ArchWeek, Cino Zucchi: Fondazione Castiglioni e il design “utile”

Anche quest’anno si è tenuta a Milano l’ArchWeek, settimana destinata ad eventi culturali d’Architettura e di Design.
Nel programma spiccano i nomi di progettisti famosi e illustri professori del Politecnico di Milano: Cino Zucchi, Stefano Boeri, Roberto Dulio

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Nella giornata di sabato 17 giugno si è tenuta una visita alla sede storica dello studio di Design di Achille Castiglioni, introdotta da Cino Zucchi.

Era una torrida giornata di giugno, ma ciò non ha scoraggiato l’utenza, che comprendeva molte persone venute anche da altre province e regioni.
L’introduzione di Cino Zucchi era così piena di spunti di riflessione che sintetizzarla è stato quasi impossibile.
Ha iniziato spiegando che tutto il Sempione era la “piazza d’armi” del Castello Sforzesco, e che l’edificio dello studio Achille Castiglioni, oggi Fondazione, è il tipico edificio costruito col Piano Beruto, che presenta elementi neo-barocchi oltre ad uno stile, più che milanese, lombardesco, caratterizzato da cotto, pietra bianca e, anche se non in questo caso, graffiti.

L’edificio presenta influenze ingegneristiche in un’epoca in cui il gusto e la tecnica erano influenzate parimenti dal Politecnico (allora estremamente ingegneristico) e dall’Accademia di Brera.
La “Milanesità” che caratterizza il design milanese dagli anni 60 ai 70 è influenzata da due fattori: l’occasione e la “scelta” (un po’ come nell’amore: l’occasione ti fa conoscere molti potenziali partner, ma sei tu che “scegli”).
L’era del design a Milano vede personaggi di spicco come Castiglioni e Magistretti, che presentano una grande freschezza mentale, e capacità di dialogare con l’industria e sviluppare un design “utile trasformando semplici oggetti utili in design.

Stile, parola abolita dagli atenei perché considerata negativamente, a causa dell’ambito eclettico in cui è spesso impiegato questo termine, va in realtà riconsiderato come capacità di dare il carattere giusto ad un oggetto o ad un edificio.
Tante le cause che hanno provocato, dopo gli anni ‘80, il declino di Milano come città dell’industria del design: tangentopoli ma anche la fine di un’epoca.

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Cosa distingue un designer da chi non lo è? La capacità di fare un vaso che non sia un vaso da notte (pitale) e il saperli distinguere.
E’ importante saper riconoscere anche senza condividere: “Se oggi vedo uno studente o studentessa coi pantaloni strappati non penso nè che sia povero/a, nè che si sia fatto/a male cadendo in Vespa: che piaccia o no, il pantalone stracciato è entrato nell’immaginario cambiando significato“.

Zucchi ha parlato anche delle diverse tecniche ed epoche del disegno e del progetto, usando delle metafore: disegnare a mano è come lavorare la creta. Il lavoro continuo su lucido permette in ogni singolo momento di spostare una singola linea in un qualsiasi modo. Lavorare coi software è invece come lavorare coi lego, con dei moduli, ed inevitabilmente i due modi influenzano il progetto.
Siamo ben lontani da quando i disegnatori prendevano le misure ad occhio e prenderle era solo un verificarle. I disegnatori, all’epoca, introiettavano la proporzione.


A questa fiorente stagione di design ne è seguita un’altra troppo influenzata dal marketing, dove ai progettisti si sono sostituite figure esperte nel conoscere il mercato.
Molti prototipi non arrivano neanche alla produzione, e spesso il motivo è semplicemente legato al marketing. Ogni fallimento conduce però all’idea (Fail fail fail… better).
Cos’è un buon oggetto di design? Un oggetto che diventa un po’ come un animale domestico, che fa parte della casa da sempre.
Il design moderno è caricato di astrattismo. Ogni oggetto deve avere per forza un concept. A Jasper Morrison chiesero qual’era il concept della sua macchina fotografica. Rispose che sembrava una macchina fotografica!
Viviamo in un’epoca di minoranze in contrasto tra loro. Cyberpunk vs veg etc etc, tra cui è difficile mediare e dialogare.
Il progettista sembra quasi più un mediatore tra entità: vigili del fuoco, comune, committente…
Il buon design di oggi e di ieri deve unire codice e innovazione.
Interessante l’alterazione leggera del significato, che coniuga la capacità formale con l’oggetto d’uso.

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Dopo l’introduzione di Cino Zucchi, siamo entrati a visitare la Fondazione.
I Castiglioni erano tre fratelli figli di un importante scultore, che aveva fatto anche una delle porte di Milano, e tra le loro collaborazioni vi era Caccia Dominioni.
Negli anni ’60 lo studio si sposta in zona Castello, dopo l’allontanamento di Livio, che va a progettare radio. Piergiacomo e Achille progettano nel nuovo studio fino al ’68, anno della scomparsa di Piergiacomo.

Lo studio ha una composizione multiforme: disegnatori, ingegneri, grafici, ma anche operatori tecnici, tenuti in grande considerazione poiché in grado di segnalare i limiti del progetto dal punto di vista della produzione.

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Mezzadro e Sella sono due sperimentazioni di sgabello.
Mezzadro è ispirato al sedile del trattore e al suo molleggiare, nonché all’ergonomia della forma della seduta. Era uno sgabello pensato per chi, lavorando ad un tavolo, poteva molleggiare per prendere oggetti distanti riposti sul tavolo di lavoro, ai margini.
Sella era uno sgabello ispirato ai sellini delle biciclette, pensato per essere usato durante le telefonate. I telefoni ai tempi erano all’ingresso delle case, e serviva uno sgabello di dimensioni contenute, e di altezza compatibile al telefono (sarebbe stato scomodo parlare seduti su una sedia di altezza tradizionale). Il piede della “sella” era semisferico, in modo che la persona seduta potesse ondeggiare. La sua scomodità era ideale per contenere il tempo al telefono, visti i costi elevati delle telefonate all’epoca.

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Castiglioni è stato anche progettista dello storico interruttore che sicuramente ognuno di noi ha (o ha avuto) a casa sua…

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Castiglioni collezionava oggetti particolari nati per risolvere problemi pratici, come uno sgabello che si legava alla vita, ideato per i fattori, in modo che potessero sedere ogni volta accanto ad una mucca diversa solo accasciandosi, in modo da mungere tenendo le mani pulite e toccando solo le mammelle delle mucche.

Molti di questi oggetti collezionati e trovati in giro, di progettista ignoto, si trovano in una grande vetrina in una stanza di passaggio dello studio castiglioni. Si tratta di una vetrina da medico, quella che nei decenni scorsi usavano per tenere i medicinali.
In questa stanza di passaggio, ad angolo, è presente un grande specchio posizionato in modo obliquo rispetto alle pareti, che permette a chi si trova nell’ultima stanza, di vedere chi arriva dal corridoio. Achille usò questo excamotage visivo per fare molti scherzi a clienti e colleghi, che quasi andavano a sbattere sullo specchio nel tentativo di stringere la mano alla sua immagine riflessa.

Una stanza piena di modellini e prototipi contiene la lampada Castiglioni e Scarpa, che, con un arco di metallo, riconduce il punto luce sul tavolo. Il piede è un blocco di marmo di 45 kg, con un buco fatto apposta per favorire lo spostamento senza fastidi per il corpo.

Sempre in questo ambiente c’è la lampada il cui rivestimento è fatto di un materiale plastico che ricorda la colla vinilica, le ragnatele, lo zucchero filato e una serie di altre suggestioni.

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Vediamo dopo Gibigiana, una lampada da lettura che, focalizzando la luce in un preciso punto, permette di non disturbare il partner dormiente durante la lettura serale.

Vediamo alcuni progetti per la sala da pranzo. Sedie pieghevoli per eventuali ospiti, e una tavola imbandita che è un’allestimento ma invita ad entrare e mangiare, grazie alla sua estetica molto attuale. Vi è una scala appesa al muro, per ogni evenienza, a vista, e una scaletta di tre gradini, portaoggetti, ispirata ai mobili dei fioristi. E’ presente anche un contenitore di utensili da cucina, ispirato ai contenitori da lavoro.

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Il genero di Castiglioni ha infine raccontato un aneddoto: mentre lui e la compagna studiavano topografia alla facoltà di geologia, Castiglioni si avvicinò curioso: mesi dopo uscì il divano fatto a curve di livello

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Appunti della Conferenza Nazionale Sull’Architettura

CONFERENZA NAZIONALE SULL’ARCHITETTURA
VERSO UNA STRATEGIA DI SISTEMA PER L’ARCHITETTURA ITALIANA: FORMAZIONE, RICERCA, PROFESSIONE

Il 27 Aprile 2017, a Roma, si è tenuta la Conferenza Nazionale sull’Architettura, verso una strategia di sistema per l’Architettura Italiana: formazione, ricerca professione. Ho fatto un report. Alcune imprecisioni potrebbero essere state causate da problemi di connessione e comprensione. Segnalatemi pure eventuali rettifiche via mail.

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A moderare  è Mauro Salerno, che si occupa di edilizia, infrastrutture e appalti per IlSole24Ore, e anticipa che il fulcro della discussione sarà il sodalizio tra Professione e Università, e una proposta unitaria per la formazione.

Iniziano i saluti:

Il primo ad intervenire è Giuseppe Cappochin, il Presidente del CNAPPC. Ricorda che è il terzo momento, in 3 mesi, in cui ordine e atenei si incontrano per confrontarsi, grazie anche all’impegno di Saverio Mecca. Accenna al tema del tirocinio in relazione all’abilitazione, e ad alcune questioni inerenti alla possibilità di esercitare essendo docente full time.

Il secondo a prendere la parola è il sopracitato Saverio Mecca, Presidente della CUIA (Conferenza Universitaria Italiana
di Architettura), che valorizza il ruolo sociale e politico dell’Architetto.

A prendere la parola è ora Barbara Degani, Sottosegretario al Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare. Parla del confine tra architettura e tutela del paesaggio. Ricorda che il 14 maggio è la giornata del paesaggio. Parla di sviluppo sostenibile, del riciclo dei rifiuti, del tema della riqualificazione, che deve essere incluso negli appalti pubblici.

E’ il turno di Cosimo Ferri, Sottosegretario al Ministero della Giustizia, che porta il delicato tema dell’edilizia penitenziaria e dell’arredamento delle carceri, delle aree verdi, delle aree comuni, delle sale colloqui e per gli incontri familiari, il tutto seguendo le norme antisismiche.

L’apertura e i saluti istituzionali prevedono anche gli interventi Dorina Bianchi Sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo,
Maria Letizia Melina, della Direzione Generale per lo studente, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della formazione superiore, MIUR, e Adalberto Del Bo Vicepresidente European Association for Architectural Education

Viene poi letto un messaggio per iscritto inviato da un ospite che non è potuto essere presente. Il tema è “costruire in modo intelligente“, conciliando ecosostenibilità, analisi, scelta dei materiali, impatto, e offerta progettuale.

Prende la parola Federico Cinquepalmi, il Dirigente dell’Ufficio Internazionalizzazione della Formazione superiore, MIUR, che si occupa delle direttive europee sulla formazione.
E’ molto soddisfatto per il ritrovato dialogo tra CUIA e CNAPPC.
Riprende il tema del ruolo politico dell’architetto, il suo ruolo “di rappresentanza” e la sua capacità di modificare il territorio. Cita il progetto Casa Italia e altri progetti ambiziosi sotto l’aspetto della riqualificazione.

L’intervento successivo si concentra sul tema della ricerca, della salvaguardia della deontologia.
Si deve lavorare su due piani: l’alta formazione e l’internazionalizzazione della figura dell’architetto.
Si parla del progetto “Caschi Blu della Cultura“, e viene citato un passo del De Architectura di Vitruvio.

L’Europa dell’Architettura “regge” ai cambiamenti politici.Parla anche del progetto Erasmus, dell’Architect’s Council of Europe, che raccoglie tutti gli Ordini degli Architetti d’Europa, dell’architetto come figura mondiale, e del “Learning with the world”.

Prende la parola Mario Panizza, Rettore dell’Università Roma Tre, CRUI.
Ribadisce l’importanza di concentrarsi su temi concreti, come quello delle barriere architettoniche. Parla dell’annoso problema dell’ “espropriazione” delle attività degli architetti ad opera dei geometri, i quali contribuiscono al 15% in più del PIL, poichè il geometra viene percepito dai clienti come una figura maggiormente “concreta”.
In seguito parla dell‘interdisciplinarietà e del percorso di Laurea in tutela del territorio.
Ribadisce che oltre ai fondi devono esserci anche buoni progetti.

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Inizia la Tavola Rotonda della mattina…

Il moderatore presenta alcuni numeri relativi al mondo dell’architettura.
“Si diventa architetti più per attitudine che per soldi”:
154.000 iscritti all’Albo degli Architetti, il numero più alto in Europa (in Francia e in Inghilterra sono 30.000 e in Germania sono 100.000), ma anche il reddito più basso in Europa. In Italia, nel nostro settore, il tasso di disoccupazione è addirittura al 31%. Il reddito degli under 30 è di 9.000 euro all’anno, mentre gli ingegneri arrivano a 13.000 euro.
Di contro, i geometri arrivano a 32.000 all’anno.
Si parla di formazione permanente e della possibilità di sostituire il quinto anno con due anni di tirocinio.

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Torna a parlare Capocchin. Il titolo del suo intervento è “Il ruolo dell’architettura: per il territorio e il patrimonio”. Parla della crisi economica e finanziaria, e del repentino cambio della società, che “invecchia”, e che vede “destrutturato” il vecchio concetto di famiglia. Parla della legge sulla promozione della qualità architettonica.
Parla del ruolo dell’Architetto nelle altre nazioni, dove la sua figura è ben definita. Parla dei tariffari e dei concorsi (in particolare fa riferimento all’articolo 23, comma 2, codice appalti, e a come quasi mai si faccia ricorso ai concorsi).
In Italia i concorsi finiscono per far lavorare gratis i professionisti. I cinque finalisti dovrebbero dividersi il premio economico, mentre il primo avrebbe l’onere e l’onore di eseguire il progetto finale. Parla dell’Architettura come di un volàno economico e del plusvalore che si genera nei quartieri riqualificati.

Prosegue Saverio Mecca, dicendo che L’Ordine Italiano è uscito dall’UIA (International Union of Architect) per via dei costi inaccettabili, basati sul numero dei nostri iscritti. La speranza è che si possa accedere secondo altri parametri, riducendo il prezzo a circa un quinto.
Dice anche che gli architetti italiani, comunque, all’estero sono molto apprezzati.
Il titolo dell’intervento è: “Un progetto di riforma del sistema formativo dell’architetto in Italia”
Si parla di una specializzazione post lauream simile a quella dei medici, e della possibilità di revisionare le classi di laurea, con la già indicata possibilità di passare ad un 4+2, per un rapporto sistemico formazione/professione (professional tecnoship). Indica anche proposte a basso impatto economico, e parla del problema delle competenze non esclusive degli architetti.
Ricorda che l’Italia è un territorio molto antropizzato, e che la formazione non deve dimenticare il suo duplice compito di formazione e di ricerca. Ricorda anche che l’architetto ha una responsabilità di interesse pubblico.

Lo segue il relatore Paolo Malara, Coordinatore Dipartimento Università, tirocini ed esami di stato del CNAPPC. Il titolo dell’intervento è “Il progetto formativo e professionale dell’architetto”.
Parla dell’esigenza di parlare seriamente del 328, al fine di “non spezzare l’architettura”. Anche lui riprende il tema del tirocinio e della possibilità di un “accordo obbligatorio”.

E’ il turno di Paolo Giandebiaggi, Università di Parma, CUIA, il cui intervento si intitola “Mercato e formazione in Architettura: l’esperienza del sub-group Architects-European Commission”.
Inizia dicendo che finora ci sono state pochissime regole per la formazione, e che molte facoltà hanno sfumature non finalizzate all’esercizio della professione di Architetto, ad esempio più mirate all’arte e alla tecnica.
Ricorda che la nostra disciplina ha ben undici aree di competenza (progettazione, restauro, tecnologia, economia, sociologia, giurisprudenza…) e i crediti formativi universitari non sono equilibrati: la metà dovrebbero essere destinati a materie di progetto. Il “lavoro” deve essere introdotto nelle accademie.

L’intervento del viceministro viene posticipato, e si dà la parola a Lorenzo Bellicini, Direttore CRESME, il cui intervento è dedicato a “Formazione, professione, mercato. Scenari per il XXI secolo”.
Inizia chiedendo cosa sia l’architettura oggi, ricordando che la richiesta, al livello planetario, è crescente. Lamenta il fatto che lo studente o il neolaureato non hanno docenti che lo orientino e indirizzino.

Prende parola Livio Sacchi, Coordinatore Dipartimento Esteri del CNAPPC, il cui intervento riguarda “Il mercato dell’architettura
in un quadro internazionale”. Inizia con un’indagine sull’internazionalizzazione (ad opera di Inarcassa), che vede il 59% dei partecipanti disposto a lasciare l’Italia, il 30% che è già stato all’estero e un 64% non intenzionato a spostarsi. Molti dichiarano di non volersi spostare neanche dalla propria provincia. Ricorda che Bernini e Borromini si spostarono a Roma e che Gropius e Van Der Rohe, spostandosi in America, influenzarono la modernità americana. Anche in Italia ci sono moltissimi professionisti stranieri.
Proietta delle slide che vedono l’Italia prima per numero di architetti e penultima per numero di laureati.
Gli italiani all’estero primeggiano per la padronanza di software come Rhinoceros, Sketchup e Revit, ma anche nel facility management e nel BIM.
Alcuni non lavorano all’esterno ma si spostano all’occorrenza, che summit coi clienti, altri invece preferiscono lavorare in tandem col cliente (i cinesi, ad esempio, richiedono questo approccio).
I posti di maggiore richiesta sono l’Europa, il Canada, il Medio Oriente,l’Iraq, la Siria, l’Estremo Oriente e l’Africa.
Invita inoltre alla cura dell’Heritage (Patrimonio culturale e architettonico), e alla cultura della città.
Ricorda che gli studi professionali, in Italia, sono, mediamente, di piccola dimensione, ma in relazione alle nostre città e ai nostri edifici, relativamente “piccoli”.
Il professionista degli studi in Italia ha una scarsa propensione al digitale, al BIM, ai nuovi materiali.
Le dieci più importanti società di Architettura al mondo sono californiane.
Suggerisce il modello francesce: l’alleanza tra Atenei e Professione, che nel nostro caso potrebbe comprendere anche gli attori pubblici, e anche altri ministeri, oltre al MIUR.

Prende la parola Ilaria Valente, docente del Politecnico di Milano, CUIA. Il titolo dell’intervento è “Prospettive di internazionalizzazione per le Scuole di Architettura italiane”.
Ringrazia Livio Sacchi e Alberto Ferlenga, e propone una sfida: formare architetti “capaci di stare nel mondo”.
Non dobbiamo diventare “Globish”, perdendo le doti per cui ci apprezzano all’estero. Dobbiamo maneggiare gli strumenti, ma non confondere strumento e finalità, progetto e processo. Va data maggiore attenzione al progetto.
Va costruita una rete di città e di scuole d’Architettura. L’Erasmus ha creato una generazione di “Architetti europei”.
In Italia il grande vantaggio è di avere atenei immersi nella città e nell’architettura, diversamente dai Campus stranieri.
Dobbiamo rendere accoglienti gli atenei e le città universitarie.
Nel “Ranking” degli atenei non sono chiari i parametri. Il Politecnico di Milano raggiunge ottime posizioni, ma è anche vero che alcune ottime scuole, piccole eccellenze, che non fanno “massa critica”, non rientrano nei parametri.
Ambigui anche i parametri per avere l'”etichetta” di Corso Internazionale: per molti è un corso totalmente in inglese, ma ad esempio il Politecnico di Milano eroga corsi bilingue.
Anche tasse e borse di studio dovrebbero essere “internazionalizzate”, per premiare l’eccellenza anche dei nostri studenti stranieri: molti di loro abbandonano la borsa di studio perché le altre spese sono troppo alte.

Conclude la tavola rotonda della mattina Riccardo Nencini, Vice Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.
I nostri atenei hanno avuto un crollo fortissimo di iscritti, soprattutto in Sicilia e all’Aquila.
La nostra nazione non ha vere e proprie metropoli, se non Milano e la sua Hinterland. Sono cambiate le esigenze. Il 52% delle famiglie sono ormai “famiglie non tradizionali”, con case piccole e servizi energetici diversi. Siamo nel pieno di un cambio epocale. Anche Dostoevskij, dopo aver visto le industrie di Londra, ne rimase colpito e ne fu influenzato come uomo di cultura.
Sul tema dell’estero, il relatore ritiene interessante riportare un aneddoto: Lorenzo Il Magnifico, preoccupato dell’esodo degli artisti dal suo regno, fece un bando. Al terzo bando disertato, aggiunse un compenso. Se vogliamo invitare i giovani a tornare, dobbiamo offrire loro qualcosa.
Invita prudenza nell’invitare i giovani ad investire sull’Africa, che ha 49 paesi presidiati da dittature militari e Paesi a Nord agitati dalle primavere arabe.
Pone l’attenzione sui problemi dei piccoli studi, che non riescono ad arrivare a fine mese, e alle speranze disattese dagli appalti di fine anni ’90.
Invita a riprendere i piani periferie nelle città.

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Nel pomeriggio, si apre una tavola rotonda dal titolo:

“L’architettura per il futuro dell’Italia. Proposte per il sistema dell’architettura: formazione, ricerca, professione”

Il moderatore, Nicola Di Battista, Direttore “Domus”, introduce raccontando un aneddoto sul Dopoguerra, relativo ad un importante incontro tra filosofi e architetti. Il primo ad intervenire è Heidegger, che usa l’architettura come metafora filosofica, ma viene preso alla lettera. Interviene Ortega, che profetizza che “Ad ogni edificio vedremo l’impertinente profilo di uno a cui è venuta voglia di farlo così”.

Interviene Federico Cinquepalmi, che parla del progetto “Caschi blu della cultura” e delle possibilità in Marocco.

Lo segue Sara Marini, professore associato IUAV, che riprende il tema dello “specializzarsi” per “surfare” nel mercato, che va dunque “diversificato”.
Ribadisce, come già detto, che “per i geometri è più facile“, perché le risposte degli architetti vengono percepite come “meno precise”.
Viene indicata Maria Giuseppina Grasso Cannizzo e il suo modo di lavorare su piccoli spazi. Il piccolo è problematico?
L’ambizione non va demonizzata. E’ positiva e senza di esse le generazioni si laureerebbero già scoraggiate.
Ricorda quando il “made in Italy” debba all’architettura, e invita al riflettere sul nostro essere sempre “penultimi”, che, diversamente dall’essere ultimi, impedisce di agire davvero.

Nicola Di Battista interviene dicendo che ad Architettura non si insegna “il mestiere”, ma che lo si impara facendolo.
Ricorda che il Design è riuscito a diventare disciplina autonoma.
Invita anche a riflettere sul perché in Italia non ci siano metropoli.

E il turno di Silvia Viviani, Presidente dell‘Istituto Nazionale di Urbanistica, primo presidente donna e libera professionista.
Invita a uscire dal binarismo dei giudizi bello/brutto o global/local.
Parla del Brand Italiano e chiarisce che è un momento sia di grande fragilità che culturalmente basso.
Manca una “cassetta degli attrezzi” sia tecnica che culturale, che l’architetto deve essere capace di utilizzare.
Dobbiamo ri-tessere i rapporti tra professionisti, fuori da una chiave di competizione, ma in un’ottica di scambio. Le conoscenze vanno condivise, e i progetti devono essere culturali, e ottenuti mediante processi di sperimentazione, unendo tecnica e cultura.
Quando si parla di città, tutti prendono parola, ma nessuno ascolta l’architetto urbanista, che è l’unico ad avere le “chiavi inglesi”.
Abbiamo rovinato delle generazioni con alcuni tormentoni semantici come “non luogo”, “ri-generati” e “rammendo”, di cui abbiamo riempito le nostre lezioni.
Cita Romiti, il quale ha detto che, se oggi avesse vent’anni, andrebbe a stare ad Amatrice, con -20 gradi d’inverno, per vivere un posto prima di modificarlo.

E’ il turno di Ezio Micelli, professore associato all’IUAV, di Economia Urbana.
Il primo punto è relativo alla tecnologia e all’incomprensibile diffidenza che la riguarda. Introduce il concetto di Retrofit: la generazione del territorio con nuove tecnologie, smaterializzare o appropriarsi delle tecnologie come ha già fatto l’artigiano.
Il secondo punto riguarda invece i saperi: il lavoro di gruppo è molto adoperato negli atenei, ma poi mediamente gli studi hanno 1,4 persone nel loro organico. Ai saperi viene invece dato poco spazio.
Fa riferimento a delle piccole eccellenze che non hanno retto, facendo si che si salvassero solo le realtà di taglia più grande.
Il terzo punto riguarda l’Architettura che trasforma la domanda latente in progetto. L’architetto è un umanista che ha studiato anche dinamiche sociali, e che deve declinare la professionalità, interpretare le ambizioni e dare loro forma.

Segue un breve intervento di Alessandra Ferrari, Coordinatrice del Dipartimento Promozione della cultura architettonica e della figura dell’architetto del CNAPPC

Prosegue il moderatore:
Magistretti, con una sola mano, disegnava e aveva tantissimo lavoro, un lavoro che oggi non c’è. Altri stati hanno non solo delle leggi sull’Architettura, ma sensibilizzano i bambini alla professione già dalle scuole elementari. In Francia l’Architetto ha delle competenze nette.
Andrebbero fatte delle piccole operazioni pratiche in merito.
Ai nostri Architetti, all’estero, chiedono come manteniamo la specificità dei nostri luoghi.
Un tempo si iniziava prestissimo. Il fondatore di Domus aveva 18 anni e il cofondatore 24 (Giò Ponti). Lo stesso anno, da altrettanto giovani fondatori, veniva fondata La Casa Bella.

Interviene Valerio Barberis, Assessore all’Urbanistica e ai Lavori pubblici
del Comune di Prato.
Chiarisce che non è più la fase storica in cui si può lavorare con la ricerca (quindi anche tramite concorsi). Sarebbe meglio, inoltre, che ci fossero più concorsi e che fossero più piccoli.

La parola passa a Anna Maria Giovenale, preside dell’Università di Roma Sapienza, CUIA.
Fa notare che il design ha sempre anticipato la domanda, mentre l’architettura, al contrario, l’ha sempre “inseguita:
Ricorda che l’Italia ha 22 scuole d’architettura, tutte pubbliche, a cui si aggiungono le scuole di ingegneria.
Perché obbligare alla formazione?
Il triennio appena conclusosi è stato analizzato:
due aree tematiche sono state dimenticate dagli organizzatori: l’interior design e il restauro, entrambe eccellenze italiane.
Sono stati preferiti i temi di grande formazione e di acquisizione di un’abilità immediata o di un’abilitazione.
Molti hanno investito nella formazione Bim, che però è ancora poco applicata.

Segue Paola Gigli, dell’Ufficio della Presidenza della Conferenza Nazionale
degli Ordini APPC – Gruppo Operativo Università.
Riprende il tema dei tirocini post lauream e dei laboratori condivisi.
Consiglia di ideare nuove forme di società tra professionisti, al di là delle tanto odiate STP.

Interviene quindi Paolo Mellano, del Politecnico di Torino, CUIA, che invita a rinnovare la formazione, e retribuire i tirocini.

E’ il turno di Antonello Sanna, appena arrivato in aereo, Università di Cagliari, CUIA, ex preside della facoltà di architettura, ora accorpata a ingegneria. Segnala la diminuzione di iscritti alle facoltà e agli albi.

Conclude il moderatore dicendo che così come i professionisti di Berlino Ovest rifecero Berlino Est, dovremmo rifare l’italia.

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L’ambiente bagno: progettazione, design, tecnologie e tendenze

Il 4 maggio di quest’anno ho partecipato ad un interessante evento di formazione, tenutosi al Palazzo delle Stelline a Milano, riguardante la progettazione, il design, le tecnologie e le tendenze dell’ambiente bagno.

L’incontro è stato moderato dal Dott. Oscar G. Colli, giornalista ed esperto di disegno industriale, fondatore della rivista “Il bagno oggi e domani” e membro giudicante dellOsservatorio Permanente di Design di ADI.

Ecco la cronaca dell’evento…

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Il primo intervento è dell’Architetto Simone Micheli, dello studio Architectural Hero, con sede a Firenze, Milano e Dubai, esperto in comunicazione, arredo di interni e design e vincitore dell’Iconic Award 2014 di Francoforte, nella categoria Interior Winner, col progetto Uffici e showroom realizzato per Rubens Luciano in provincia di Venezia.
Da architetto e scenografo, Micheli parla dell’esperienza che diventa memoria, mostrando alcuni esempi di spa, ambienti welness e resort.
L’argomento è quindi il centro benessere come luogo esperienziale.

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Il secondo è  Massimo Dezza, tecnico e formatore, inerentemente al suo ruolo nella Roca. Il tema dell’intervento è “l’integrazione tra la funzionaltà e l’eleganza”. “Sono come san Tommaso, devo metterci il naso…solo maneggiando il prodotto si arriva veramente a conoscerlo, amarlo e odiarlo”. Con questa citazione, Dezza apre il suo intervento, che, dopo un chiarimento sulla composizione delle moderne ceramiche per bagni, racconta le ricerche tecnologiche della sua azienda per migliorare il comfort, come il rubinetto la cui rotazione investe principalmente il range di temperatura confortevole per il corpo umano (dai 34 ai 42 gradi) e migliorare la durata dei prodotti (la cartuccia termostatica non più in ottone ma in noryl).

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Successivamente è stato il turno di Federico Di Lella, della Ideal Standard, formatore e laureato in psicologia.  Dopo aver presentato il sito destinato ai professionisti, e aver rilasciato agli architetti i file cad e bim dei prodotti della propria azienda, Di Lella ha spiegato che il bagno impiega il 60% dei consumi dell’acqua domestica.
Dell’acqua sul pianeta, solo il 3% è dolce, e solo l’1% è potabile, ma di questo “uno” il 60% va all’agricoltura, il 30% all’industria e solo il 10% alle abitazioni.
E’ necessario passare all’ottica watenergy, pensando a tutta l’energia connessa all’erogazione dell’acqua, con accorgimenti come dei rubinetti ecologici che non azionino continuamente e inutilmente la caldaia. Inoltre presenta un sistema di emissione dell’acqua nei vasi Ideal Standard che, eliminando la fascia di porcellana dalla quale, nei wc tradizionali, viene erogata l’acqua, evita l’80% degli schizzi, il 90% dei vapori batterici e il 25% del rumore.

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Il seguente relatore è stato Olivo Foglieni di Ridea, dirigente partito dal basso, ora leader del gruppo FECS, azienda specializzata nel recupero e nella raffinazione dei materiali ferrosi e non ferrosi, che rappresenta una delle più importanti realtà manifatturiere della bergamasca. L’intervento ha avuto come tema “Dal rifiuto al design: i vantaggi di un termoarredo prodotto totalmente in alluminio riciclato”.
Foglieni ha spiegato come l’alluminio venga lavorato monitorandone la radioattività. Ha poi elencato i vantaggi dell’alluminio come materiale: riciclabile, diffuso, di facile lavorazione. Usando poi i “rottami”, il risparmio sulla lavorazione è del 95%.
Per darci dei numeri e dei riferimenti, ci ha spiegato poi che con 640 lattine si fa un cerchione auto, con 360 una bici da corsa, con 150 una city bike, con 37 una caffettiera, con 3 un paio di occhiali e con 200 ciò che e tema del suo intervento: un radiatore.
Il calorifero in alluminio presenta vari vantaggi: contiene più acqua, è più leggero e si riscalda e raffredda velocemente. Nei modelli presentati da Foglieno, inoltre, vi è il vantaggio dell‘ispezionabilità, per pulire o verniciare.

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Chiude la mattinata l’intervento di Luca Marin di MAMOLI s.r.l., che racconta di come la sua azienda abbia sempre collaborato con grandi firme del design, come Giò Ponti, o interpreti del design moderno come Alessandro Mendini, Max Adler, designer milanese per il “design democratico”, o con l’eccentrica Paola Navone.
Dopo una carrellata di immagini, ci spiega che la Mamoli ha il culto del ricambio e che i pezzi sono molto duraturi grazie alla cromatura di 20 micron.
L’azienda, molto dinamica, è presente anche su Pinterest.

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Dopo la pausa caffè, torna al microfono Massimo Dezza, stavolta a nome della Laufen. Ci spiega che questa azienda all’avanguardia ha inserito nell’impasto della porcellana, oltre che ai 4 materiali che la compongono (argilla, caolina, feldspato sodico e quarzo), un componente chiamato corindone, antiplastico e ad alta tenuta meccanica, che permette ai sanitari di sopportare 150 kg per quanto riguarda i lavabi, e 400 kg per quanto riguarda i vasi sospesi.
La Laufen ha anche lanciato dei modelli che prevedono una dry zone sul lavabo, utile come zona di appoggio per gli occhiali, l’orologio, anelli e altri accessori.
L’azienda, che collabora con Ludovica e Roberto Palomba, ha contribuito nel fornire la tecnologia alla Palomba Serafini, creando un sodalizio tra industria e design d’eccellenza.

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E’ il turno di Jacopo Antoniazzi di Thermomat, società leader nel settore della rubinetteria e dei miscelatori termostatici.
Il suo intervento riguarda, però, maggiormente il progetto Ever, nato nel 2011 e divenuto nel 2014 “Ever Life Design“, rivolto a creare mensole polifunzionali, che possano diventare punti luce, appigli o portaoggetti.
Nel progetto ever, ogni elemento diventa elemento di design, anche la spazzola da wc.
Vi sono delle sedute doccia a scomparsa, degli elementi a muro a cui si può attaccare uno specchio mobile, o dei portasciugamano con led orientabile (per regalare al momento della doccia un po’ di romanticismo o quiete).

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Prende la parola Andrea Staffa, trainer, progettista ,esperto di arredo bagno e formatore per la Duravit.
La sua azienda propone dei vasi “comodi”, di dimensioni 30×60, e vasi invece ridotti, lunghi 48 cm, per spazi angusti. Vi sono poi i vasi rimless, e la tecnonologia hygieneglaze, che crea un effetto “perla” quando una goccia percorre la porcellana, ed ha una ionizzazione fortemente antibatterica.
Inoltre l’azienda ha ideato delle docce a filo con pareti a scomparsa, la cui facciata a specchio diventa elemento d’arredo.

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Prende poi la parola Francesco Lucchese di Lucchese Design Studio, il secondo relatore scientifico, professionista premiato dall’ADI per il progetto di una sedia pieghevole, e la cui studio è specializzato nella progettazione di hotel, showroom, illuminazione, arredo, ambiente bagno. Oltre ad essere un architetto affermato, Lucchese insegna al Politecnico di Milano ed è consigliere dell’ ADI Italia.
Il suo intervento, dal nome “i sensi dell’acqua”, è dedicato all’ambiente bagno nella storia.
Si parte da Cnosso, dove il bagno era luogo di socialità, per passare alle terme romane e agli hammam, e alle vasche da bagno, che erano però un privilegio delle classi elevate.
Si passa poi al 1778, data dell’invenzione dello scarico, e agli ’30, in cui viene introdotto lo smalto.
Già negli anni ’60 i bagni presentano elementi di moda e che non trascurano l’ergonomia.
Negli anni ’70 viene invece introdotto il colore, e, tramite Linda-Castiglioni e Vola, si vedono i primi elementi di design con il miscelatore, forme che sono ancora attuali e presenti nelle nostre abitazioni ancora oggi. Sempre negli anni ’70 si diffonde la doccia.
Negli anni ’80 vengono introdotti degli elementi di contenimento accanto al lavabo.
Negli anni ’90 le tubature del bagno diventano a vista, le rubinetterie diventano elementi di design, e nella doccia vengono sperimentati nuovi materiali.
All’inizio del millennio l’area bagno diventa quasi un “luogo”. Vengono introdotti elementi decorativi come degli anelli intersecati tra loro, e vengono impiegati materiali maggiormente performanti. Vengono sperimentati dei sistemi che integrano wc, bidet e lavabo che condividono l’impiantistica e l’uso dell’acqua, e limitano l’uso di spazio (uno di questi, del 2002, è dello stesso Lucchese).
Negli ultimi anni è invece la doccia l’elemento di maggiore sperimentazione, tramite il ri-uso di materiali tradizionali, come il legno, e una maggiore attenzione verso l’utente diversamente abile.

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Si passa all’intervento di Luca Tiddia, manager e coordinatore della Carmenta S.r.l., il cui intervento è un’analisi tecnica del benessere.
L’intervento è rivolto al comfort nell’ambiente bagno: musicoterapia, aromaterapia, haloterapia, trattamenti.

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Dopo la pausa pranzo si riprende con Giuseppe Reale della Damast, esperto di web marketing e progettazione grafica oltre che marketer, che parla delle tecnonogie applicate ai sistemi funzionali per la doccia.
Ci ricorda che usando la doccia e non la vasca, il risparmio annuo è di 2000 litri.
La sua azienda introduce due interessanti tecnologie: water saving e air system, che dànno sia risparmio energetico che comfort.

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La parola passa a Gianluca Piccini, laureato in economia e commercio, e responsabile vendte Italia di Polyrey,  azienda che propone l’uso di legni laminati ad alta pressione, usati per ripiani orizzontali, porte, ma anche per pannelli verticali. La serie Monochrom propone vari impasti in bianco e nero con diverse textures e rilievi in superficie.
La particolarità di questi prodotti è la superficie antibatterica, trattata con l’argento, storico antibatterico naturale. Essendo il contatto il principale veicolo per i germi, queste superfici, ampliamente usate negli ambienti sanitari, dovrebbero essere usate anche nei posti pubblici: teatri, scuole, locali di ristorazione.

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E’ il turno di Claudio Marsili, laureato in economia politica, che rappresenta SeriSolar, che fa un intervento sulle schermature solari passive degli elementi trasparenti, traslucidi ed opachi nell’ottica dell’efficientamento energetico del patrimonio edilizio.

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L’ultimo intervento prima della pausa pomeridiana è di Fabio Brignone, direttore commerciale della storica rubinetteria fiorentina Signorini, la cui priorità è il contatto col cliente, e che vanta tra i suoi clienti una nota star di Hollywood. L’azienda usa il particolare acciaio 316L ed è richiestissima nel settore dei produttori di yacht.

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E’ l’ora dell’intervento di chiusura, del terzo relatore scientifico: l’Arch. Natale Raineri, architetto dal 1990 e, dal 2013 al 2015, presidente dell’Ordine degli Architetti di Genova. Svolge attività di formazione per il C.N.A.P.P.C., e ha lavorato, fino al 2014, presso Maggiali e Ranieri Architetti e Associati. Negli ultimi anni si è occupato maggiormente di opere pubbliche e di finanza di progetto presso vari enti in Liguria.
L’intervento di Raineri parte dal descrivere il cambiamento di strumenti che l’architetto ha vissuto dai tempi del tecnigrafo, e di come sia il goniometro dei tecnigrafi, sia gli attuali programmi, influenzino i progetti (ad esempio, Casa Antonio Carlos Siza, del 1976-78, di Alvaro Siza ha subito una forte influenza dagli strumenti dell’epoca).
In passato, racconta Raineri, vi era una mancanza di confronto tra accademia e professione e con l’estero, ma questo limite è in fase di superamento grazie ad un cambio di mentalità oltre che di strumenti.

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La conferenza ha avuto momenti di grande interesse, riguardanti non solo i relatori scientifici, ma anche quelli tecnici. L’unica pecca è stata l’assenza totale di relatrici donne, che causa una falsata rappresentazione del mondo dell’architettura e del design.

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Cantine Antinori: un esempio di Brand Architecture, tra ecosostenibilità, tecnologia, tradizione e rispetto del territorio.

Il progetto delle Cantine Antinori rappresenta un esempio di Brand Architecture, in cui nessun aspetto è trascurato: tradizione, innovazione, sperimentazione progettuale e tecnologica, ecocompatibilià, rispetto del territorio, uso di materiali tradizionali reinventati in chiave moderna.
La cosa che però rende particolare questo progetto è la storia del cantiere, e come la committenza e il team progettazione sono riusciti a trasformare le difficoltà, presentatesi già nella prima fase cantieristica, in un’opportunità per nuove sfide tecniche e progettuali.

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La storia delle Cantine Antinori inizia quando la famiglia Antinori decide di unificare gli Uffici Amministrativi, all’epoca a Firenze, con l’opificio vero e proprio, creando una sede sia di rappresentanza che funzionale, tramite un’architettura che si sarebbe fatta “Brand”, situando l’opera nelle colline del Chianti.

Il sodalizio tra questa committenza illuminata e lo studio fiorentino Archea si ha grazie ad un’intervista che l’Architetto Marco Casamonti stava facendo al Marchese Antinori, per una monografia sulle cantine più suggestive del mondo. E’ in quel momento che il Marchese “sfida” l’Arch. Casamotti a proporre una “non facciata” per quest’opera, che il Marchese immaginava come una sede di rappresentanza, per il brandind del Chianti e degli altri prodotti, che unisse il concetto di fabbrica, di casa colonica, ma in un certo senso anche di “chiesa”, visto che c’è qualcosa di sacro nella produzione dei vini. Il tutto doveva essere fatto rispettando il Genius Loci, reinterpretandolo, e ringraziando” il territorio.
L’obiettivo era creare un’Architettura che si sarebbe fatta “Landkmark”, un esempio di Brand Architecture, col compito di trasmettere i valori della famiglia, mescolare tradizione e contemporaneità, usare materiali del territorio essendo capace di “reinventarsi”, esaltando le scelte progettuali e risultando impattante il meno possibile, essendo un’impronta ammirabile ma quasi invisibile.

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GLI ATTORI

Prima di raccontare la storia del progetto, raccontiamo i due principali attori.

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Gli Antinori sono una famiglia patrizia arrivata a Firenze nel 1183 e che nel periodo De Medici si è dedicata alla seta, alle banche e alla politica, passando poi nel 1385 alla produzione vinicola, continuata fino ai nostri giorni.
Oggi la famiglia Antinori è composta dal Piero e le sue tre A: Albiera, Allegra e Alessia, che hanno seguito la leadership del progetto.

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Lo Studio Archea nasce a firenze nel 1988 da Marco Casamonti, Laura Andreini e Giovanni Polazzi, con l’associazione, l’anno dopo, di Silvia Fabi.
I progetti dello studio sono iconici e variegati. Ciò che contraddistingue lo stile dello studio è l’uso dei materiali e dei colori tradizionali in chiave contemporanea e il proporre facciate innovative. Lo studio ama sperimentarsi in sfide architettoniche sempre nuove.

Lo studio Archea ricorda che l’Italia è sempre stata un territorio antropizzato, e che non si deve temere di modificare il paesaggio, ma lo si deve fare con rispetto, puntando ad un’architettura “generosa”. Costruire male è un delitto, costruire bene è valorizzare. Tutto dipende, quindi, dall’etica e dal valore di progettista e committente.

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LA GENESI DEL PROGETTO

La famiglia Antinori aveva, quindi, scelto una zona viticolo-collinare tra Firenze e Siena, nel comune di Bargino. La cantina è stata pensata in prossimità di un asse infrastrutturale che connette Siena e Firenze.

La cantina, per tradizione, deve essere protetta, ed è per questo che lo Studio Archea fa una proposta di cantina totalmente ipogea, cimentandosi per la prima volta in un progetto di questo tipo, in modo da creare un’architettura, parzialmente celata alla vista, dialogante col contesto e con la tradizione, mimetizzata nel territorio.

Per i tagli i progettisti si sono ispirati ai Concetti Spaziali” di Lucio Fontana.
Un’esigenza del committente, sia pratica che concettuale, era che gli ambienti fossero disposti dall’alto verso il basso, seguendo la produzione del vino.

In ordine, abbiamo nei locali più in alto la ricezione e la lavorazione delle uve, la vinsantaia, l’orciaia, i locali tecnici e il ristorante.
Scendendo più in basso, vi sono gli uffici amministrativi.
Ancora più in basso, troviamo la presidenza, la vendita al dettaglio, la sala degustazione, il museo, l’auditorium e la reception, dietro alla quale troviamo il cuore del progetto: la barricaia, comunicante da un lato con la tinaia e dall’altro con la bottaia e la riserva della casa.
Ancora più in basso i parcheggi e la zona carico e scarico, in modo da limitare l’impatto visivo e nascondere tutto “dentro” la collina.

All’esterno vi è un elemento sia funzionale che iconico: la possente scala elicoidale, elemento di comunicazione verticale sovrastato da vigneti pensili.

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IL TEAM E LA STORIA DEL PROGETTO E DEL CANTIERE

La progettazione richiedeva un team estesissimo di persone: 100 persone tra cui 50 architetti, che hanno lavorato in tandem nello stesso ambiente, per un’integrazione completa tra parte progettuale, strutturale ed impiantistica.

Dopo un anno di progettazione, l’idea è stata presentata al Marchese, che l’ha inaspettatamente accolta da subito con entusiasmo.

Nel 2007 sono iniziati i lavori, che hanno richiesto degli scavi molto invasivi. Sono stati sollevati 400.000 metri cubi di terra, per un progetto che richiedeva 49.000 metri quadrati, ampio 12 ettari e profondo 15 metri. Il terreno rimosso è stato, però, in gran parte riutilizzato e impiegato nella costruzione.

Purtroppo, a causa di un imprevisto non considerato nelle iniziali analisi geologiche, la terra ha “protestato” e ciò ha causato il fermo di un anno del cantiere.
Non si erano considerate delle concrezioni calcaree dovute a delle falde acquifere non previste, e in più il terreno si era inclinato a causa di una faglia sismica.

L’argilla, materiale che compone il 40% del terreno, risaputamente elastico, poco denso e difficilmente penetrabile, non è raro che si ritiri, ed ha quindi fatto si che la collina si rigonfiasse e i pilastri si torcessero.

Il cantiere e la costruzione hanno quindi richiesto delle opere di messa in sicurezza: pozzi profondi 35 metri connessi ad una condotta posta alla quota più bassa in modo che facesse drenare l’acqua e dei dreni sulla parete verticale del diaframma. E’ stato inoltre rinforzato il sistema dei tiranti.
Sono stati quindi impiegati 17000 pali di ancoraggio alla struttura a 30 metri e 9 km di strutture di ancoraggio.
I pali ad elica usano una particolare tecnologia: mentre il palo risale, viene iniettato il calcestruzzo e, contemporaneamente, calata una gabbia metallica. La tecnica è stata scelta perché è compatibile con le profondità del progetto (dai 10 ai 22 metri) e coi diametri di 84 cm.

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Le difficoltà già dalle primissime fasi cantieristiche hanno comportato l’impiego di una sofisticata tecnologia ingegneristica e il ritardo di un anno, che ha avuto conseguenze sul budget e ha creato non pochi momenti di tensione, risolti da una committenza davvero lungimirante, che ha concluso che, come il buon vino, anche la terra avrebbe dovuto riposare per un anno.

Nel 2008 la terra aveva avuto il tempo riassestarsi e il lavori hanno ripreso.
Le parti che dovevano sostenere grandi carichi sono state fatte in calcestruzzo armato, i aggetti in acciaio e le altre parti prefabbricate: tante tecnologie per tante esigenze diverse, ma tutte compatibili con ambiente e contesto. L’apparente “scontro” tra natura e artificio si è quindi concluso in modo armonioso.

Nel 2009 l’opera aveva già preso forma.

Fonte

Programma Cantina vinicola – Uffici
Luogo Bargino, San Casciano Val di Pesa, Firenze – Italia
Progetto 2004-2013
Committente Marchesi Antinori S.r.l.
Prezzo 67.000.000 euro
Impianti Stefano Mignani, Paolo Bonacorsi – M&E S.r.l.
Impianti enologici Stefano Venturi – Emex Engineering
Engineering Paolo Giustiniani – Hydea S.r.l.
Impresa INSO S.p.A.
Strutture Massimo Toni – AEI progetti S.r.l.
Superficie Lotto 13 ha – sup. coperta 28.000 mq
Superficie Costruita 49.000 mq
Volume 287.260 mc

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I MATERIALI

La danza tra tradizione e innovazione continua tramite la scelta dei tre materiali di cui il progetto è composto: laterizio, acciaio cor-ten e legno.

Il laterizio del territorio dell’Impruneta è noto fin dall’11 secolo,tanto che vi era anche una corporazione di artigiani dediti alla terracotta. Brunelleschi scelse questi laterizi per la sua cupola. Si tratta di un’argilla che ha grande resistenza a flessione e ai fattori atmosferici.

Questo materiale è stato impiegato sia all’esterno che all’interno, per pavimenti, pareti e coperture.
Per la lavorazione e la cottura si sono scelte tecniche simili a quelle già usate nel rinascimento: estrusione, essiccamento, cottura a 9990 gradi.
La terracotta è il fil rouge di tutto il progetto, e viene impiegata anche nell’elemento più importante del progetto: le volte della barricaia.

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La tecnologia delle strutture della barricaia è stata sostituita rispetto al progetto originale, per via dell’aumento dei costi e della riduzione dei tempi.

Non vi è stata una posa in opera tradizionale come inizialmente previsto, ma si è costruito un grande invaso prefabbricato per “contrastare” il terreno (3000 km/mq) e ad esso sono state “appese” le volte e le sue centine in acciaio, e infine le terracotte, pezzi su misura incastrati a secco (l’architetto aveva pensato questo mattone “svuotato” all’interno dopo un confronto col produttore. Termina il processo lo spruzzo del calcetruzzo. L’impiego di questa tecnica ha consentito di risparmiare la metà del budget previsto, ed è stata ispirata dal Brunelleschi stesso, che aveva usato tecniche per favorire la cantierizzazione.

L’utilizzo di una “doppia calotta”, indipendente strutturalmente dalla prima, consente anche, grazie all’intercapedine, il mantenimento dei 17 gradi, senza l’uso di impiantistica.
Essendo una tecnica nuova e “inventata” per l’occasione, sono stati necessari dei test per garantirne la “durata”.

Il rivestimento esterno è stato pensato come leggerissimo per non aggravare la struttura. La colorazione, per i mattoni esterni, è stata pensata marrone per dialogare col colore dei terreni.

Anche il calcestruzzo armato è un materiale impiegato nel progetto. In particolare si tratta di un calcestrruzzo gettato in opera e faccia a vista, a cui, ad una fase avanzata del processo di lavorazione, sono stati inseriti dei pigmenti.

Un materiale principe del progetto è l’acciaio Cor Ten, un acciaio “bassolegato”, in cui, sotto la quantità del 5%, sono presenti manganese, nichel e cromo con lo scopo di migliorare le prestazioni, tramite una patina passivante che rallenta, e in alcuni casi impedisce, la corrosione. Questo materiale, il cui nome è una contrazione di “corrosion resistance – tensile strenght”, è stato inventato nel 1933. Di questo materiale sono rivestite le grandi bucature sulla sommità, i serramenti esterni a taglio termico, le porte interne, ed alcuni arredi fissi.

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E’ in cor-ten anche la scala elicoidale. Lunga cento metri, pesante cento tonnellate, richiama le scale monumentali del periodo barocco.
E’ una spirale in vari raggi con porzioni calandrate. Al centro c’è un “pennone”, un “fuso”, di forma non cilindrica ma creata ad hoc, che parte da terra e arriva fino alla copertura. L’elica si sviluppa verso l’alto ed è stata saldata in opera.
Essa ha la funzione di controbilanciare l’orizzontalità delle due fenditure oblunge, protese in senso orizzontale.

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Anche il legno è un materiale protagonista del progetto. L’auditorium, ad esempio, è di legno non trattato. Tutti i materiali sono anche ripresi nell’arredo e negli interni creando una continuità di colori e temi.

Un altro “non materiale” impiegato nel progetto è l’elemento luce.
Dalla facciata penetra una luce radente, mentre la luce è soffusa negli ambienti dedicati alla produzione del vino (la barricaia).
Sul tetto vi sono delle bucature circolari, trenta fori sulla copertura verde pensile, che dànno una luce zenitale che rende gli interni più luminosi a dispetto di quello che si potrebbe pensare.

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Il cerchio è una forma centrale in questo progetto.
La linea curva richiama le colline toscane stesse. Il cerchio è ripreso anche nell’opera di scultura contemporanea dell’artista Yona Friedman, composta da 500 cerchi in acciaio che compongono figure astratte

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IL LAY OUT DISTRIBUTIVO

L’ingresso alle cantine è il punto in cui i flussi dei lavoratori e dei visitatori si separano.

La barricaia è stata pensata come un ambiente sacrale, per la cosiddetta barrique, botti da 225 litri ciascuna, disposte in due navate sormontate dalle due volte in laterizio precedentemente descritte.

Grazie all’inerzia termica, vengono garantite molte condizioni termoigrometriche, come la temperatura di 17 gradi necessaria tutto l’anno senza l’apporto di condizionamento dell’aria. Viene quindi sfruttata l’energia della terra per raffrescare il vino. Questo dona al progetto l’ecocompatibilità sia tecnica che concettuale.
Su di essa, le sale di degustazione, a sbalzo sulle botti.

Nascoste, invece, alla vista dei visitatori, sia la bottaia che la riserva della casa, che conserva i vini più pregiati della collezione di famiglia.
Tramite la passerella, si giunge alla Tinaia, che contiene i tini, di alta tecnologia, e rappresenta un mix tra il mondo industriale, quello contadino, quello maggiormente etereo relativo alla produzione dei vini.

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Oltre alla scala principale, vi è una seconda scala, anch’essa tecnologicamente evoluta, in quanto viene retta dal suo stesso parapetto. Viene chiamata “a farfalla” per l’effetto visivo che si genera guardandola dall’alto.
Accanto alla barricaia vi è un museo con pergamene e altre antichità, tra le quali spicca un torchio progettato da Leonardo Da Vinci. A pochi metri troviamo l’auditorium.
L’estradosso è piantumato, come richiesto dal committente, con le viti, in modo iconico, comunicativamente e produttivamente, creando un rapporto simbiotico con la terra, la quale consente la produzione del vino, e a cui la cantina è “grata”. La copertura fornisce inoltre un osservatorio privilegiato sul paesaggio delle colline del Chianti.

La famiglia Antinori non dimentica il rapporto col pubblico: vi è un ristorante dove è possibile degustare l’olio, il vino, il vin santo e altri prodotti tipici. Organizza anche mostre d’arte, eventi culturali, approfondimenti sulla storia della famiglia.

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La Toscana, luogo dalle mille risorse architettoniche, storiche, geografiche e culturali, artistiche, oggi ospita questo progetto meraviglioso e da visitare, che esalta l’identità del vino Antinori, ma anche quella tipicamente italiana.

fonti:
http://www.archea.it/cantina-antinori/
http://www.gamberorosso.it/it/it-home/329821-vino
http://www.isplora.it/Projects/antinori

altri articoli interessanti sul tema:
http://www.lucianopignataro.it/a/marchesi-antinori-apre-la-nuova-cantina-cattedrale-a-bargino-di-sisan-casciano/50628/
http://www.scattidigusto.it/2012/10/25/antinori-vieni-a-vedere-quanto-e-bella-la-nuova-cantina-in-toscana/

In particolare consiglio di vedere e acquistare questo videodocumentario, che è stata la principale fonte del mio articolo, e che può darvi qualcosa che parole e immagini non possono trasmettere.

Milano nord est rifiorisce tra Fuorisalone, FuorisalMone e Nolo Design

A Milano quando arriva la primavera non si parla del Salone del Mobile, ma del FuoriSalone.
Quando qualcuno si lamenta del traffico, senti dire “Ah, già! questa settimana c’è il Fuorisalone!“, e questo per far capire la portata sociale di questo fenomeno culturale e di costume.

 

Per chi è della zona Nord Est, la tappa obbligata è Lambrate , zona che ormai da almeno un decennio è rifiorita grazie a molte opere di riqualificazione.
La tappa “Ventura Lambrate può deliziarci di alcune perle del Design Alternativo, come il Fuori Salmone.

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Compresa nell’iniziativa “FuoriSalmone“, l’esposizione ad opera di BrightWood chiamata “M’illumino di legno“, che propone un delizioso e originale sodalizio tra legno e luce.
Interessantissimo anche l’utilizzo del bambù.
Lascio parlare le immagini…

 

Facendo pochi passi al di fuori del FuoriSalmone, si poteva scoprire il design creativo “taggato” con #howareyou.

Ed ecco un assaggio di movida da FuoriSalone per chi se l’è persa…

 

Quest’anno chi è in zona però può deliziarsi del FuoriSalone di Nolo, quartiere emergente a Nord di Loreto, che abbraccia l’area di Via Padova, Viale Monza e Viale Brianza.

Nolo, per chi non avesse seguito il suo sviluppo, si è sviluppato grazie agli investimenti di molti giovani e creativi che hanno scelto questo quartiere per trasferire lì la propria abitazione o sede della propria professione, contribuendo a riqualificare il territorio e ad organizzare ed animare eventi sociali, come colazioni di quartiere, promuovendo le attività commerciali del quartiere, e cooperando con le associazioni culturali site in Nolo. Tra le varie iniziative anche il Festival di San Nolo, festival semiserio della canzone “nolese”, che ha attirato l’attenzione della stampa.


Il FuoriSalone nolese prevedeva varie tappe, che potevano essere comprese in un iter che attraversava il cuore di Nolo visitando tutti coloro che proponevano iniziative legate al FuoriSalone.
Il tour era anche pensato per conoscere nuove, ma anche storiche, realtà locali legati alla promozione del design, dell’arte e dell’architettura moderna e non, come l’Officina 84 e il Magazzino 76, lungo Viale Padova, ma anche la Drogheria Creativa, la Salumeria del DesignDaevas Design di via Soperga, T 12 Lab,  ma anche realtà come Bici&Radici, già sponsor di “San Nolo“.

Un’iniziativa particolarmente partecipata e interessante è quella che, ai confini di Nolo, si è tenuta negli spazi di Ventura Centrale, ovvero negli ex depositi delle ferrovie in via Ferrante Aporti, noti anche come Magazzini Raccordati. Il merito di rinascita di questa zona è soprattutto dell’associazione 4Tunnel, che si occupa di vari progetti di riqualficazione della zona2.

 

 

 

 

Architettura Open Source: ce ne parla un Architetto per il software libero

Il mondo dei software open source e quello dell’architettura e della progettazione sembrano mondi lontani. Francesco Arena, Architetto, si occupa di formazione riguardante diversi software di modellazione 3D, render e grafica.
Francesco è anche un attivista per il software libero. Ha fondato CgTutor, è socio di  SegnoDisegno e dell’associazione “Libera Informatica”.
In quest’intervista ci racconta l’importanza dei software open source nell’attività di un giovane architetto.

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Ciao Francesco. Cosa ti ha portato verso quella che oggi è diventata la tua professione?

La curiosità verso ambiti nuovi, la voglia di sperimentare, l’amore per l’architettura e per il piacere nel disegnare.

Che ne pensi dell’architettura open source? Hai mai letto “Architettura Open Source” di Carlo Ratti?

In realtà non conosco questo libro quindi il mio giudizio non può essere completo. Leggendone però la presentazione nel sito dell’editore vedo che si parla di una rivoluzione in atto nel campo della progettazione. Io vivo e lavoro come architetto a Firenze. Frequento colleghi e cerco di tenermi aggiornato per quanto mi è possibile. Probabilmente devo essere particolarmente miope per non vedere alcuna rivoluzione in atto ma solo tante difficoltà che stanno ormai opprimendo questa favolosa professione.

Questa premessa però non mi blocca dal fare questa riflessione che ritengo pertinente. L’architettura è un’arte antica con caratteristiche ben definite, per esempio il disegno architettonico è nato come una semplificazione della realtà necessaria per comprendere, gestire e sviluppare meglio un progetto.

Oggi invece si cercano spesso strumenti inutilmente complessi che spostano l’attenzione più sullo strumento che sul progetto. Questo, a mio avviso, non è un bene perché si va a discapito della flessibilità, della velocità e della comprensione stessa del progetto.

Nelle realtà medio piccole non ha senso cercare di risolvere tutto innanzitutto con la grafica o con strumenti “rivoluzionari” e “moderni”. Bisogna essere sicuramente molto rapidi e quindi certe soluzioni vanno elaborate direttamente in cantiere.

Qual ‘è la tua storia “softwaristica”? da quale software sei partito e come sei arrivato a Blender e a C4D?

Ho iniziato ad utilizzare i software di grafica verso metà degli anni 90 ed erano Autocad, Coreldraw e 3DstudioMax. Internet era appena arrivato, navigavo solo nella biblioteca universitaria utilizzando Netscape. Per imparare un software bastava il passaparola tra colleghi oppure bisognava acquistare manuali cartacei che erano particolarmente voluminosi.

Alla Facoltà di Architettura di Firenze l’utilizzo dei software avveniva quasi esclusivamente per iniziativa personale e spesso, lo dico per esperienza diretta, veniva fortemente osteggiata dai professori che si occupavano di grafica e pretendevano l’utilizzo del solo tecnigrafo, matita e rapidograph. Benché mi fosse stato sconsigliato l’uso del computer per una tesi di restauro, alla fine mi laureai a pieni voti disegnando interamente la tesi con il cad e colorando a matita le tavole tematiche.

Ho iniziato ad utilizzare Blender dalla versione 2.37 nel 2005 perché deluso dalle prestazioni di Vectorworks (ottimo per il 2d ma veramente molto limitato tuttora per il 3d). L’interfaccia molto complessa di Blender mi fece desistere per un po’ per poi innamorarmene definitivamente dalla vers. 2.48 in poi quando riuscì ad inserirlo stabilmente nella mia pipeline fatta da VectorWorks, Blender, Gimp e Inkscape.

Dal 2009, in occasione dell’uscita della versione di Blender 2.50 completamente rielaborata e soprattutto dotata di interfaccia molto più semplice e ben progettata, ho iniziato ad insegnare alla LABA di Firenze al corso di Modellazione ed animazione 3d 1 e 2 proprio utilizzando questo programma.
Con Cinema4D invece le occasioni sono state più limitate e sono riferite ad occasionali collaborazioni tra le quali ricordo uno studio i cui elaborati erano stati interamente sviluppati in quel programma e volevano che fossero terminati con quel programma. Fu veramente molto semplice imparare Cinema4D.

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Ti consideri un Open Source Activist?

È una mia priorità. Insieme alla associazione Libera Informatica cerco di diffondere l’uso dei software open source, io mi occupo di quelli di grafica 2d, 3d, video e stampa 3d. Non riesco ad utilizzare esclusivamente software open source poichè per motivi di lavoro devo usare programmi che girano solo su MacOSX e Windows. Per questo motivo, almeno per ora, non utilizzo abitualmente nessuna distribuzione Linux.

Come è nata l’associazione “Libera Informatica” e di cosa si occupa?

L’associazione Libera Informatica è nata nel 2009 a Firenze, fondata da un piccolo gruppo di appassionati del Software Libero. La prima attività dell’associazione è stata di Trashware, cioè il recupero di computer considerati obsoleti e destinati allo smaltimento, che venivano revisionati e riportati a nuova vita con l’installazione di GNU/Linux.

A questa attività si sono poi affiancati i corsi di informatica, i laboratori nelle scuole e le manifestazioni.


Appoggiarsi ai FOSS (Free Open Source Software) può essere un modo, per un giovane freelance, di tagliare le spese delle licenze?

Sicuramente e non di poco. Scegliendo Blender, che è completamente gratuito, al posto di un altro programma commerciale di 3d si risparmiano diverse migliaia di euro per l’acquisto della licenza completa e di qualche centinaio di euro\anno tra assistenza ed upgrade. Scegliere però di usare i FOSS solo per la questione economica vuol dire non aver capito appieno le potenzialità del sistema open source che si fonda sulla condivisione, sullo sfruttare le reali potenzialità del software, dell’hardware e forse non si hanno neanche le idee chiare sul mestiere stesso che si vorrebbe fare visto che la scelta dello strumento adatto è fondamentale.

Molti diffidano dall’open source, considerandolo di qualità inferiore, è solo un pregiudizio?

Si, esattamente. Ci sono professionisti come graphic designer, fotografi e ingegneri anche italiani che utilizzano per il loro lavoro strumenti open source. La loro scelta non è sicuramente guidata da motivi economici ma dal riconoscimento delle qualità che questi software hanno.

Ti sei scontrato anche tu, nel mondo dell’architettura, con coloro che hanno la puzza al naso verso i software open source?

Si, continuamente. Non ho colleghi a Firenze che usano Blender, eppure questo software ha fatto passi da giganti in questi ultimi anni. Oggi è possibile creare delle immagini con resa fotorealistica in maniera molto veloce e semplice grazie a librerie di materiali on line, grazie a strumenti per gestire l’illuminazione attraverso preset, grazie a modelli già pronti e a renderfarm on line. Queste risorse sono per lo più gratuite e quelle a pagamento hanno prezzi molto accessibili.


Per quanto riguarda la post
produzione, quale o quali software liberi consiglieresti?

Per la postproduzione si possono usare veramente tanti software, dipende proprio da scelte soggettive e dal risultato che si vuol raggiungere. In Blender esiste un modulo dedicato al compositing che è veramente molto completo e potente, spesso uso solo questo. Si può utilizzare anche:

– Natron che è l’equivalente di Adobe After Effect,

– Openshot che è l’equivalente di Adobe Premiere,

– Gimp che è l’equivalente di Adobe Photoshop

– Rawtherapee che è l’equivalente di Adobe Photoshop Lightroom.

E per il disegno vettoriale? e per l’impaginazione?

Io utilizzo Inkscape (equivalente di Adobe Illustrator) e Scribus (equivalente di Adobe Indesign)

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Perché quasi tutti i corsi, anche quelli relativi all’ottenimento di crediti formativi per gli albi, snobbano i software open source?

Perché in giro è più facile trovare tecnici che sono ormai abituati ad utilizzare software commerciali chiusi e non sono disposti a cambiare le loro abitudini. Credo che le cose piano piano stiano cambiando.


E’ una questione di diffusione, di formati, di performance, o di semplice pregiudizio/disinformazione?

Escludendo la performance che nei software FOSS citati è alta, confermo che si tratta di disinformazione. Non ci sono reali limitazioni quando si decide di usare il software FOSS

Quali sono gli strumenti (informatici), hardware e software, che non possono mancare ad un giovane freelance?

Dipende dalla professione che vorrà seguire. Per il 3d (ma anche per i videomaker) sinceramente non credo più nel mondo Apple, le sue macchine non sono più competitive per il costo, per l’hardware e quindi per le prestazioni per esempio ormai da tempo non sfruttano l’elaborazione tramite GPU con tecnologia CUDA utilizzata da programmi come Blender o Premiere. In studio ho ancora un Imac ma non credo che lo aggiornerò più.


L’idea di mettersi “in proprio” o con altri giovani, usando le risorse open source, per proporsi come 3d visualizer, in un paese come l’Italia, ha senso?

Certo è una maniera molto intelligente di iniziare a lavorare, il mondo FOSS è completo ed offre tutti gli strumenti per lavorare a livello professionale.

Mettersi a fare formazione “open source” in un mondo dove “ciò che non costa non vale” non è rischioso? che feedback hai?

Intanto è bene aver chiara la differenza tra “insegnare un software” e “insegnare una materia”. Per imparare un software, banalizzo un po’, basta Youtube, ci sono ormai tantissimi tutorial di tutti i tipi e soprattutto gratuiti, quindi questo basta per procedere come autodidatta anche se il risultato non è sempre certo dipende dal percorso intrapreso. Per imparare invece una materia o un mestiere ci vuole qualcosa di più un tutorial, ci vuole un corso magari tenuto da un insegnante che abbia un’esperienza diretta con quegli ambiti. Fare formazione all’interno di un istituto mi permette di incontrare persone motivate ed orientate verso un risultato certo in questo caso graphic designer. Sono quindi anche io molto selettivo, preferisco fare formazione a categorie ben precise come, oltre ai graphic designer, architetti e fotografi.

La LABA di Firenze ha creduto da diversi anni anche nel software open source utilizzando Blender per il corso di Animazione e modellazione 3d e fortunatamente non è l’unico istituto cito ad esempio il DAMS di Torino e il Corso di laurea in Informatica di Catania che utilizzano Blender in alcuni corsi.

I corsi di grafica 2d e 3d che ho pronti sono pubblicizzati da Libera Informatica e dal mio sito Cgtutor, ho collaborato anche con il Fablab di Firenze.

Dalla mia esperienza risulta che senza campagne di marketing mirate questi cataloghi di corsi on line non danno un buon riscontro. Le relazioni personali sono sempre molto importanti per creare nuove possibilità di lavoro. Attualmente ho appena terminato un corso su GIMP, programma di fotoritocco, per la Regione Toscana e con Paleos e 3dstore  stiamo preparando un corso di Stampa 3d per un istituto formativo di Milano



Ti occupi anche di promozione di brand e di editoria: che ne pensi degli architetti che si reinventano ampliando il loro campo d’azione a discipline contingenti e complementari alla professione classica dell’architetto?

È una operazione fondamentale per perseguire l’ottenimento di una maggiore soddisfazione del cliente. Con la Segnodisegno, azienda nella quale lavoro dal 2000 e di cui sono socio dal 2016, siamo in grado di fornire competenze pluridisciplinari infatti ci occupiamo della promozione di immagine coordinata che in può interessare ambiti differenti da quello architettonico, a soluzioni di design di interni, allo stand, alla parte grafica.

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Cinema4D e Blender, insegni entrambi: ci illustri le differenze e i perché un freelance dovrebbe scegliere l’uno o l’altro?

Semplifico la risposta, e saltando l’aspetto economico affermo che non ci sono differenze. Sono entrambi strumenti che possono essere utilizzati per le stesse finalità. Riporto sempre l’esperienza della LABA. Il corso di modellazione ed animazione 3d 1 viene fatto utilizzando Blender e il corso di 3d 2 utilizzando Cinema4d. Ritengo questa scelta molto intelligente e corretta nei confronti dei allievi del corso perché gli permette di avere più frecce per il loro arco.

Oggi sono diversi i software utilizzati nel campo della CG.

La finalità di un corso accademico poi non deve mai essere meramente quella di insegnare ad usare uno strumento ma quello di insegnare una materia indipendentemente dallo strumento scelto. Se poi proprio la scelta si dovesse fare verso un singolo software allora, almeno nel campo del 3d, credo di più in Blender perché è l’unico software veramente completo che poi non ti blocca con le logiche aziendali proprie dei software commerciali. Utilizzandoli in sinergia i vantaggi aumentano. Per esempio Blender ha un ottimo simulatore di fluidi che può essere usato per le scene di Cinema4D.

Sono entrambi molto potenti.

Se scegli Blender hai a disposizione di uno strumento molto potente continuamente sviluppato con il quale puoi sperimentare tutti gli ambiti della grafica senza alcuna limitazione e sei libero di interagire con qualunque altro software.

Se scegli Cinema4d impari soprattutto uno standard riconosciuto universalmente ed entri in una logica completamente differente che ti spinge poi a conoscere ed usare altri software per completare il tuo lavoro.

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Perché il settore dell’architettura sta resistendo maggiormente, rispetto a molti altri settori, al mondo del software libero, della condivisione e del social networking?

Io non percepisco questa differenza tra il settore dell’architettura e gli altri settori professionali. Non mi sembra di aver visto colleghi avvocati, medici o commercialisti diventare paladini del FOSS e della condivisione. La nostra è una società che nel pieno di grossi cambiamenti, la libera professione è forse tra quelle attività che sta subendo maggiormente questi cambiamenti in maniera drastica. Sarebbero dovuti essere gli enti pubblici (uffici comunali, provinciali, scuole ecc. ecc.) i luoghi per eccellenza promotori dell’uso del software libero ed invece utilizzano tutt’altro.

Un ultimo pensiero o consiglio per i giovani lettori?

Svegliatevi, siate critici, non seguite le mode e i marchi. Dietro ogni attività ci sta sempre una persona. Chiedetevi veramente cosa volete fare e poi cercate di perseguire questo obbiettivo.

AF

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Come proporsi professionalmente sul web? La parola a ProntoPro

Se un tempo era tutta una questione di passaparola, ed inevitabilmente ad essere favoriti erano i professionisti più anziani, oggi i giovani, e tutti coloro che si aprono al web senza pregiudizi, possono utilizzare spazi web e social pensati per il networking professionale.
Tra essi spicca ProntoPro, tanto che ho deciso di intervistare i fondatori del portale (Silvia Wang e Marco Ogliengo) in modo che possano raccontarci la genesi dell’idea e i modi più strategici per utilizzare meglio la visibilità professionale che il portale offre.

Via Filzi 25, gli uffici di ProntoPro

Via Filzi 25, gli uffici di ProntoPro. Silvia Wang e Mario Lengo

Come nasce l’idea di ProntoPro?

S: In realtà l’origine del portale è stata alquanto “casuale”. Marco ed io volevamo sposarci in Italia e all’epoca vivevamo a Jakarta. Pensavamo che sarebbe stato facile trovare i professionisti di cui avevamo bisogno online, ma… niente di più sbagliato! Da lì l’idea di creare un portale efficiente e veloce volto a trovare il giusto professionista. Da due anni stiamo facendo tutto per step, con tanto spirito di sacrificio e dedizione, ma siamo molto orgogliosi di quello che abbiamo creato e che stiamo incrementando e migliorando giorno dopo giorno.

I portali che “promettono” di portare lavoro ai giovani professionisti sono “millemila”…cosa ha di diverso ProntoPro?

M: Se ProntoPro è il primo in Italia per numero di utenti, un motivo ci sarà ☺ Noi siamo diversi per tanti motivi: innanzitutto non sfruttiamo il fatto che sono tanti i giovani professionisti alla ricerca di più lavoro attraverso costi di abbonamento al servizio; su ProntoPro puoi rispondere solo alle richieste che ti interessano e pagare solo quelle. E poi siamo diversi perché ci rivolgiamo a tutti! Professionisti del mondo della casa, del benessere, docenti, piccole e medie aziende… tutti su ProntoPro hanno la possibilità di sfruttare uno strumento capace di fare arrivare richieste di lavoro direttamente nella propria casella elettronica.

Come funziona operativamente? In cosa siete innovativi? E perché funziona?

S: ProntoPro.it permette l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro. Attraverso il sistema delle recensioni stiamo rivoluzionando il processo di ricerca dei professionisti perché usare il nostro portale è semplicissimo sia per gli utenti che per i professionisti. Ai primi basta recarsi sul sito, selezionare la figura ricercata e compilare una scheda indicando i dettagli del lavoro che vogliono commissionare. Nel giro di poche ore riceveranno fino a 5 preventivi personalizzati e potranno scegliere autonomamente e senza impegno quello più adatto alle proprie esigenze. Per i professionisti, invece, l’uso di ProntoPro.it è un valido aiuto per ampliare la propria clientela. Questo sistema funziona perché è utile.

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Visto che il blog è seguito da “nerd” e, come si dice oggi, “geek”, che ne dite di darci un po’ di numeri?

M: Oltre 100.000 sono i professionisti iscritti e 150.000 i clienti che hanno già usato il nostro sito. Le categorie di servizi sono 430. Il tasso di crescita è del 20% mese su mese. Il valore generato su ProntoPro corrisponde al PIL della  Toscana e sul nostro sito arriva una richiesta di preventivo ogni 3 secondi. Esistiamo da poco più di due anni, ma siamo in tutta Italia.

Perché un giovane professionista dovrebbe investire in ProntoPro e non, ad esempio, in biglietti da visita o volantini?

S: Noi non crediamo che una forma di pubblicità escluda l’altra. Indubbiamente dalla nostra parte ci sono le statistiche che dimostrano come i canali digitali saranno sempre più gli strumenti utilizzati dai professionisti per farsi conoscere e il fatto che ormai da anni, quando si ha bisogno di qualsiasi cosa, la prima cosa che facciamo è googlare la ricerca, conferma tutte le statistiche. La ricerca avviene online, il contatto offline.

Molti giovani professionisti si sono attrezzati con siti, blog professionali e profili social: questi strumenti sono un’alternativa a ProntoPro o questi strumenti possono lavorare in tandem e potenziarsi a vicenda?

M: Non solo possono lavorare insieme, ma secondo noi devono farlo! Non a caso, incoraggiamo sempre i nostri professionisti ad inserire nella propria pagina personale tutte le informazioni che li riguardano: siti, blog, profili social, certificazioni, attestati sono strumenti indispensabili per dare un’immagine il più chiara possibile di sé e della propria attività. Essere trasparenti, reperibili e facilmente contattabili è il primo modo per  conquistare   potenziali nuovi clienti.  

La credibilità prima di tutto: chi “certifica” le proprie competenze prende punti, o meglio… crediti: è una scelta d’immagine? premiare i “referenziati”?

S: Più che una questione d’immagine, la scelta di regalare crediti a coloro che completano il profilo è un incoraggiamento a sfruttare al meglio il canale. ProntoPro è un portale sul quale si possono trovare nuovi contatti senza un impegno proattivo da parte del professionista. Questo tipo di approccio è totalmente diverso da quello che avviene offline, quindi diventa indispensabile avere un profilo chiaro e completo per avere la maggiore probabilità di essere scelto tra più professionisti. ProntoPro vuole diffondere questo messaggio ai professionisti e tra gli strumenti usati c’è la scelta di regalare i crediti una volta completato il profilo.

Quale tipo di professionista viene premiato da PP? Il più veloce? il più bravo? il più “sgamato” con internet o quello con migliore qualità prezzo?

M: I professionisti che vengono assunti più spesso sono quelli che aiutano il cliente a capire meglio la situazione e il lavoro che dovrà essere svolto, quelli con un profilo completo, e coloro che danno subito una stima di prezzo. Ovviamente anche le recensioni sono indispensabili: anche una sola recensione aumenta del 100% le probabilità di venir assunto! Se ne hanno più di 5, aumentano di 4 volte le proprie probabilità.

Vedo che inserite anche la possibilità di inserire il racconto di un’esperienza: quanto è importante padroneggiare la tecnica dello “storytelling” per conquistare il potenziale cliente?

S: Attraverso la creazione di storie si può dare vita ad una ben definita identità narrativa. Permettere ai professionisti di raccontarsi è parte della nostra missione di diffondere una cultura di connessione, collaborazione e innalzamento del livello qualitativo del mondo del lavoro.

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Date la possibilità di mettere come raggio d’azione “tutta Italia”. Quanto questa possibilità, nell’epoca del digitale, è una realtà? e quali sono le professioni che permettono di essere “nomadi digitali”?

M: È una realtà sfruttata da tantissime persone. Pensiamo al mondo dell’e-learning: tutti quelli che vogliono imparare una nuova lingua, prendere ripetizioni di matematica, o seguire corsi di recupero oggi possono farlo attraverso Skype, Google Hangout, Facebook Messenger, Whatsapp… sono tantissimi gli strumenti che oggi garantiscono di vedersi e sentirsi anche a distanza.

Ultima domanda: uno dei problemi principali dei professionisti sul web è l’insistenza. Alcuni giovani, presi dalla foga di cercare committenti, sono piuttosto maldestri ed insistenti nel proporsi. Sappiamo che avete progettato ProntoPro in modo da tutelare il cliente da “spamming lavorativo”, ma in generale quali sono i consigli che date al professionista per evitare che venga percepito come insistente?

S: Noi li invitiamo ad essere molto chiari nella prima risposta, osservando attentamente i dettagli della richiesta. È importante fornire un costo preciso o una stima per il lavoro da svolgere, specificando cos’è incluso nel preventivo. Sottolineare la necessità di un colloquio e/o di un sopralluogo utili a fornire informazioni più precise, sono suggerimenti che diamo spesso ai nostri professionisti per evitare di stressare il cliente con un numero eccessivo di comunicazioni.

Team gen'17

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