ArchWeek, Cino Zucchi: Fondazione Castiglioni e il design “utile”

Anche quest’anno si è tenuta a Milano l’ArchWeek, settimana destinata ad eventi culturali d’Architettura e di Design.
Nel programma spiccano i nomi di progettisti famosi e illustri professori del Politecnico di Milano: Cino Zucchi, Stefano Boeri, Roberto Dulio

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Nella giornata di sabato 17 giugno si è tenuta una visita alla sede storica dello studio di Design di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, introdotta da Cino Zucchi.

Era una torrida giornata di giugno, ma ciò non ha scoraggiato l’utenza, che comprendeva molte persone venute anche da altre province e regioni.
L’introduzione di Cino Zucchi era così piena di spunti di riflessione che sintetizzarla è stato quasi impossibile.
Ha iniziato spiegando che tutto il Sempione era la “piazza d’armi” del Castello Sforzesco, e che l’edificio dello studio Achille Castiglioni, oggi Fondazione, è il tipico edificio costruito col Piano Beruto, che presenta elementi neo-barocchi oltre ad uno stile, più che milanese, lombardesco, caratterizzato da cotto, pietra bianca e, anche se non in questo caso, graffiti.

L’edificio presenta influenze ingegneristiche in un’epoca in cui il gusto e la tecnica erano influenzate parimenti dal Politecnico (allora estremamente ingegneristico) e dall’Accademia di Brera.
La “Milanesità” che caratterizza il design milanese dagli anni 60 ai 70 è influenzata da due fattori: l’occasione e la “scelta” (un po’ come nell’amore: l’occasione ti fa conoscere molti potenziali partner, ma sei tu che “scegli”).
L’era del design a Milano vede personaggi di spicco come i Castiglioni e Magistretti, che presentano una grande freschezza mentale, e capacità di dialogare con l’industria e sviluppare un design “utile trasformando semplici oggetti utili in design.

Stile, parola abolita dagli atenei perché considerata negativamente, a causa dell’ambito eclettico in cui è spesso impiegato questo termine, va in realtà riconsiderato come capacità di dare il carattere giusto ad un oggetto o ad un edificio.
Tante le cause che hanno provocato, dopo gli anni ‘80, il declino di Milano come città dell’industria del design: tangentopoli ma anche la fine di un’epoca.

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Cosa distingue un designer da chi non lo è? La capacità di fare un vaso che non sia un vaso da notte (pitale) e il saperli distinguere.
E’ importante saper riconoscere anche senza condividere: “Se oggi vedo uno studente o studentessa coi pantaloni strappati non penso nè che sia povero/a, nè che si sia fatto/a male cadendo in Vespa: che piaccia o no, il pantalone stracciato è entrato nell’immaginario cambiando significato“.

Zucchi ha parlato anche delle diverse tecniche ed epoche del disegno e del progetto, usando delle metafore: disegnare a mano è come lavorare la creta. Il lavoro continuo su lucido permette in ogni singolo momento di spostare una singola linea in un qualsiasi modo. Lavorare coi software è invece come lavorare coi lego, con dei moduli, ed inevitabilmente i due modi influenzano il progetto.
Siamo ben lontani da quando i disegnatori prendevano le misure ad occhio e prenderle era solo un verificarle. I disegnatori, all’epoca, introiettavano la proporzione.


A questa fiorente stagione di design ne è seguita un’altra troppo influenzata dal marketing, dove ai progettisti si sono sostituite figure esperte nel conoscere il mercato.
Molti prototipi non arrivano neanche alla produzione, e spesso il motivo è semplicemente legato al marketing. Ogni fallimento conduce però all’idea (Fail fail fail… better).
Cos’è un buon oggetto di design? Un oggetto che diventa un po’ come un animale domestico, che fa parte della casa da sempre.
Il design moderno è caricato di astrattismo. Ogni oggetto deve avere per forza un concept. A Jasper Morrison chiesero qual’era il concept della sua macchina fotografica. Rispose che sembrava una macchina fotografica!
Viviamo in un’epoca di minoranze in contrasto tra loro. Cyberpunk vs veg etc etc, tra cui è difficile mediare e dialogare.
Il progettista sembra quasi più un mediatore tra entità: vigili del fuoco, comune, committente…
Il buon design di oggi e di ieri deve unire codice e innovazione.
Interessante l’alterazione leggera del significato, che coniuga la capacità formale con l’oggetto d’uso.

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Dopo l’introduzione di Cino Zucchi, siamo entrati a visitare la Fondazione.
I Castiglioni erano tre fratelli figli di un importante scultore, che aveva fatto anche una delle porte del Duomo di Milano, e tra le loro collaborazioni vi era Caccia Dominioni.
Negli anni ’60 lo studio si sposta in zona Castello, dopo l’allontanamento di Livio, che va a progettare radio. Pier Giacomo e Achille progettano nel nuovo studio fino al ’68, anno della scomparsa di Pier Giacomo. Quasi tutti i capolavori sono stati progettati nel periodo in cui Pier Giacomo era ancora in vita.

Lo studio ha una composizione multiforme: disegnatori, ingegneri, grafici, ma anche operatori tecnici, tenuti in grande considerazione poiché in grado di segnalare i limiti del progetto dal punto di vista della produzione.

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Mezzadro e Sella sono due sperimentazioni di sgabello.
Mezzadro è ispirato al sedile del trattore e al suo molleggiare, nonché all’ergonomia della forma della seduta. Era uno sgabello pensato per chi, lavorando ad un tavolo, poteva molleggiare per prendere oggetti distanti riposti sul tavolo di lavoro, ai margini.
Sella era uno sgabello ispirato ai sellini delle biciclette, pensato per essere usato durante le telefonate. I telefoni ai tempi erano all’ingresso delle case, e serviva uno sgabello di dimensioni contenute, e di altezza compatibile al telefono (sarebbe stato scomodo parlare seduti su una sedia di altezza tradizionale). Il piede della “sella” era semisferico, in modo che la persona seduta potesse ondeggiare. La sua scomodità era ideale per contenere il tempo al telefono, visti i costi elevati delle telefonate all’epoca.

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I Castiglioni sono stati anche progettisti dello storico interruttore che sicuramente ognuno di noi ha (o ha avuto) a casa sua…

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I Castiglioni collezionavano oggetti particolari nati per risolvere problemi pratici, come uno sgabello che si legava alla vita, ideato per i fattori, in modo che potessero sedere ogni volta accanto ad una mucca diversa solo accasciandosi, in modo da mungere tenendo le mani pulite e toccando solo le mammelle delle mucche.

Molti di questi oggetti collezionati e trovati in giro, di progettista ignoto, si trovano in una grande vetrina in una stanza di passaggio dello studio dei Castiglioni. Si tratta di una vetrina da medico, quella che nei decenni scorsi usavano per tenere i medicinali.
In questa stanza di passaggio, ad angolo, è presente un grande specchio posizionato in modo obliquo rispetto alle pareti, che permette a chi si trova nell’ultima stanza, di vedere chi arriva dal corridoio. Achille usò questo excamotage visivo per fare molti scherzi a clienti e colleghi, che quasi andavano a sbattere sullo specchio nel tentativo di stringere la mano alla sua immagine riflessa.

Una stanza piena di modellini e prototipi contiene la lampada Arco di Pier Giacomo e Achille Castiglioni, che, con un arco di metallo, riconduce il punto luce sul tavolo. Il piede è un blocco di marmo di 45 kg, con un buco fatto apposta per favorire lo spostamento senza fastidi per il corpo.

Sempre in questo ambiente c’è la lampada il cui rivestimento è fatto di un materiale plastico che ricorda la colla vinilica, le ragnatele, lo zucchero filato e una serie di altre suggestioni.

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Vediamo dopo Gibigiana, una lampada da lettura progettata da Achille, che, focalizzando la luce in un preciso punto, permette di non disturbare il partner dormiente durante la lettura serale.

Vediamo alcuni progetti per la sala da pranzo. Sedie pieghevoli per eventuali ospiti, e una tavola imbandita che è un’allestimento ma invita ad entrare e mangiare, grazie alla sua estetica molto attuale. Vi è una scala appesa al muro, per ogni evenienza, a vista, e una scaletta di tre gradini, portaoggetti, ispirata ai mobili dei fioristi. E’ presente anche un contenitore di utensili da cucina, ispirato ai contenitori da lavoro.

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Il genero di Achille Castiglioni ha infine raccontato un aneddoto: mentre lui e la compagna studiavano topografia alla facoltà di geologia, Achille si avvicinò curioso: mesi dopo uscì il divano fatto a curve di livello

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2 pensieri su “ArchWeek, Cino Zucchi: Fondazione Castiglioni e il design “utile”

  1. Buona sera,
    leggo con interesse l’articolo che riguarda le opere di mio padre, Pier Giacomo Castiglioni.
    Ho visto un breve accenno a lui, mi raccomando, il nome è scritto: Pier Giacomo.
    Con rammarico noto che la storia è stata particolarmente sintetizzata, v’invito a leggere la sua biografia sul sito ufficiale: http://www.piergiacomocastiglioni.it/biografia-pier-giacomo-castiglioni/

    Nelle foto proposte, soltanto un prodotto è ascrivibile al solo Achille: la lampada Gibigiana.
    Gli altri prodotti sono firmati Pier Giacomo e Achille Castiglioni.

    Mi spiace che la memoria storia di Pier Giacomo venga dimenticata. Tuttavia i suoi prodotti, icone del design, vengono sempre mostrate, purtroppo col solo nome di Achille.

    Vi chiedo di porre rimedio, soprattutto di prestare un po’ più di attenzione negli articoli futuri.

    Resto a disposizione per fornire qualsiasi informazione su Pier Giacomo Castiglioni.

    Arch. Giorgina Castiglioni
    cell: 333-8427376
    email: giorgina@giorginacastiglioni.it
    web: http://www.giorginacastiglioni.it

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