Professioni tecniche e giovani: i consigli dell’ Ing. Privitera

Oggi intervistiamo Michele Privitera, Ingegnere Civile (se preso per il verso giusto), co-fondatore della Cooperativa di professionisti TS Engineering e presidente del Comitato Professioni Tecniche.

Ciao Michele, innanzitutto raccontaci un po’ la tua esperienza professionale: cosa hai studiato e cosa ti ha portato alla tua esperienza attuale?

Non so definire cosa mi abbia portato alla mia esperienza attuale, so solo che è ciò che ho voluto fare da sempre. La tua domanda mi ha fatto ripensare a questa foto dei miei 4 anni. A quaranta anni di distanza la voglia di far bene questa professione è solo cresciuta. Ho studiato Ingegneria Civile, all’università di Catania, praticando sin da subito la libera professione: purtroppo o per fortuna non so cosa voglia dire “stipendio a fine mese”.

Cosa fa la tua azienda? e come mai hai scelto questo settore?

Lo studio nel quale lavoro ha la forma della cooperativa di professionisti; è costituito da un gruppo di Colleghi con i quali abbiamo condiviso nel tempo obiettivi e modo di operare, e con i quali si è consolidato un rapporto di stima e di fiducia.

Il settore nel quale lavoriamo è quello dell’Ingegneria Civile, delle strutture; sono fortunato a fare ciò che mi piace.

A mio modo di vedere l’attuale mondo del lavoro non lascia molte possibilità al professionista singolo. La nostra esperienza ci dice che solo con un gruppo forte e multidisciplinare e la capacità di fare rete con altri gruppi si possono affrontare le enormi difficoltà a cui siamo esposti come categoria.

Cosa è cambiato dagli anni in cui ti sei laureato? e cosa era già cambiato rispetto alle generazioni del boom economico?

Dico sempre, scherzando, che mi è stata tesa una trappola: da ragazzo vedevo ingegneri miliardari (in lire), e questo mi ha incoraggiato ad intraprendere questa strada, poi quando sono arrivato alla laurea eravamo alle porte della “fine del mondo”. Cominciai sin da subito come Direttore Tecnico in una grossa officina di carpenteria metallica (un sogno), con un ottimo contratto di consulenza stipulato in lire. Dopo pochi mesi l’avvento dell’euro dimezzò il potere di acquisto di tutto. Ho sempre lavorato ed anche parecchio, ma il rendimento della mia attività è sempre stato sproporzionatamente piccolo rispetto alla mole di lavoro.

Negli anni 2000 c’è stato il passaggio dalla lira all’euro (2002), l’abolizione delle tariffe (2006), il raddoppio del numero degli iscritti agli ordini.

Poi altri disastri: le leggi di Monti su assicurazione e formazione obbligatoria, obbligo del pos, raddoppio del contributo alle casse, incremento dell’età pensionabile a seguito della legge Fornero.

L’elenco delle “calamità” che ho appena citato forse non è esaustivo.

Per tanti Colleghi coetanei queste difficoltà sono state decisive, molti hanno rinunciato a farsi una famiglia, molti a continuare a fare la professione. Alcuni hanno trovato, fortunatamente, rifugio nella scuola e nell’insegnamento.

Considera anche il punto di vista di chi ti scrive dal Sud, in cui le possibilità sono estremamente ridotte anche da altri fattori.

Le università tecniche sono attualmente all’avanguardia nel formare i professionisti?

Non conosco il livello delle università tecniche oggi, posso solo fare una valutazione dall’esterno. Il numero di laureati negli ultimi 15 anni è aumentato vertiginosamente. Questo mi fa pensare che i criteri di selezione non siano validi, anche in relazione al fatto che spesso incontro giovani Colleghi che non hanno piena consapevolezza delle conoscenze che occorrono per fare la professione e di come si debba affrontare la professione.

D’altro canto non credo che i criteri di selezione dei “miei tempi” fossero perfetti, perché l’eccesso di rigore si traduceva in lotta per la sopravvivenza che penalizzava i meno caparbi, anche se capaci.

In cosa sbagliano? In cosa potrebbero migliorare?

Non ho gli elementi per rispondere a questa domanda, l’università è un posto speciale, quella Italiana è sempre stata ad altissimo livello. Forse soffre degli stessi problemi della scuola media e superiore, e degli stessi problemi dei professionisti, cioè quello di un’impostazione che viene dall’alto, dalla politica, che produce un depauperamento di ciò che abbiamo di più prezioso: la nostra cultura.

L’ordine affianca il giovane professionista?

Il giovane professionista, così come l’anziano, è abbandonato a se stesso sin dalla “culla”. Non ci sono aiuti, riferimenti.

Come risolvere l’annoso problema della “finta libera professione”? Che fa si che molti giovani, e meno giovani, lavorino intere vite con contratti da liberi professionisti ma modalità di lavoro da dipendenti?

Ho difficoltà a rispondere anche a questa domanda: quando le condizioni di lavoro non mi sono sembrate dignitose l’ho sempre rifiutato: anche questo significa essere liberi professionisti. Chi le accetta lo fa liberamente, non lo costringe nessuno, semplicemente non vuole essere libero. Il mondo del lavoro è fatto da domanda e offerta: se la domanda è quella di avere schiavi, lo schiavo che accetta e non si ribella sta semplicemente occupando il posto che merita. Scusa la brutalità della risposta, ma non riesco a vedere diversamente questo fenomeno.

Cosa dovrebbe fare un giovane prima di decidere in quale facoltà iscriversi?

Credo che sia fondamentale conoscere il lavoro che si farà da vicino. L’Università è un mondo affascinante, dal quale si viene attratti per una passione che ci spinge alla conoscenza, ma non insegna a lavorare.

Una matricola non immagina nemmeno che fare la libera professione da ingegnere o architetto significhi dover affrontare il mondo spaziando dalle materie studiate fino alla giurisprudenza, alla gestione fiscale, la burocrazia, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, la concorrenza sleale non contrastata dagli Ordini, la precarietà e la mancanza di tutele.

Cosa dovrebbe fare un giovane appena laureato?

La risposta ideale sarebbe “non piegarsi mai a condizioni di lavoro inaccettabili”. Ma direi anche avere l’umiltà di capire quanto possa essere produttivo inserito in un team, avere chiaro il proprio ruolo e il proprio valore. Queste cose in Italia sono difficilmente realizzabili, allo stato attuale. Credo che un’esperienza all’estero sia un punto di partenza. Solo dall’esterno si vede bene quanto piccino possa essere a volte il modo di lavorare in Italia.

Cosa dovrebbe fare la famiglia?

Posso dire cosa farò per i miei figli: cercherò di dargli ogni possibilità di scelta e di conoscenza secondo le inclinazioni che hanno. Credo che non ci sia altro che si possa fare.

Architetti o “recupero crediti”? Il drammatico problema dei clienti morosi….

Problema irrisolto e verso il quale non c’è una volontà reale di applicare delle soluzioni che infondo sono semplici. Con il Comitato Professioni Tecniche, un’associazione di architetti e ingegneri, abbiamo messo a punto una proposta che potrebbe essere efficace sotto più profili: si tratta di istituire l’obbligo di registrazione del contratto tra il cliente ed il professionista presso l’agenzia delle entrate. Questo obbligo chiaramente innescherebbe un circolo virtuoso perché:

  1. migliorerebbe il rapporto tra il fisco ed il professionista
  2. ridurrebbe la concorrenza sleale basata sul ribasso dei prezzi
  3. eliminerebbe i rapporti lavorativi non convenzionali
  4. consentirebbe di valutare la congruità dei prezzi rispetto alle prestazioni
  5. consentirebbe di controllare se il proponente ha le competenze per eseguire una prestazione
  6. consentirebbe di accedere rapidamente al recupero del credito qualora il cliente non pagasse.

Questo è un argomento che richiederebbe un lungo approfondimento

Come è nato “Comitato Professioni Tecniche”? che tipo di figure coinvolge e attrae?

Il Comitato Professioni Tecniche è nato dall’incontro di professionisti che hanno visioni ed esperienze comuni e cercano semplicemente di proporre idee ed essere costruttivi, intercettando e criticando pubblicamente attraverso il gruppo Facebook quei fenomeni che riteniamo lesivi della categoria e della professione. Non ci siamo mai posti il problema del numero di iscritti, anche se ad oggi sono puù di 400 i Colleghi che si sono iscritti sul sito (www.comitatoprofessionisti.it), ed oltre 5700 gli iscritti al gruppo Facebook (https://www.facebook.com/groups/comitatoprofessionitecniche/). Abbiamo sempre privilegiato ed accolto chi ha idee e passione. Siamo comunque tutti convinti che la nostra categoria abbia bisogno di attivismo oltre che di condotte personali sane.

Rispetto ai crediti formativi? Aiutano il professionista ad essere sempre aggiornato o è un sistema organizzato male?

Credo che si sia perso l’attimo, quello iniziale, in cui l’intera categoria avrebbe dovuto seppellire sotto una risata i regolamenti redatti dagli Ordini in merito alla cosiddetta “formazione obbligatoria”. Sono regolamenti ridicoli, e non essere riusciti in massa a metterne in evidenza l’aspetto grottesco per tempo, ci costringe oggi a sottostare a questo meccanismo.

Abbiamo perso altre occasioni per protestare ed eliminare gli Ordini professionali: l’introduzione dell’obbligo assicurativo, del POS (la macchinetta per ricevere i pagamenti con la carta di credito), la modifica stessa del Codice Deontologico, in cui si è ritenuto di dovere specificare che un professionista non è “deontologicamente corretto” se non è assicurato, o se non ha pagato la tassa all’Ordine oppure se non è in regola con i Crediti Formativi. L’idea stessa di modificare il codice deontologico è grottesca e mortificante per l’intera categoria.

Sbaglia anche il neolaureato a proporsi o è colpa del mercato?

I neolaureati si trovano in un sistema che disorienta, non riesco ad attribuire colpe o errori. D’altro canto il “Mercato” è una parola terribile per me: bisogna che tutti acquisiscano coscienza del fatto che non esiste questa “divinità” che decide il destino degli uomini alla quale bisogna inchinarsi e sottomettersi. Credo che l’intera nostra società e quindi anche il mondo del lavoro, sia composta da individui che possono scegliere di agire nel nome del benessere del prossimo e della collettività. Di fronte a questa visione non c’è “Mercato” che tenga. Il problema del lavoro si affronta più facilmente se si cambia la logica con cui si vedono le cose, e la politica può arrivare a far questo solo con una forte spinta dal basso.

Cosa ne pensi di chi, per scavalcare un mondo ostile, sviluppa la propria professionalità in altri settori o in settori a cavallo tra il nostro mondo ed altri? (rendering, grafica, real estate, editoria…)

E’ stato l’argomento con il quale ho avuto il piacere di incontrarti e in quell’occasione forse hai pensato che abbia idee troppo radicali. Immagino che se Leopardi si fosse trovato alle prese con la videoscrittura, “L’Infinito” sarebbe stato esattamente lo stesso canto, non sarebbe cambiato nulla. Questo per dire che se un ingegnere o un architetto sa impiegare un software, questo non incrementa le sue capacità, che derivano dallo studio e dall’intelletto. Forse può essere un vantaggio in termini di velocità di rappresentazione del lavoro, ma una cosa è la nostra attività è intellettuale, altra sono gli strumenti che bisogna saper usare per produrre il frutto della fase intellettuale.
E’ il lavoro intellettuale che precede la restituzione, con qualsiasi strumento, che fa la differenza tra l’ingegnere o l’architetto ed il semplice operatore dietro ad un computer.

Cosa ne pensi del BIM?

Il BIM è un modo di operare che risolve tantissimi aspetti legati al coordinamento di diversi specialisti nella fase di progettazione, al controllo delle quantità e dei costi ed al controllo dell’esecuzione. Purtroppo, com’è accaduto in passato con i software CAD e per il calcolo agli elementi finiti, si può cadere nella trappola di confondere lo strumento con la professionalità necessaria per redigere un progetto, e ritenere che sia il possesso di un software a risolvere i problemi.

Lavorando per anni nel settore della progettazione esecutiva e costruttiva delle strutture, conosco le incongruenze che possono nascere tra progetto definitivo architettonico e quello esecutivo. Chi conosce il problema ha sempre messo in atto procedure di controllo dell’errore, che oggi sono più semplici e standardizzate con l’impiego di software con questa specifica funzione.
Il BIM, poi, fa uso di oggetti parametrici che consentono di gestire le modifiche e le varianti in maniera efficiente. Quindi il mio giudizio è sicuramente positivo.

Cosa ne pensi della vicenda “certificazioni energetiche” e di come si è poi conclusa con un mercato inflazionato?

Le certificazioni energetiche fatte a basso costo saranno un boomerang per gli sventurati che le avranno fatte per un tozzo di pane. Se in futuro dovessero nascere dei contenziosi tra inquilini o acquirenti e venditori, degli immobili che hanno queste certificazioni fatte “alla buona”, chi le ha redatte a 50 euro cadauna, si ritroverà a dover rispondere del fatto che possibilmente non ha eseguito il sopralluogo, obbligatorio per legge, o di avere inserito parametri che si discostano dalla realtà. Cosa dire? Buona fortuna.

Che responsabilità hanno i professionisti “anziani” verso i giovani?

La responsabilità di essere un esempio ed un sostegno, perché sicuramente i giovani adesso hanno molte più difficoltà rispetto al passato.

Nel nostro settore si può dire che manca il lavoro o solamente che è mal pagato?

Manca il lavoro, la crisi in Italia non accenna a finire e la politica è inadeguata ed impreparata. Non vedo soluzioni nel breve periodo.

Siamo una categoria di pessimisti o sono le circostanze a renderci pessimisti e livorosi?

Pessimismo e livore non possono essere caratteristiche di una categoria. Magari atteggiamenti pessimistici hanno più clamore, specialmente sui social network, che diventano uno sfogatoio. Ma l’essere costruttivi è l’essenza del nostro lavoro e questo non lascia spazio al pessimismo. Se non ti sembra troppo romantico o idealista vorrei concludere con un passaggio de “Le città invisibili” di Calvino, che credo che sia il corretto punto di vista per superare le difficoltà in generale e quelle della nostra professione in particolare:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà;
se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.
Due modi ci sono per non soffrirne.
Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

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