentari per l’uomo. Questo è tanto più importante in città, dove la densità di vegetazione è bassa.

darsena-20161101-2_orig

  • Quali insetti in particolare sono importanti?

Dal punto di vista dell’impollinazione, gli insetti più importanti sono gli imenotteri pronubi (api, bombi, osmie) e le farfalle.

  • Quanto la diminuzione o, peggio, l’estinzione degli insetti è pericolosa per il pianeta, per la biodiversità e per l’essere umano?

Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”, sembra abbia detto Albert Einstein. È un’affermazione forte ma non troppo lontana dalla realtà.

Gli insetti impollinatori ci forniscono un servizio fondamentale. Quando pensiamo a tutta la frutta e la verdura che ogni giorno troviamo sulla nostra tavola, dobbiamo anche pensare che tutto questo non ci sarebbe senza il lavoro instancabile di milioni e milioni di insetti.

E anche le piante foraggere per l’alimentazione degli animali da allevamento dipendono in larga misura dall’attività degli insetti impollinatori.

Insomma, se api e farfalle dovessero scomparire sarebbe davvero un enorme problema.

  • Quali i punti cardine per la progettazione di oasi a favore di insetti impollinatori?

Un aspetto che va particolarmente curato è la scelta delle piante da utilizzare. In particolare, per le farfalle, è necessario prevedere l’utilizzo sia di piante nettarifere (che producono il nettare di cui si nutrono gli individui adulti) sia di piante nutrici per i bruchi (che, come sappiano, si nutrono prevalentemente di foglie).

Dobbiamo ricordarci, inoltre, che specie diverse di farfalle si nutrono su piante diverse. Alcune specie sono molto generaliste (si nutrono, cioè, di una gran varietà di piante diverse) mentre altre sono specialiste e amano solo una o poche specie di piante.

Oltre alle specie vegetali un’oasi dev’essere poi progettata osservando alcuni criteri, rispetto all’ambiente in cui la si vuole collocare.

08-nymphalidae-argynnis-paphia-1-foto-gianluca-ferretti_orig

  • Quali caratteristiche deve avere un’oasi urbana? E con che logica si sceglie la posizione?

Le oasi devono essere realizzate in aree sufficientemente protette da calpestio, raccolta fiori, passaggio di cani; con posizione prevalentemente assolata ma riparata dal vento, con possibilità di fornire facilmente acqua.

Parlando di un’ “oasi” vera e propria, cioè di una superficie di una certa importanza (per capirci, diciamo da 30 mq. in su), va poi verificata la qualità del terreno. Va verificato anche cosa ci sia intorno, cioè se la nuova oasi possa essere “ecologicamente” aiutata da spazi verdi vicini.

  • Che manutenzione richiede un’oasi urbana?

La stessa di qualunque giardino, anche se con qualche attenzione in più. L’oasi andrebbe bagnata il giusto e monitorata di frequente per garantire la perfetta salute delle piante e dei fiori.

In caso di malattie delle piante sono assolutamente da evitare gli interventi con antiparassitari ma bisogna preferire l’asportazione manuale delle parti malate. E vale lo stesso discorso anche quando sono presenti insetti parassiti.

Occorre non disturbare, potare o tagliare la vegetazione, lasciandola allo sviluppo naturale il più possibile.

Tagliando rametti secchi o foglie per noi sovrabbondanti rischiamo di distruggere uova e bruchi (che sono difficili da vedere), limitando così la nascita di farfalle nell’oasi. Faremo un po’ più di “ordine” o “pulizia” a fine inverno quando gli insetti avranno svernato e non avranno ancora deposto.

Se optiamo per un prato fiorito, dobbiamo assolutamente lasciare che le piante crescano, fioriscano e producano frutti e semi. Limitiamo il taglio dell’erba ad un unico intervento autunnale.

baden-powel-20161101-1_orig

  • Quali sono i partner che stanno lavorando nel progetto?

Il progetto Impollina-MI, coordinato dalla Cooperativa Eliante di Milano, vede la collaborazione dell’Università di Milano, dell’Università dell’Insubria e del Comune di Milano, Area Verde, Agricoltura e Arredo Urbano.

Il progetto gode, inoltre, dell’importante sostegno economico di Fondazione Cariplo.

  • Collaborate anche con fotografi?

Sì, diversi fotografi, i cui nomi e contatti sono reperibili sul sito di progetto, ci hanno gentilmente permesso l’utilizzo di splendide fotografie di tutte le specie di farfalle (e non solo) che ci attendiamo possano trarre beneficio dalla realizzazione delle oasi.

  • Quali figure professionali entrano in gioco nella progettazione delle oasi urbane e negli studi preliminari di osservazione degli insetti?

La progettazione di oasi in contesto urbano, oltre ad un logico coordinamento con l’Amministrazione Comunale competente, dovrà coinvolgere un botanico, un agronomo e un entomologo per la fase di studio e successivamente un giardiniere professionista che, opportunamente diretto, realizzerà materialmente l’oasi e ne curerà la manutenzione. La regia del tutto potrebbe opportunamente essere svolta da un architetto con competenze paesaggistiche.

Vista la sua portata, Impollina-MI ha tuttavia coinvolto ulteriori figure per svolgere le varie azioni di progetto.

dolichovespula-silvestris-foto-bwars-com-1_orig

  • Cosa può fare un architetto, un paesaggista o un progettista del verde per valorizzare gli obiettivi del vostro progetto? C’è la possibilità per i cittadini di collaborare con il progetto Impollina-MI?

La cosa migliore da fare è contattarci. Per quanto riguarda aspetti di collaborazione professionale, abbiamo senz’altro la possibilità di fornire dei consigli utili e attivare partenariati.

Impollina-MI terminerà il prossimo 28.02.2018 (quanto realizzato continuerà comunque grazie alla disponibilità del Comune di Milano) e all’interno del progetto non sono previste attività pratiche in collaborazione con cittadini su nuove oasi.

Tuttavia chiunque sia interessato, ora o anche successivamente alla scadenza del progetto, potrà sempre contattare la Cooperativa Eliante per avere tutte le informazioni del caso e/o aggiornamenti sull’iniziativa.

  • Chi volesse realizzare un’oasi per insetti impollinatori, dove può reperire informazioni utili?

Per fornire tutte le informazioni utili a coloro che desiderassero cimentarsi nella realizzazione di un’oasi per insetti impollinatori, è prevista la realizzazione di un manuale che, appena concluso, sarà disponibile a tutti e scaricabile direttamente dal sito del progetto.

Sul manuale saranno presenti tutte le indicazioni per realizzare oasi per farfalle in giardini, terrazzi e balconi e verranno fornite informazioni utili per il controllo ecosostenibile delle patologie delle piante.

Tutte queste informazioni al momento sono già presenti sul sito di progetto, all’interno delle presentazioni utilizzate durante gli incontri di partecipazione (area Documenti /Download).

  • Come contattarvi per ottenere informazioni?

Il responsabile di progetto risponde all’indirizzo mail ripamonti@eliante.it.

bombus-agrorum-foto-flickr-2_orig

Appuntamenti futuri:

Sabato 23 settembre
presso Biblioteca Parco, Viale Cervantes (Parco Sempione), zona Montetordo
Dalle 16,00 alle 18,30
Alle ore 16,00, in collaborazione con Rete degli Orti Botanici della Lombardia: laboratorio per i più piccoli (6-11 anni) con giochi di gruppo, disegni di sagome di impollinatori e farfalle, osservazione allo stereo-microscopio di insetti impollinatori

Venerdì 29 settembre
Biblioteca Lorenteggio, Via Emanuele Odazio 9
Dalle 17,30 alle 20,00

Venerdì 6 ottobre
presso Biblioteca Gallaratese, Via Quarenghi 21
Dalle 18,00 alle 20,30

Sabato 14 ottobre
presso Biblioteca Sant’Ambrogio, Via San Paolino 18
Dalle 15,00 alle 17,30

Sabato 21 ottobre
presso Biblioteca Harar, Via Albenga 2
Dalle 10,30 alle 13,00
Alle ore 10,30, in collaborazione con Rete degli Orti Botanici della Lombardia: laboratorio per i più piccoli (6-11 anni) con giochi di gruppo, disegni di sagome di impollinatori e farfalle, osservazione allo stereo-microscopio di insetti impollinatori

Architetto, Architetta: che ogni professionista scelga

Tre professioniste hanno chiesto e ottenuto “Architetta” sul loro timbro, ed è subito polemica, scherno, e un rigurgito di misoginia.
Cerchiamo di capire come garantire alle donne professioniste la scelta della formula migliore.

vitali-perani-brembilla-architetta_architempore

Ho saputo della notizia relativa al titolo di Architetta in tre timbri di tre professioniste dell’Albo di Bergamo da un livoroso contatto facebook, che denunciava i “presunti” privilegi delle donne nella professione e invitava a pensare ai veri problemi degli architetti (di quelli coi cromosomi xy però).

Ho provato inutilmente a farlo ragionare sugli svantaggi della donna professionista in un mondo di vere e (soprattutto) “finte” partite iva, e anche sulle vere motivazioni del suo benaltrismo (non mi interessa se l’usare questo termine farà si che mi connoterete politicamente, probabilmente sbagliando: lo considero appropriato), ma ho ricevuto solo aggressività e machismo.

Il rigurgito di misoginia che questo caso di attualità ha scatenato invita a riflettere sul fatto che, al di là dell’appoggio a questa singola battaglia, un problema di discriminazione di genere, nella professione di Architetto, c’è, e che si deve porre attenzione ai problemi specifici della professionista donna (oltre a segnalare all’Ordine tutti coloro che hanno usato battute pecorecce e insulti verso le colleghe donne).

timbro-architetta-bergamo-architempore
Raccontiamo l’antefatto, per chi non avesse seguito il caso di cronaca:

Tre colleghe appartenenti all’Ordine degli Architetti di Bergamo, Silvia Vitali, Francesca Perani e MariaCristina Brembilla, fondatrici di ArchiDonne, hanno chiesto il duplicato del timbro con la dicitura “Architetta”, come primo passo di un lavoro sulle difficoltà (e peculiarità) dell‘essere professionista e donna.

Di questo tema ha parlato anche un evento organizzato dall’Ordine, che si è svolto giovedì 16 marzo presso la sede dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano su invito di ADA Associazione Donne Architetto di Firenze, e in concomitanza con l’uscita del numero di marzo di Abitare, interamente dedicato alle professioniste.
Qui un interessante resoconto
Qui il video

La notizia è stata accolta con poca solidarietà, se non addirittura con scherno, a causa anche di un cattivo giornalismo. Ad essere coinvolti nello scherno sono stati soprattutto colleghi uomini, che non riescono a capire di non avere voce in capitolo su qualcosa che riguarda le professioniste donne e su cui loro e solo loro hanno il diritto di decidere per sé stesse.

Legittimo non simpatizzare col termine Architetta, ma mi interrogo sulle radici di tale rabbia e aggressività, proveniente prevalentemente da professionisti uomini.
Parlare dei toni è impossibile, perché in tutti i social si torna a parlare del fatto.

Abbonda il benaltrismo: spesso si cerca di far deviare la discussione sui veri” problemi della professionista donna (ma guardacaso chi li cita non è poi impegnato nella battaglia civile per risolverli), o addirittura sui “veri” problemi del professionista (cancellando completamente il problema di genere, come fosse irrilevante).

L’atteggiamento è spesso di scherno e in qualche modo vi è del “bullismo“: si tende a sottolineare di quanto questi temi siano frivoli, dei professionisti uomini si supportano tra loro nello scherno, e sminuiscono sia le tre donne del caso di attualità, sia la donna in generale.

Sono stati fatti esempi che grammaticalmente non hanno senso:
siamo sempre stati abituati ad usare “ingegnere”, ma non è impossibile grammaticalmente ricavarne il femminile: infermiera, cassiera e parrucchiera sono i femminili di infermiere, cassiere e parrucchiere, e grammaticalmente sono casi simili ad ingegnere/a.
Diverso è invece il caso di artista, pediatra, geometra, che possono esseree declinati con la o il a seconda se la persona è uomo o donna, e al plurale hanno gli e le, con desinenze -i ed -e.
Chi ha quindi scritto, per manifestare dissenso e scherno, “pediatro”, “artisto” e così via ha solo manifestato la sua ignoranza sull’etimologia delle parole.

A tutto ciò si sono aggiunti insulti gratuti a Boldrini, che può piacere o non piacere, ma non merita sicuramente insulti sessisti, e andrebbe criticata, eventualmente, sui contenuti.

Il blog Architempore , come altri blog, ha coraggiosamente ha pubblicato, punto per punto, le risposte a tutte le critiche su quanto avvenuto.
Nessuno si lamenta di impiegata ed operaia: storicamente le professioni “umili” hanno avuto la loro declinazione al femminile senza nessuna polemica, quindi non si capisce come mai tanto scalpore per Architetta e per Ingegnera.

architetta-819x400

Chi proviene da un percorso politico di femminismo della differenza avrà apprezzato l’iniziativa come atto politico.

Personalmente sono contro il binarismo di genere, non inclusivo verso persone e professionisti gender non conforming, e mi chiedo quale sia la scappatoia per i Paesi che hanno una lingua neolatina, che estende il maschile e il femminile a tutti i nomi ed aggettivi, nonché ai pronomi e a tutto il resto, anche quando sarebbe superfluo, obbligandoci a trovare soluzioni che rispettino tutti e tutte (quando in altri contesti idiomatici il problema non si pone, o si pone molto meno).
Mi chiedo se sia o meno una coincidenza che nei Paesi dove la lingua è pù binaria, ci sia un maggiore sessismo.

Il mio impegno sulla parità di genere parte quindi da presupposti differenti, e quindi penso anche a chi continuerà a desiderare soluzioni grammaticali meno “connotate di genere” (anche a costo di creare neologismi, se il neutro maschile non soddisfa).

Rimangono molte donne a cui Architetta/Ingegnera (per svariati motivi, che non coincidono per forza col maschilismo interiorizzato) non piace come definizione di se stesse come professioniste:  è importante che venga quindi garantita la doppia possibilità di usare, a seconda delle preferenze, Architetto o Architetta.

Speriamo quindi che la novità, che per ora è un’opzione, non diventi poi obbligatoria per tutte le professioniste e le persone al di fuori della dicotomia di genere.

Salva

ArchWeek, Cino Zucchi: Fondazione Castiglioni e il design “utile”

Anche quest’anno si è tenuta a Milano l’ArchWeek, settimana destinata ad eventi culturali d’Architettura e di Design.
Nel programma spiccano i nomi di progettisti famosi e illustri professori del Politecnico di Milano: Cino Zucchi, Stefano Boeri, Roberto Dulio

milanoarchweek2

Nella giornata di sabato 17 giugno si è tenuta una visita alla sede storica dello studio di Design di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, introdotta da Cino Zucchi.

Era una torrida giornata di giugno, ma ciò non ha scoraggiato l’utenza, che comprendeva molte persone venute anche da altre province e regioni.
L’introduzione di Cino Zucchi era così piena di spunti di riflessione che sintetizzarla è stato quasi impossibile.
Ha iniziato spiegando che tutto il Sempione era la “piazza d’armi” del Castello Sforzesco, e che l’edificio dello studio Achille Castiglioni, oggi Fondazione, è il tipico edificio costruito col Piano Beruto, che presenta elementi neo-barocchi oltre ad uno stile, più che milanese, lombardesco, caratterizzato da cotto, pietra bianca e, anche se non in questo caso, graffiti.

L’edificio presenta influenze ingegneristiche in un’epoca in cui il gusto e la tecnica erano influenzate parimenti dal Politecnico (allora estremamente ingegneristico) e dall’Accademia di Brera.
La “Milanesità” che caratterizza il design milanese dagli anni 60 ai 70 è influenzata da due fattori: l’occasione e la “scelta” (un po’ come nell’amore: l’occasione ti fa conoscere molti potenziali partner, ma sei tu che “scegli”).
L’era del design a Milano vede personaggi di spicco come i Castiglioni e Magistretti, che presentano una grande freschezza mentale, e capacità di dialogare con l’industria e sviluppare un design “utile trasformando semplici oggetti utili in design.

Stile, parola abolita dagli atenei perché considerata negativamente, a causa dell’ambito eclettico in cui è spesso impiegato questo termine, va in realtà riconsiderato come capacità di dare il carattere giusto ad un oggetto o ad un edificio.
Tante le cause che hanno provocato, dopo gli anni ‘80, il declino di Milano come città dell’industria del design: tangentopoli ma anche la fine di un’epoca.

Jpeg
Cosa distingue un designer da chi non lo è? La capacità di fare un vaso che non sia un vaso da notte (pitale) e il saperli distinguere.
E’ importante saper riconoscere anche senza condividere: “Se oggi vedo uno studente o studentessa coi pantaloni strappati non penso nè che sia povero/a, nè che si sia fatto/a male cadendo in Vespa: che piaccia o no, il pantalone stracciato è entrato nell’immaginario cambiando significato“.

Zucchi ha parlato anche delle diverse tecniche ed epoche del disegno e del progetto, usando delle metafore: disegnare a mano è come lavorare la creta. Il lavoro continuo su lucido permette in ogni singolo momento di spostare una singola linea in un qualsiasi modo. Lavorare coi software è invece come lavorare coi lego, con dei moduli, ed inevitabilmente i due modi influenzano il progetto.
Siamo ben lontani da quando i disegnatori prendevano le misure ad occhio e prenderle era solo un verificarle. I disegnatori, all’epoca, introiettavano la proporzione.


A questa fiorente stagione di design ne è seguita un’altra troppo influenzata dal marketing, dove ai progettisti si sono sostituite figure esperte nel conoscere il mercato.
Molti prototipi non arrivano neanche alla produzione, e spesso il motivo è semplicemente legato al marketing. Ogni fallimento conduce però all’idea (Fail fail fail… better).
Cos’è un buon oggetto di design? Un oggetto che diventa un po’ come un animale domestico, che fa parte della casa da sempre.
Il design moderno è caricato di astrattismo. Ogni oggetto deve avere per forza un concept. A Jasper Morrison chiesero qual’era il concept della sua macchina fotografica. Rispose che sembrava una macchina fotografica!
Viviamo in un’epoca di minoranze in contrasto tra loro. Cyberpunk vs veg etc etc, tra cui è difficile mediare e dialogare.
Il progettista sembra quasi più un mediatore tra entità: vigili del fuoco, comune, committente…
Il buon design di oggi e di ieri deve unire codice e innovazione.
Interessante l’alterazione leggera del significato, che coniuga la capacità formale con l’oggetto d’uso.

Jpeg

Dopo l’introduzione di Cino Zucchi, siamo entrati a visitare la Fondazione.
I Castiglioni erano tre fratelli figli di un importante scultore, che aveva fatto anche una delle porte del Duomo di Milano, e tra le loro collaborazioni vi era Caccia Dominioni.
Negli anni ’60 lo studio si sposta in zona Castello, dopo l’allontanamento di Livio, che va a progettare radio. Pier Giacomo e Achille progettano nel nuovo studio fino al ’68, anno della scomparsa di Pier Giacomo. Quasi tutti i capolavori sono stati progettati nel periodo in cui Pier Giacomo era ancora in vita.

Lo studio ha una composizione multiforme: disegnatori, ingegneri, grafici, ma anche operatori tecnici, tenuti in grande considerazione poiché in grado di segnalare i limiti del progetto dal punto di vista della produzione.

Jpeg

Mezzadro e Sella sono due sperimentazioni di sgabello.
Mezzadro è ispirato al sedile del trattore e al suo molleggiare, nonché all’ergonomia della forma della seduta. Era uno sgabello pensato per chi, lavorando ad un tavolo, poteva molleggiare per prendere oggetti distanti riposti sul tavolo di lavoro, ai margini.
Sella era uno sgabello ispirato ai sellini delle biciclette, pensato per essere usato durante le telefonate. I telefoni ai tempi erano all’ingresso delle case, e serviva uno sgabello di dimensioni contenute, e di altezza compatibile al telefono (sarebbe stato scomodo parlare seduti su una sedia di altezza tradizionale). Il piede della “sella” era semisferico, in modo che la persona seduta potesse ondeggiare. La sua scomodità era ideale per contenere il tempo al telefono, visti i costi elevati delle telefonate all’epoca.

Jpeg

I Castiglioni sono stati anche progettisti dello storico interruttore che sicuramente ognuno di noi ha (o ha avuto) a casa sua…

Jpeg

I Castiglioni collezionavano oggetti particolari nati per risolvere problemi pratici, come uno sgabello che si legava alla vita, ideato per i fattori, in modo che potessero sedere ogni volta accanto ad una mucca diversa solo accasciandosi, in modo da mungere tenendo le mani pulite e toccando solo le mammelle delle mucche.

Molti di questi oggetti collezionati e trovati in giro, di progettista ignoto, si trovano in una grande vetrina in una stanza di passaggio dello studio dei Castiglioni. Si tratta di una vetrina da medico, quella che nei decenni scorsi usavano per tenere i medicinali.
In questa stanza di passaggio, ad angolo, è presente un grande specchio posizionato in modo obliquo rispetto alle pareti, che permette a chi si trova nell’ultima stanza, di vedere chi arriva dal corridoio. Achille usò questo excamotage visivo per fare molti scherzi a clienti e colleghi, che quasi andavano a sbattere sullo specchio nel tentativo di stringere la mano alla sua immagine riflessa.

Una stanza piena di modellini e prototipi contiene la lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni, che, con un arco di metallo, riconduce il punto luce sul tavolo. Il piede è un blocco di marmo di 45 kg, con un buco fatto apposta per favorire lo spostamento senza fastidi per il corpo.

Sempre in questo ambiente c’è la lampada il cui rivestimento è fatto di un materiale plastico che ricorda la colla vinilica, le ragnatele, lo zucchero filato e una serie di altre suggestioni.

Jpeg

Vediamo dopo Gibigiana, una lampada da lettura progettata da Achille, che, focalizzando la luce in un preciso punto, permette di non disturbare il partner dormiente durante la lettura serale.

Vediamo alcuni progetti per la sala da pranzo. Sedie pieghevoli per eventuali ospiti, e una tavola imbandita che è un’allestimento ma invita ad entrare e mangiare, grazie alla sua estetica molto attuale. Vi è una scala appesa al muro, per ogni evenienza, a vista, e una scaletta di tre gradini, portaoggetti, ispirata ai mobili dei fioristi. E’ presente anche un contenitore di utensili da cucina, ispirato ai contenitori da lavoro.

Jpeg

Il genero di Achille Castiglioni ha infine raccontato un aneddoto: mentre lui e la compagna studiavano topografia alla facoltà di geologia, Achille si avvicinò curioso: mesi dopo uscì il divano fatto a curve di livello

Salva