Intervista a Juri Favilli, Architetto progettista, promotore della figura dell’Architetto e della sua valorizzazione nel mondo dei committenti e dei giovani colleghi.
Abbiamo esplorato, nelle domande, temi molto vasti e diversi tra loro.
Consiglio la lettura soprattutto ai giovani architetti, a chi sta ancora studiando alla Facoltà di Architettura, ma anche ai colleghi maturi. Buona lettura.

juri favilli architetto

 

Ciao Juri, raccontaci di te: età, provenienza, formazione, professione, hobby….


Sono nato in Toscana, ho 41 anni e sono un Architetto Designer.
Il mio lavoro, il mio hobby e la mia vita sono la stessa cosa.
Non dico che sia giusto, e non lo dico neanche perché fa figo, ma perché è l’unica verità che so dire. 
Un tempo avevo hobbies, ero un discreto sportivo, ho anche fatto parte di una band indie rock…
Oggi progettazione e divulgazione di quello che faccio si sono presi tutto lo spazio e il tempo che ho al di fuori dei rapporti con i miei cari.
E anche una parte di quello visto che mia moglie mi aiuta su vari fronti del processo creativo e di comunicazione del progetto. Oggi se devo svagarmi una domenica mattina mi metto a progettare un tavolo ipotetico per intendersi.
Uno può pensare: “ma così non stacchi mai!” È vero, ma funziona così quando fai un lavoro che è l’espressione più spontanea di te stesso. Un lavoro che a quel punto non è un lavoro, è la tua vita appunto. 

Le tue firme progettuali sono l’interiority design, l’architettura “sartoriale” e il “progettare senza mobili“. Puoi parlarcene?

Si, sono facce della stessa medaglia, dove il succo è partire dalla nudità dei muri e vestire letteralmente la casa di gesti progettuali ricamati sulla personalità e sulle esigenze specifiche di chi dovrà abitare quegli gli spazi.
Lo so che sembra retorica, ormai ci sono vari miei colleghi che usano gli slogan, “la tua casa deve somigliarti”, “progettiamo case che parlano di te”.
Magari qualcuno lo fa per carità, ma io credo di aver fatto qualcosa di diverso e di essere andato oltre la ricerca di “azzeccare il gusto del cliente”. 

Più di 10 anni di attività, più di 30 case progettate e realizzate (oltre a showroom, uffici, ecc.) …
…e non ho mai fatto comprare un mobile a nessuno dei miei clienti.

Le mie case sono una summa organica di gesti artigianali, sono una plasmazione dello spazio ottenuta con cartongessi, legno ed altri materiali che vanno a creare degli arredi strutturali che ho chiamato Furniwall e sono un modo diverso di concepire l’abitare.
Un modo che ha anche origine nella mia esperienza giovanile nello Yacht Design, dove l’involucro è arredo e l’arredo è involucro.
Anche qui, non dico che sia giusto, o che debba essere l’unico modo di progettare una casa. Questo è il mio modo, tutto qui.
Nelle mie case non troverete quasi mai mobili “propriamente detti” come elementi “appoggiati al muro”…e quando capita in ogni caso il complemento di arredo in questione lo progetto io e lo faccio realizzare da artigiani. Con buona pace dei rei rivenditori di arredamento vari, sono un pessimo cliente per loro 🙂

Che ne pensi del tuo percorso di studi come architetto? La facoltà di architettura è ancora al passo coi tempi?

Quando sono uscito dalla facoltà di Architettura mi sentivo impreparato ad affrontare il mondo del lavoro, per questo all’inizio un po’ ho odiato il modo in cui mi avevano formato all’università, almeno a Firenze…
Non sai affrontare le amministrazioni, non sai gestire le imprese, non sai affrontare i clienti, non sai fare praticamente nulla…
Anche progettualmente potrei dire… ti hanno fatto fare esami su temi come chiese, edifici multiuso, teatri, musei e addirittura interventi a scala urbanistica…
Ma come libero professionista giovanissimo ti capita la casa della zia o dell’amico da ristrutturare e tu non sai neanche cos’è un collettore di un impianto idraulico, come si compone una cucina…
I primi anni l’ho considerato uno scandalo!
 <<Ma come non ti insegnano l’abc della professione!!!>>
Poi pian piano ho capito…
La facoltà di Architettura mi aveva insegnato una cosa che non si impara mai solo sul campo: mi aveva insegnato a pensare da architetto!
Tutte quelle riflessioni, quei progetti teorici e poco fattibili, quelle dissertazioni sui massimi sistemi del linguaggio compositivo…
Devo tutto quello che sono a quegli anni.
Rifarei Architettura 10, 100…1000 volte 

Cosa pensi di ciò che oggi il mondo del lavoro chiede al giovane architetto?

Tutto il mondo del lavoro è cambiato. All’inizio la chiamavamo “crisi”, poi piano piano abbiamo capito che era qualcosa di diverso e di più di una crisi, era un cambiamento strutturale… secondo me per molte professioni c’è un vero e proprio ritorno al medioevo. Nel senso che siamo tutti bottegai delle nostre capacità.
Si sta trasformando il concetto di “lavoratore dipendente” a favore del concetto di “essere colui che mette a servizio le proprie capacità di fornire un servizio specifico”.
Questo servizio tu puoi offrirlo ad una multinazionale che magari si chiama Microsoft o a un privato che è una famiglia di Agrate.
Ma in entrambi i casi sei un imprenditore di te stesso che offre la sua unicità al mondo.
Ok, magari non vale ancora per tutte le figure lavorative, ma questa è la nuova direzione per come la vedo io, e senz’altro vale per gli architetti.
Questo cosa vuol dire in soldoni?
Che i giovani architetti, che piaccia o no, possono smetterla di mandare curricula e pensare di essere assunti dallo studio di turno e di poter contare sul loro primo stipendio fisso.
Un architetto deve trovare la sua unicità, coltivarla, perseguirla e poi offrirla a chi ne ha bisogno. Va invertito il paradigma, non puoi più contare sul fatto che qualcuno ti “offra un lavoro” ma sei tu che devi “offrire quello che sei al mondo”.
 Dovresti direi: “Ehi Studio X, io so fare questo questo e questo, ne hai bisogno?
E se un ragazzo si fa bloccare dalla solita frase:
si ma come faccio a imparare se non mi prendono…
beh la risposta è lunga, ma per riassumerla rispondo:
sbattendosi, distinguendosi, imparando nella propria cameretta cose che altri non sanno offrire, andando a bottega… non tutto è dovuto, è un mestiere particolare il nostro, a volte bisogna avere il coraggio di salire sul palco senza avere fatto concerti prima di quel momento! 

Perché molti neolaureati finiscono a a”finta partita iva” negli studi o a vivere di attività tecniche collaterali ma non di progettazione?

Secondo me un Architetto (Progettista) è sempre e comunque un libero professionista, e lo è fin dagli inizi perché il suo è un lavoro intellettuale.
Un architetto non può essere un dipendente di qualcun’altro, perché è contro la natura dell’essere Architetto, in quanto figura creatrice di progetti.
Potrebbe un pittore fare il pittore dipendente? Certo che no!
Potrebbe un filosofo fare il filosofo dipendente? Certo che no!
Può uno scrittore fare lo scrittore dipendente? Certo che no! 
Quest’ultimo può scrivere articoli per una rivista in cambio di un compenso, ma non può scrivere un’opera propria come un libro come dipendente.
Tu dopo la laurea puoi fare esperienza lavorativa in uno studio, ma non stai facendo l’architetto, stai offrendo le tue capacità di disegnatore digitale alla causa di qualcun’altro. Certo a volte metti sul banco anche le tue idee, ma anche se sembra brutto che lo dica, non sei pagato per quello o almeno è raro.
Farai l’architetto il giorno in cui sarai in prima linea a far valere una posizione progettuale, dove nessuno, a parte un socio magari, potrà dirti come e dove tirare una linea.
Fare l’architetto significa prendersi una serie infinita di responsabilità, prima di tutto creative.
Poi ci sono quelle che tu chiami attività tecniche collaterali:
puoi diventare esperto di pratiche burocratiche;
esperto di formulazione capitolati e computi metrici;
espetto di certificazioni energetiche;
esperto di direzione dei lavori e contabilità di cantiere;
espero di grafica digitale e renderizzazione fotorealistica;
e altre decine e decine di specializzazioni sempre più specifiche e sempre più fondamentali come parti complementari di un progetto architettonico.
Ma il progetto architettonico appunto è compito dell’architetto, che più si occuperà solo di quello e più sarà bravo negli anni.
E’ una questione di scelte e di indole, non credo sia una questione di valori o di occuparsi di cose più o meno importanti, come per tutto nella vita è questione di esprimere se stessi.
Conosco e collaboro con colleghi tecnici che passano le giornate a formulare fantastici e inattaccabili computi metrici e capitolati con una passione e una dedizione che io non potrei mai mettere in atto. E che non cambierebbero mai una delle loro giornate con la mia che mi tormento per trovare una soluzione per un living.
Non dobbiamo per forza tutti progettare, l’importante è che qualcuno progetti però!


Un tempo c’erano le “botteghe” e il maestro passava le sue conoscenze ai “garzoni di bottega”. Oggi si rimane per anni negli studi a fare le stesse cose e non si impara niente: come “emanciparsi” da questo destino?

È vero hai totalmente ragione, è così.
Io credo che la strada sia diversificare la propria operatività sopratutto all’inizio.
Farlo il più possibile, a costo di lavorare la notte e nel weekend.
E fare ben presto anche progetti in proprio, da subito, buttarsi!
Questo è una cosa in cui credo totalmente.
Stai lavorando per lo studio X, ok, ma non perderti l’opportunità di ristrutturare casa a quella coppia di amici, che magari non pensavano di chiamare un Progettista, ma se ci pensi tu…
Inventati le tue opportunità non aspettarle.
Credi in un certo tipo di casa in legno? Ok non aspettare l’incarico, progettala, e portala in giro, falla vedere ad agenzie immobiliari che costruiscono, a imprese, a privati…
Impara a disegnare il tuo futuro, è più importante e vieni prima di disegnare un qualunque spazio architettonico. 

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Spesso il committente non sa davvero cosa fa l’architetto, e lo confonde con altre figure (geometri, imprese edili, periti). Come veicolare correttamente la nostra professione? Come “rimettere al centro il progetto” nella professione di Architetto?

Che domanda importante che mi fai, è il tema centrale della mia vita. Una specie di fissa o di piccola missione se vogliamo.
Io credo che il committente vada educato, vada informato, vada accompagnato a capire di cosa ha bisogno per farsi la sua prossima casa, perché lui il 99% delle volte non lo sa.
Perché lui non sa che, ha sì bisogno di un geometra (o affine), ha si bisogno di un impresa…ha bisogno di tante, tante figure per veder realizzato il suo sogno…
…ma più di tutto, prima di tutto, ha bisogno di un Architetto Progettista, quello che io chiamo l’Architetto Designer, ovvero colui che si occuperò del processo creativo della sua prossima casa.
Questa è la verità che ho tastato con mano in oltre 10 anni di libera professione e 20 anni di esperienza sul campo. Se manca un Progettista vero manca un Progetto vero, e se manca un Progetto non puoi aspettarti nulla di che dall’opera che uscirà.
A volte è proprio un disastro!
Per gli architetti non c’è lavoro???
Beh, se le persone che stanno per farsi casa capissero questa piccola grande verità le facoltà di architettura d’Italia non basterebbero a colmare la domanda.
E io prima o poi, in un modo o nell’altro ci metterò lo zampino in questo processo. 

Influencer di Houzz (e testimonial per l’anno 2020), tra i primi 30 architetti milanesi su Homify e Habitissimo. Puoi raccontarci questa esperienza? Quanto è importante che i giovani architetti si promuovano nel web? Quanto lo è stato per te?

Non è che è importante, è tutto.
Io devo tutto al web, il web è la prima, grande e più democratica possibilità di meritocrazia della storia dell’essere umano.
Un architetto deve raccontare quello che è e quello che fa sul web.
Primo perché progettare è comunicare, è usare un linguaggio diverso dalle parole per dire qualcosa che parli di te e del tuo committente.
Progettare significa fare cultura. E questo vale se si parla di moda, design, di un libro o di una casa.
Da sempre l’architettura è stata anticipata e seguita dal dibattito. Solo che era esclusiva di pochi. Il web da la possibilità a tutti di dire:
Ehi gente, guardate cosa ho fatto!
Guardate cosa significa per me il concetto di abitare!
E se quello che hai da dire e da far vedere suscita interesse si scatena un dibattito e arriva l’attenzione delle persone addette ai lavori e non, se no devi provare a capire come mai non ti considera nessuno, dopotutto non si crea mai per se stessiMa ci siamo resi conto dell’incredibile opportunità di una vetrina mondiale dove puoi urlare chi sei? Oggi puoi creare letteralmente da zero la tua possibilità di carriera.
Senza tessere di partito, senza appartenere a questo o quel circolo, senza avere le cosiddette “conoscenze giuste”. Le famigerate “spinte” all’italiana.
Chi non ama il web… ho il sospetto che la vecchia società dei privilegi per pochi gli facesse comodo.  

Che messaggio vuoi lanciare ai giovani colleghi che ci stanno leggendo?

Ragazzi, non concentratevi sui discorsi sulla crisi, le crisi, nella misura in cui sono reali, nascondono opportunità interessanti e sono sempre un momento di svolta.
Combattete ogni giorno con la tentazione di dar ragione a chi vi dice:
“Sei un Architetto? bello, ma auguri, trovi lavoro?”
Sperimentate, capite cosa vi piace fare sporcandovi le mani.
Non vivete per trovare uno stipendio da 1200€ e rilassarvi senza pensieri.
Non è più di tanto nella natura del mestiere per cui avete studiato una mezza vita.
Avete scelto il mestiere che ha disegnato il mondo che vi circonda.
O almeno che avrebbe dovuto farlo, o farlo meglio di come vediamo…
Fatelo meglio voi, capite se davvero vi va di dare il vostro contributo con un po’ di bellezza!
Secondo me c’è solo una domanda che incide nella vita, e non è da dove veniamo, se siamo soli, o se c’è una vita dopo la morte, ma è questa:
Cosa voglio davvero?
Domandatevelo spesso, e se la risposta è spesso che volete progettare, volete contribuire alla felicità di chi vivrà i vostri spazi, allora significa che volete fare l’Architetto e nessuno, dico nessuno potrà distoglievi da questo intento.