Intervista a Violetta Breda, Architetta e Archi-Influencer

Oggi intervistiamo Violetta Breda, architetta, titolare di Architempore, Archi-influencer, e femminista intersezionale.

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Ciao Violetta, dicci di te. Età, provenienza, formazione, professione, passioni…

Ciao! Ho 29 anni e sono un’architetta e imprenditrice edile di Milano. Nel 2016 ho fondato Architempore, impresa edile e studio di progettazione e in 3 anni siamo diventati più di 10.
L’architettura è la mia passione più grande, chi mi segue sul mio blog Architempore.com e sui miei social lo sa!

Parlaci della tua attività di archi-influencer?

Raccontare l’architettura e il design, divulgare il mio lavoro quotidiano in cantiere è per me naturale. Architempore srl è la mia impresa edile con studio di progettazione, ma anche blog dove chi è interessato può trovare tanti contenuti gratuiti di grande valore e professionalità. È la prima impresa edile a raccontarsi sul web in Italia e ne vado fiera.

Quali tecniche di comunicazione visiva, seo, web content usi per il tuo progetto?

Sono partita da zero, con le mie competenze acquisite durante gli studi e qualche anno di gavetta per altri magazine digitali. Ad oggi ho un team di professioniste e un’agenzia seo che mi supporta nel lavoro di creazione dei contenuti.
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Cosa ti ha spinto a diventare architetto?

Prima di tutto mi definisco architetta. Per quanto riguarda l’architettura, come dicevo è la mia più grande passione, da sempre: da piccola disegnavo le case delle mie bambole e passavo le ore a fare modellini con i lego o con il legno. Per me è sempre stata una scelta del cuore.

Sul declinare architetta al femminile ci sono tanti punti di vista. C’è il professionista uomo benaltrista che non ne vuole sentir neanche parlare, c’è la professionista donna che preferisce essere declinata come “architetto”, c’è chi invece preferisce Architetta. Spiegaci le tue motivazioni.

Non penso sia questione di preferenze, ma di italiano. E anche di riconoscimento. È ormai sdoganato l’uso al femminile da parte dell’accademia della  Crusca e io più che altro trovo che sia classista non usarlo: davvero non storciamo il naso davanti alla parola “maestra” o “segretaria”, ma architetta è innaturale?
In ogni caso sono fiera che per le architette ci si ponga il problema, è il primo ordine a capire che bisogna stare al passo con l’evoluzione della lingua e della società.

Che ne pensi del caso del timbro “architetta” di Bergamo? Alcune professioniste sperano rimanga la doppia opzione e che non diventi un obbligo.

Spero che questa felice situazione si diffonda in tutta Italia e sta già accandendo. Ne ho scritto anche sul mio blog, intervistando le prime architette che lo hanno ricevuto nel 2017.

 

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Quali sono i problemi di chi, essendo donna, si approccia alle professioni tecniche?

Le donne che si rendono visibili nell’ambito dell’architettura e dell’edilizia si scontrano con tanti stereotipi e pregiudizi.
Mi è stato chiesto di firmare i moduli visitatore in cantiere, quando il cantiere era mio. Mi è stato detto di andare altrove per acquistare del materiale edile perché non fornivano a persone come me. Mi è stato chiesto al telefono di poter parlare con il titolare e non con me e in un’occasione è stato messo in dubbio che io fossi davvero la titolare.  Specifico che queste cose non sono state dette da clienti e fornitori abituali, con loro i rapporti sono sempre diversi.
La vita quotidiana è spesso difficile e i pregiudizi da abbattere sono tanti, anche questo fa parte del mio racconto digitale: per me è fondamentale normalizzare la presenza femminile in cantiere. I miei dipendenti ricevono formazione su questo aspetto, per me è molto importante creare un ambiente di lavoro che rispecchi i miei valori.

Perché molte professioniste donne sono loro per prime le vittime del maschilismo interiorizzato? Come risolvere il problema?

Non mi piace additare un genere o un altro: chiunque abbia stereotipi maschilisti è responsabile delle proprie azioni. La risposta è sempre una: continuare per la propria strada e cercare un modo per comunicare senza scontro. Ho visto tante persone cambiare posizione e abbattere i muri che si erano costruite, questo mi ha fatto capire che un cambiamento è sempre possibile.

Perché tanto maschilismo nella nostra professione? Come combatterlo?

Perché lo stereotipo più grande è che non sia un lavoro per donne. L’edilizia è il settore con il più alto fattore di gender gap e lo vedo quotidianamente, come ho parzialmente detto prima. Si “combatte” diventando un modello, per quanto mi riguarda.

Cosa ti sentiresti di consigliare alle professioniste donne?

Di fare quello che si sentono! Secondo me autodeterminarsi ed essere serene con le proprie scelte è la cosa più importante. E ovviamente, farsi valere sempre senza paura.
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