Architetto, Architetta: che ogni professionista scelga

Tre professioniste hanno chiesto e ottenuto “Architetta” sul loro timbro, ed è subito polemica, scherno, e un rigurgito di misoginia.
Cerchiamo di capire come garantire alle donne professioniste la scelta della formula migliore.

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Ho saputo della notizia relativa al titolo di Architetta in tre timbri di tre professioniste dell’Albo di Bergamo da un livoroso contatto facebook, che denunciava i “presunti” privilegi delle donne nella professione e invitava a pensare ai veri problemi degli architetti (di quelli coi cromosomi xy però).

Ho provato inutilmente a farlo ragionare sugli svantaggi della donna professionista in un mondo di vere e (soprattutto) “finte” partite iva, e anche sulle vere motivazioni del suo benaltrismo (non mi interessa se l’usare questo termine farà si che mi connoterete politicamente, probabilmente sbagliando: lo considero appropriato), ma ho ricevuto solo aggressività e machismo.

Il rigurgito di misoginia che questo caso di attualità ha scatenato invita a riflettere sul fatto che, al di là dell’appoggio a questa singola battaglia, un problema di discriminazione di genere, nella professione di Architetto, c’è, e che si deve porre attenzione ai problemi specifici della professionista donna (oltre a segnalare all’Ordine tutti coloro che hanno usato battute pecorecce e insulti verso le colleghe donne).

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Raccontiamo l’antefatto, per chi non avesse seguito il caso di cronaca:

Tre colleghe appartenenti all’Ordine degli Architetti di Bergamo, Silvia Vitali, Francesca Perani e MariaCristina Brembilla, fondatrici di ArchiDonne, hanno chiesto il duplicato del timbro con la dicitura “Architetta”, come primo passo di un lavoro sulle difficoltà (e peculiarità) dell‘essere professionista e donna.

Di questo tema ha parlato anche un evento organizzato dall’Ordine, che si è svolto giovedì 16 marzo presso la sede dalla Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Milano su invito di ADA Associazione Donne Architetto di Firenze, e in concomitanza con l’uscita del numero di marzo di Abitare, interamente dedicato alle professioniste.
Qui un interessante resoconto
Qui il video

La notizia è stata accolta con poca solidarietà, se non addirittura con scherno, a causa anche di un cattivo giornalismo. Ad essere coinvolti nello scherno sono stati soprattutto colleghi uomini, che non riescono a capire di non avere voce in capitolo su qualcosa che riguarda le professioniste donne e su cui loro e solo loro hanno il diritto di decidere per sé stesse.

Legittimo non simpatizzare col termine Architetta, ma mi interrogo sulle radici di tale rabbia e aggressività, proveniente prevalentemente da professionisti uomini.
Parlare dei toni è impossibile, perché in tutti i social si torna a parlare del fatto.

Abbonda il benaltrismo: spesso si cerca di far deviare la discussione sui veri” problemi della professionista donna (ma guardacaso chi li cita non è poi impegnato nella battaglia civile per risolverli), o addirittura sui “veri” problemi del professionista (cancellando completamente il problema di genere, come fosse irrilevante).

L’atteggiamento è spesso di scherno e in qualche modo vi è del “bullismo“: si tende a sottolineare di quanto questi temi siano frivoli, dei professionisti uomini si supportano tra loro nello scherno, e sminuiscono sia le tre donne del caso di attualità, sia la donna in generale.

Sono stati fatti esempi che grammaticalmente non hanno senso:
siamo sempre stati abituati ad usare “ingegnere”, ma non è impossibile grammaticalmente ricavarne il femminile: infermiera, cassiera e parrucchiera sono i femminili di infermiere, cassiere e parrucchiere, e grammaticalmente sono casi simili ad ingegnere/a.
Diverso è invece il caso di artista, pediatra, geometra, che possono esseree declinati con la o il a seconda se la persona è uomo o donna, e al plurale hanno gli e le, con desinenze -i ed -e.
Chi ha quindi scritto, per manifestare dissenso e scherno, “pediatro”, “artisto” e così via ha solo manifestato la sua ignoranza sull’etimologia delle parole.

A tutto ciò si sono aggiunti insulti gratuti a Boldrini, che può piacere o non piacere, ma non merita sicuramente insulti sessisti, e andrebbe criticata, eventualmente, sui contenuti.

Il blog Architempore , come altri blog, ha coraggiosamente ha pubblicato, punto per punto, le risposte a tutte le critiche su quanto avvenuto.
Nessuno si lamenta di impiegata ed operaia: storicamente le professioni “umili” hanno avuto la loro declinazione al femminile senza nessuna polemica, quindi non si capisce come mai tanto scalpore per Architetta e per Ingegnera.

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Chi proviene da un percorso politico di femminismo della differenza avrà apprezzato l’iniziativa come atto politico.

Personalmente sono contro il binarismo di genere, non inclusivo verso persone e professionisti gender non conforming, e mi chiedo quale sia la scappatoia per i Paesi che hanno una lingua neolatina, che estende il maschile e il femminile a tutti i nomi ed aggettivi, nonché ai pronomi e a tutto il resto, anche quando sarebbe superfluo, obbligandoci a trovare soluzioni che rispettino tutti e tutte (quando in altri contesti idiomatici il problema non si pone, o si pone molto meno).
Mi chiedo se sia o meno una coincidenza che nei Paesi dove la lingua è pù binaria, ci sia un maggiore sessismo.

Il mio impegno sulla parità di genere parte quindi da presupposti differenti, e quindi penso anche a chi continuerà a desiderare soluzioni grammaticali meno “connotate di genere” (anche a costo di creare neologismi, se il neutro maschile non soddisfa).

Rimangono molte donne a cui Architetta/Ingegnera (per svariati motivi, che non coincidono per forza col maschilismo interiorizzato) non piace come definizione di se stesse come professioniste:  è importante che venga quindi garantita la doppia possibilità di usare, a seconda delle preferenze, Architetto o Architetta.

Speriamo quindi che la novità, che per ora è un’opzione, non diventi poi obbligatoria per tutte le professioniste e le persone al di fuori della dicotomia di genere.

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7 pensieri su “Architetto, Architetta: che ogni professionista scelga

  1. ho letto questo articolo e francamente trovo tutto molto patetico! Non sarà sicuramente la desinenza in A (tanto sbandierata dalla Boldrini), a dare parità tra uomini e donne nei vari campi lavorativi e a dare più lustro al mondo femminile, ne a identificare l’origine sessuale di una persona dal titolo impostato al maschile o al femminile, anche perchè dovremmo fare poi i conti allora con una discriminazione sessuale nei confronti di gay, lesbiche, gender e chi più ne ha più ne metta, che non magari non si riconoscono ne nella sfera maschile ne in quella femminile! stando poi a questa precisazione dei ruoli allora gli uomini comunque avranno diritto di rivendicare (per la parità dei sessi) il loro essere maschi e quindi il pilota di aerei potrà chiedere di essere chiamato “piloto” o il giornalista, trasformare il suo nome in giornalisto, il macchinista di treni in macchinisto etc, ect andando avanti all’infinito, e intanto che ci perdiamo sempre più in queste masturbazioni mentali questo paese affonda sempre di più, poichè i problemi reali non solo rimangono ma si moltiplicano in modo esponenziale. Qualcuno chiamerebbe queste cose come “armi di distrazione di massa”! e probabilmente questo sono! se queste colleghe hanno voluto distinguersi con questo loro timbro professionale personalizzato, che facciano pure, ma di sicuro non sarà questo a farle diventare migliori dei loro colleghi uomini ne ad ottenere più lustro dalla loro professione. Zaha Hadid (che non ho mai amato, non per il fatto che fosse donna ma per le sue idee di architettura che non collimavano con le mie) è diventata famosa ed è stata apprezzata in tutto il mondo per la sua architettura non certo per aver fatto apporre sul suo timbro il termine “architetta” anzichè architetto! ma si sa qui siamo in Italia il paese in cui è più importante apparire che essere, e quindi la griffe prima di tutto, poi se anche non c’è il contenuto poco importa. Del resto se in molti definiscono questo paese una “repubblica delle banane” un motivo valido c’è.

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  2. sarà che il mio oreccchio non è abituato a tali suoni, ma io trovo questi termini forzati al femminile assolutamente orribili.

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  3. Guarda, giusto nei giorni scorsi, ho dato una stirata di reni a un mio amico che pareva una persona sensata…e che, invece, ha cominciato a dire che termini come “mansplaining”, “pansessuale” e l’uso degli asterischi come desinenza di genere sono superflui, confusionari o addirittura censori (perché censurerebbero le differenze sessuali). Superfluo ricordare che il suddetto non si mai occupato di questioni di genere, né di qualsivoglia tipo di attivismo. Le sue argomentazioni erano del tipo “se tutti i miei amici dicono queste cose, qualcosa di vero ci sarà” ( invece, a me, mio cuggggino ha detto che gli unicorni volano…). Morale della favola: reazioni come quelle che hai constatato sono il consueto termometro dell’umana presunzione, nonché del qualunquismo di chi crede di aver sottomano la norma del buonsenso e di poter giudicare il mondo in base a quella. Senza mai essersi confrontato con ciò su cui pontifica. A questo si aggiunga la paura si tanti maschi di veder messo in discussione il proprio status sociale, davanti a ciò che le donne reclamano. Più un maschio è fragile, più ha paura delle rivendicazioni femminili. Anche quando non sono niente di enorme, come in questo caso. 😉

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