Marco Ferrara, Architetto, Docente, e promotore dell’Open Source

Intervista a Marco Ferrara, architetto, docente del Politecnico alla Scuola di Design, e promotore della cultura Open Source.

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Ciao Marco, prima di tutto le presentazioni: età, provenienza, formazione, professione, passioni…

41 anni, nato e cresciuto a Catania, formazione artistica, ho studiato architettura a Firenze dove ho vissuto per circa 10 anni, da circa 12 anni vivo a Milano dove lavoro come architetto e docente presso la scuola del Design del Politecnico di Milano. Non ho passioni specifiche ma tendo ad appassionarmi quotidianamente: ho amato molto il cinema (adesso meno: preferisco le serie perché hanno un respiro maggiore, sono l’equivalente contemporaneo del romanzo ottocentesco), amo il teatro, l’architettura e le arti in generale, mi interesso al pensiero politico e alla storia, la scienza mi incuriosisce moltissimo e mi piace giocare con la matematica e la programmazione

 

Ti sei laureato con una tesi a cavallo tra architettura, scenografia e cinema: quanto questi mondi si intrecciano nelle ambientazioni 3D?

La tesi di laurea prende le mosse dalla tradizione architettonica rinascimentale e barocca della costruzione dell’illusione attraverso l’uso scenografico della geometria proiettiva. E se si parla di illusione il passaggio al cinema è brevissimo: la persistenza della visione, l’illusione del movimento… e per dare forza a questi aspetti per la tesi ho scelto di usare la pellicola super8 (dove il frame è reale, il meccanismo della finzione può essere toccato concretamente) al posto del video.
Il digitale, e quindi la modellazione 3D, sono serviti a rendere veloce, economico ed efficiente il processo creativo e la sua realizzazione [maggiori dettagli sono pubblicati qui, mentre altri contenuti relativi alla realizzazione sono disponibili qui, qui e qui.

 

Come nasce il progetto software libero per l’architettura? Quali le finalità?

Software libero per l’architettura nasce nel 2010 quando io e mia moglie (anche lei è un architetto) abbiamo smesso di lavorare per conto di altri studi professionali per metterci in proprio. Erano i primi anni della crisi economica per cui la scelta del software libero è venuta innanzitutto per ovvie motivazioni di risparmio.
Ma non è stato solo questo: in quel periodo si percepiva nella società il bisogno di un recupero di valori etici che rendesse l’agire quotidiano più equo e più giusto. Il software libero rappresentava – ed è tutt’ora – un modello economico alternativo: un modello in cui la principale risorsa è la conoscenza e la logica dominante è quella della ridistribuzione di tale ricchezza attraverso la condivisione, in opposizione alla concentrazione delle risorse.
Lo scopo del progetto è quello di promuovere la cultura open e gli strumenti liberi nell’ambito professionale dove, invece, predomina l’uso di strumenti proprietari prodotti da poche grandi aziende commerciali (Adobe e Autodesk). Si tratta di software spesso molto costosi, che impongono condizioni sempre più vincolanti attraverso l’adozione di formati proprietari o l’uso di licenze “subscription”: questo si traduce inevitabilmente in una riduzione del campo di libertà del libero professionista ed una conseguente riduzione delle proprie potenzialità creative ed imprenditoriali.

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Quali le prassi virtuose per una didattica opensource? E quali le discipline coinvolte?

Sulla didattica e l’educazione in generale è in corso una grande riflessione a livello mondiale perché il modello tradizionale di classe e di scuola non riesce più a rispondere adeguatamente alle esigenze di una società molto più complessa e più estesa di quella novecentesca. Si parla molto di didattica innovativa, di MOOC, di flipped classroom… la riflessione è profonda e coinvolge pedagoghi, docenti, psicologi, informatici… perfino gli architetti (che sono chiamati a progettare nuovi spazi per l’edilizia scolastica e l’educazione).
In questo contesto la cultura open sta svolgendo un ruolo molto importante promuovendo logiche di inclusione, accessibilità, condivisione: basti pensare al grande rilievo che stanno assumendo le OER, Open Educational Resources, nella discussione.
Con la dizione “didattica opensource” credo che tu faccia riferimento ad un mio articolo in cui tracciavo alcune note a partire dal lavoro svolto durante un corso che ho tenuto alla Scuola del Design del Politecnico di Milano. Credo che quell’esperienza sia stata utile per ragionare sulla relazione tra didattica e cultura open ma si è trattato solo di un primo passo in una ricerca che continua tuttora: a circa 4 anni da quel corso questo lavoro di sperimentazione prosegue nei corsi che tengo ogni anno. Negli ultimi corsi, ad esempio, ho provato ad adottare strumenti come Git e GitHub per rendere più efficiente il processo di apprendimento, produzione, revisione e collaborazione tra studenti. I risultati sono interessanti (e spero in futuro di avere il tempo di condividerli scrivendo qualche articolo a riguardo) ma non è possibile ancora dire parole definitive sul tema.

 

Come sta reagendo il mondo accademico rispetto allo strumento open source?

Il mondo accademico, come tutti gli altri “mondi”, è molto variegato ed è difficile parlarne come se fosse un’entità omogenea: l’università è fatta di persone e sono queste che determinano le politiche e le priorità da adottare. E come è facile immaginare queste cambiano da corso a corso, da indirizzo ad indirizzo, da scuola a scuola, da ateneo ad ateneo.
In generale posso dire che il rinnovamento della didattica è un’urgenza ormai diffusamente sentita, anche grazie ai fondi e ai finanziamenti ministeriali messi a disposizione per chi lavora in tal senso. In questo rinnovamento gli strumenti open hanno indubbiamente un importante rilievo. Purtroppo ci sono ancora molti pregiudizi su questi strumenti…

 

Ci parli della tua attività come docente al Politecnico di Milano?

Sono un docente a contratto presso la Scuola del Design. Insegno dal 2008 discipline relative al disegno manuale e digitale all’interno del corso di laurea in Design degli Interni.

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Quali le resistenze? e quali le oggettive criticità nel formare prevalentemente su software open source?

Le resistenze sono diverse, sia da parte degli studenti che da parte dei colleghi docenti. In alcuni casi queste sono dovute semplicemente a pregiudizi o alla non conoscenza di tali strumenti.
Ci sono tuttavia altre ragioni che rendono oggettivamente difficile una simile scelta di campo come, ad esempio, il fatto che questi strumenti non siano quelli prevalentemente richiesti dal mercato del lavoro. Il problema non è banalizzabile e dipende da molti fattori: quale tipo di figura professionale si vuole formare (autonomo o dipendente), quale settore del mercato si vuole coprire, qual è il numero di studenti da formare, quale livello di qualità si vuole raggiungere, quali sono le risorse disponibili per la formazione, quanti assistenti
Quando si parla di libertà – e di questo si parla quando si parla di free software – il problema diventa politico e riguarda i valori personali e la propria visione del mondo: è quindi normale che ci siano resistenze e criticità.

 

Ci parli del progetto Liberi Saperi?

LiberiSaperi  è la “costola operativa” del progetto Software libero per l’architettura. E’ una piattaforma Moodle per l’e-learning che abbiamo costruito per erogare corsi di formazione on-line accreditati sugli strumenti open (ed anche qualche freeware) utili ai progettisti.
L’abbiamo usata nel primo triennio della sperimentazione sulla formazione obbligatoria (2014-2016) strutturando un’offerta formativa fatta di piccoli corsi (9-12 ore) per piccole classi (max 12 iscritti). La didattica è sincrona (abbiamo usato BigBlueButton, un ottimo strumento open per creare classi virtuali) per permettere una piena interazione tra docente ed allievo. Nei due anni effettivi di operatività abbiamo avuto circa 200 iscrizioni all’anno.
Attualmente l’attività formativa è sospesa per i numerosi impegni provenienti dall’attività professionale e dall’università.

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Quali i software open source di cui ti occupi, quali discipline riguardano e quali sono stati accolti positivamente dal mercato del lavoro?

Mi sono sempre occupato dell’ambito del disegno e della progettazione, prima con i software proprietari e adesso attraverso gli strumenti liberi.
I software che uso sono QCAD e FreeCAD per il disegno CAD; GIMP e Krita per la grafica raster, Inkscape per la grafica vettoriale, Blender per la modellazione e il rendering.
Inoltre sono sempre stato interessato alla programmazione per cui mi trovo spesso a scrivere piccoli script in Python per uso personale (spesso applicati in ambito didattico) o pagine web in HTML, CSS e Javascript.
Difficile parlare di mercato del lavoro in questo momento storico: la crisi ha minato fortemente gli assetti consolidati, le nuove attività imprenditoriali sono spesso start-up che hanno nella sperimentazione e nell’innovazione la propria naturale vocazione ed non è facile delineare lo scenario attuale.
Tra i software citati credo che Blender sia quello che gode di maggior apprezzamento, ma anche Gimp ha uno zoccolo duro di utilizzatori e Krita sta crescendo.

 

Che suggerimenti dai ai neolaureati e ai neolavoratori (per quanto riguarda le professioni tecniche) riguardo all’uso dei software nella professione?

Suggerirei di imparare a programmare. Non tanto per scrivere software ma per capire cosa è e come funziona la macchina con cui lavorano.
Oggi i principali produttori di software, a partire da Windows e Apple, ma anche Autodesk e Adobe, stanno dirigendo la propria politica sempre di più verso l’idea di “software come servizio” (SaaS) e considerano l’utente come un semplice consumatore di tale servizio. Voglio chiarire che si tratta di una strategia di mercato assolutamente lecita che ha anche alcuni aspetti di convenienza per l’utente. Tuttavia, attraverso questa logica, stiamo assistendo al passaggio degli strumenti di produzione dall’autore dell’opera al fornitore del servizio. E temo che la perdita della proprietà dello strumento di produzione avrà una ricaduta negativa sulla qualità e sulla ricchezza espressiva che la nostra società può produrre.
Come contenere questo processo? Con più conoscenza, sforzandosi di capire il perché delle cose, comprendendo le logiche che usa il computer e i suoi linguaggi, abituandosi ad “aprire il cofano” ogni tanto.

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Intervista a Maurizio Meani, insegnante di fumetto

Oggi intervistiamo Maurizio Meani, insegnante di fumetto, conosciuto durante un corso presso Corsi Corsari.

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Ciao Maurizio, parlaci di te…hai fatto studi di tipo artistico? Quali?
Ho frequentato prima il liceo artistico di Brera e poi l’accademia di Brera con indirizzo scenografia.

Oltre al fumetto di quali altre arti ti occupi?
Calligrafia e tutto quello che si può fare con una matita.

Quali arti insegni e in che contesti?
Calligrafia, disegno, fumetto, acquerello sia a bambini che adulti.

Chi volesse fare i tuoi corsi, dove troverebbe informazioni?
Attualmente i miei corsi sono “gestiti” da EhiCheCorsi e CorsiCorsari.

Hai dei tuoi personaggi? Ce ne parli?
In passato ho lavorato con molte testate che ormai non esistono più. Attualmente sto preparando delle tavole per un mio progetto di blog.

Quali sono le tecniche fumettistiche da te predilette?
Sono un tradizionalista: matita, gomma, pennino, pennello e china.

Preferisci il comico o il “serio”?
Ritengo che fare il disegno comico sia molto più difficile del “serio”. Le proporzioni se rispettate sono più complesse da gestire.

Quali sono gli autori o i tuoi personaggi preferiti?
Ho sempre amato Pratt e tutta la sua produzione.

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Quali le principali differenze tra fumetto americano, italiano e giapponese?
Wow, domanda complessa, allora:
il fumetto italiano tende ad essere spesso molto personale. Un autore fa tutto scrive, disegna inchiostra, colora, ect.
Il fumetto americano nasce come pura evasione e si basa sulla collaborazione di un team in cui ognuno fa un pezzo.
Quello giapponese è un altro mondo in tutti i sensi sia a livello artistico che concettuale: ci sono manga su tutto.

Personaggi su carta e personaggi animati: cosa si perde nell’animazione?
Spesso si guadagna, personaggi un po’ piatti a livello tavole trovano un dinamismo impensabile quando si animano.

Molti pensano che imparare a “fumettare” coincida col saper disegnare, ma c’è altro: cosa?
Disegnare è una parte del fumetto senza una buona storia anche i disegni più belli sono senz’anima.

Quanto è importante una buona sceneggiatura?
A mio pare è basilare se si vuol realizzare un fumetto con la F maiuscola.

Quale la strumentazione ideale per il principiante?
Carta, matita, gomma, pennino o pennarello e china… e tanta ma tanta passione.

Internet fornisce del materiale per approfondire? Se si, dove?
Ormai ci sono tutorial per tutto, Pinterest ad esempio,
è una miniera per tutte le posizioni anatomiche.

Consiglieresti al fumettista in erba dei testi?
Sinceramente no, il fumetto va visto e praticato non teorizzato.

Quali i grandi contesti italiani per i giovani talenti?
Internet, oggi chiunque può pubblicare on-line e sperare di essere notato…

Qual è il segreto di una vignetta o di un fumetto che funziona?
Quando lo scopro ve lo dico…

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Le Case Private di Frank Lloyd Wright

Storia e descrizione strutturale (arricchita da dettagli e particolari sulla vita dell’architetto) delle tre più famose abitazioni private di Frank Lloyd Wright.

Saggio breve preparato da me al primo anno di Architettura, per Storia dell’Architettura Contemporanea, col professor Alessandro De Magistris.
Nonostante contenga le ingenuità tipiche degli studenti del primo anno, è stato uno degli ultimi regali che ho fatto a mio padre prima della sua prematura scomparsa, ed è per questo che ci tengo a ri-pubblicarla per renderla disponibile a chi ne apprezzerà i contenuti.

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Che Frank Lloyd Wright sarebbe diventato il più importante architetto americano del ‘900 lo aveva predetto la madre,quando lo portava in grembo.
Quando William Martin (colui che lo incaricò per la costruzione del Larkin Company Building) lo descrive al fratello, usa queste parole:
<<E’ un giovane uomo atletico, di corporatura media, coi capelli neri, folti, non lunghi, di circa trentadue anni, uno splendido tipo di individuo. Non è un impostore ,neppure un “originale”, è molto colto, elegante , ma non affettato, un vero uomo d’affari con alti ideali…Ti innamorerai di lui dopo dieci minuti di conversazione, ti costruirà la più bella casa razionale di Buffalo…>>

Frank trascorse i primi vent’anni della sua vita quasi interamente nella fattoria dello zio, nel Wiscosin. I genitori erano persone colte. La madre aveva fondato una scuola con le sorelle, il padre era Ministro. Gli anni trascorsi nella fattoria fecero sorgere in Wright un amore per la vita agreste che lo accompagnò per sempre. La madre applicò alla sua educazione le teorie di un pedagogista che sosteneva che il bambino dovesse apprendere non disegnando dalla natura, ma tramite forme geometriche montabili.

La casa di Oak Park

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Dopo aver seguito i corsi di ingegneria nell’università locale, considerata di terza classe, si trasferì a Chicago con l’intenzione di diventare un grande architetto. A Chicago, entrò nello studio Adler & Sullivan. Presentò a Sullivan degli schizzi, che gli piacquero molto, e fu immediatamente assunto. Nel frattempo si sposò ,ed ebbe bisogno di una casa per la famiglia. Sullivan lo aiutò ad avere un finanziamento per comprare un terreno ad Oak Park, dove sorse la sua prima casa, che fu anche la sua prima opera.

La copertura in legno e il ripidissimo tetto a due falde sono le due caratteristiche principali della casa, che la distinguono dalla tipica abitazione di quel periodo, di gusto vittoriano.
L’esterno è molto sobrio, grazie alla geniale combinazione di legno scuro e muri di mattoni a vista. Al contrario, l’interno era molto disordinato, ricco di particolari, come tappeti orientali, busti di Beethoven, stampe giapponesi. La pianta evidenzia il desiderio di non separare nettamente gli ambienti, ma di lasciare un continuum tra essi.
La Winslow House partiva ancora da un volume prefissato, da una scatola muraria in cui l’architetto si sforza di rompere la chiusura. Qui invece assistiamo ad uno stadio già avanzato nel processo di erosione del muro, e perciò a un dialogo serrato fra mondo familiare ed ambiente comunitario. Lo studio ottagonale è un esempio di indipendenza dal rettangolarismo ,che sfocerà più tardi nella predilezione per l’esagono. Il legno è stato lasciato quasi al naturale, solo incerato affinché ne fosse messa in luce la bellezza. Il camino assume un’importanza particolare data la convinzione di Wright che fosse il luogo sacro della riunione familiare. Per Wright la famiglia era il simbolo della democrazia. Al piano superiore si trovavano uno studio, un bagno e due camere da letto ,ma di questa disposizione delle stanze rimangono solo dei disegni, visto che furono fatte diverse modifiche nel tempo. Per la sala da pranzo egli costruì delle sedie a schienale alto che presto sarebbero diventate un suo simbolo. Credeva che esse potessero creare un paravento attorno alla famiglia riunita. Esse erano prive di forme circolari ottenute al tornio. Wright, infondo, era un ambientalista. Raccontò che, durante le sue visite alle botteghe artigiane per la lavorazione del legno,all’inizio del secolo (quando era di moda usare il tornio per disegnare curve, protuberanze, forme affusolate) gli sembrò di vedere sul pavimento mezzo patrimonio forestale nazionale. Perciò, per lui questo spreco era ripugnante. Egli credeva che le macchine potessero diventare uno  <<strumento nelle mani dell’artista>>. In base a queste teorie, disegnò e realizzò delle sedie con decorazioni tagliate in lunghi pezzi rettilinei con scarto minimo. Era molto interessato agli effetti di luce. Inserì dei globi da soffitto che chiamò “luce solare”, e una luce indiretta e incassata nella sala da pranzo che chiamò “chiaro di luna“.
Con l’ingrandirsi della famiglia, Wright inserì una stanza dei giochi. Le proporzioni di questa stanza sono tutte a misura di bambino. Le finestre sono basse, e un adulto per guardare attraverso esse deve chinarsi. Al centro della stanza vi era un camino ad arco. Questa stanza divenne punto di attrazione per tutto il vicinato. In quanto padre di sei figli, Wright sapeva cosa coglieva l’attenzione infantile (casette,bambole,giochi,feste). La stanza si trovava a secondo piano, circondata dalle fronde dei rami, quasi a sembrare una casetta sull’albero.

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Nel 1897 Wright trasferi’ il suo studio da Chicago a casa sua,credendo che in tal modo la sua produzione sarebbe cresciuta di un terzo. Lo studio al primo piano, ormai diventato obsoleto, fu diviso in due dormitori, uno maschile e uno femminile. Il nuovo studio è diviso in due ambienti: la biblioteca e la sala da disegno, divise dalla sala d’aspetto. Dietro vi è l’ufficio personale di Wright .
La sala da disegno è ancorata al soffitto tramite robuste catene di ferro.  La biblioteca è il luogo dove Wright mostrava i suoi disegni. Entrambi gli ambienti sono bene illuminati e vi è una cura da parte dell’architetto per i materiali.
La sala d’aspetto è piena di finestre,decorate con motivi geometrici solo nei bordi. I colori usati sono quelli autunnali,quelli che Wright amava, e che ben si abbinavano con il colore del legno:
<<Amavo sedere al tavolo da disegno con riga e squadra a inventare i motivi che vedrete su queste finestre.In questo campo ho sviluppato un nuovo linguaggio mio personale. E questo prima che esplodessero i Mondrian e cose analoghe >>.
Wright non lavorava manualmente come gli artigiani dell’ Art and Crafts, ma si avvaleva dell’uso di macchine, in quanto era convinto che le macchine creassero disegni più puliti e più moderni .

Wright fu spesso spinto a trasferirsi un Europa, ma rifiutò sempre, fino al 1910, quando lasciò moglie e figli ad Oak Park, affidò i suoi lavori al suo disegnatore, e partì per l’Europa per assistere Ernst Wasmuth.
<<Poiché non sapevo ciò che volevo, decisi di andare via…
Amavo i miei figli, amavo il mio nido…per conquistare la libertà chiesi il divorzio. Dopo un’attenta riflessione, mi fu rifiutato. Ma mi vennero poste queste condizioni: se avessi aspettato un anno, il divorzio mi sarebbe stato concesso. L’anno trascorse e, a dispetto della promessa, la libertà legale continuò ad essermi negata>>.

 

Taliesin I, II e III

Al suo ritorno negli stati Uniti, Wright si stabilì a Chicago.
Egli definisce la vita di Chicago con queste parole: <<Era cosi’ freddo, così buio, così umido! L’orrenda luce blu-biancastra delle lampade ad arco dominava su tutto. Stavo congelando>>. Da queste parole si capisce perchè Wright costruì soprattutto in aperta campagna, e i pochi edifici costruiti in un contesto cittadino danno le spalle alla strada e creano dei mondi interni molto ricchi.
A Chicago cominciò a lavorare per costruire una casa in campagna, nel luogo dove era cresciuto, per la madre Anna LLoyd Wright. Nel corso della progettazione, la signora capì che al figlio serviva un posto nuovo dove stabilirsi e lavorare traquillamente, cosi lo esortò a tenere per se la casa.
Wright trasformò il progetto di un semplice cottage in un complesso comprensivo di casa, studio e fattoria (residenza, atelier e azienda agricola).
Il terreno su cui avrebbe costruito era la collina doveva aveva passato la sua infanzia. Egli chiamo’ questo luogo Taliesin ,un nome gallese significante “cima splendente”, ma anche il nome di un druido del sesto secolo. Egli aveva origine gallese da parte materna, e una tradizione gallese voleva che i fratelli e le sorelle dello stesso clan scegliessero nomi gallesi per le proprie case.
Wright sapeva che se avesse costruito sulla collina, l’avrebbe distrutta, così decise di costruire attorno ad essa. Qui egli creò un mondo autosufficiente dedicato all’arte e all’agricoltura.
Era la prima volta che Wright non costruiva in aree urbane o suburbane.
Ruppe la tradizione di costruire sopraelevando l’edificio rispetto al livello del suolo, e ciò fa si che Taliesin non sia una casa nella prateria.
Il materiale usato per l’esterno era la pietra calcarea giallo-oro, proveniente dalle cave locali. L’intonaco usato era di colore giallo-grigio, come la sabbia del fiume Wiscosin.
Gli interni erano di cipresso e il pavimento era di pietra calcarea o di cipresso cerato.
Anche i camini erano di pietra calcarea.
Arricchì gli interni con stampe giapponesi, porcellane, statuette di bronzo, ornamenti acquistati durante i suoi viaggi in Giappone. Queste decorazioni non intaccavano la sobrietà degli interni.
Vi era una stanza di sicurezza contenente disegni ed opere d’arte, dei cortili, alloggi per disegnatori, una cella frigorifera per la produzione di burro e panna, costruzioni per contenere maiali, mucche e polli.
Le finestre erano protette da ampie gronde, in modo da poter essere aperte anche con la pioggia.
Taliesin fu incendiata da un servitore impazzito nel 1914. Solo lo studio e la fattoria furono risparmiati. Furono uccise sette persone care a Wright. Durante la tragedia, egli si trovava a Chicago. Quando seppe dell’accaduto, corse a Wiscosin e si trovò davanti al tragico spettacolo.

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In quel periodo Wright visse una grave crisi economica, ma per fortuna gli furono commissionati dei lavori,come L’Imperial Hotel di Tokyo. Rientrato negli Stati Uniti nel 22 si stabilì a Los Angeles, ma, capendo di non avere futuro nel Sud-Ovest, tornò a Taliesin.
La ricostruì molto più grande, per ospitare le coppie provenienti dall’Europa e dal Giappone per aiutarlo, per lavorare non per lui,ma con lui.
In questo periodo, Wright conobbe la sua terza moglie, Olgivanna, che ebbe una profonda influenza negli ultimi 30 anni della sua vita.
Ella aveva lasciato il marito, un architetto russo, per fuggire dalla Russia con un gruppo di fuggiaschi, dopo la Rivoluzione.
Frank e Olgivanna si conobbero a un balletto russo. Erano in attesa di divorzio, e decisero di convivere.
Olgivanna diede un contributo fondamentale alla comunità di Taliesin.
Nella primavera del ‘25 Taliesin fu nuovamente devastata dalle fiamme, stavolta per un corto circuito. Wright commentò:
<<Tutto ciò che avevo di personale al mondo, oltre al mio lavoro, era distrutto…Taliesin III, con non minore fierezza, anche se con tristezza, sorse là dove si erano accumulate le ceneri di Taliesin I e Taliesin II, insieme all’esistenza vissuta in esse…salvai molte pietre non troppo danneggiate, e con i frammenti tinti dal fuoco costruii le nuove pareti>>

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Wright ricostrui’ Taliesin,ancora più grande, con nuovi alloggi e un nuovo studio. Come nella casa di Oak Park, il grande camino assume un’importanza simbolica.
Nel 1949,nel giorno del suo 82esimo compleanno, egli fece colazione nel nuovo studio con la moglie e gli apprendisti.
<<Ogni volta che il fuoco ha distrutto Taliesin siamo riusciti a fermarlo prima che raggiungesse lo studio,proprio su quella soglia. E’ come se Dio ponesse in discussione il mio carattere, ma non il mio lavoro>>
Fino all’anno della morte, il 1959, Wright apportò modifiche a Taliesin. Nel 1953 aggiunse un balcone aggettante proteso fino a incontrarsi coi rami delle querce che crescevano sul pendio.

Dopo aver fondato la comunità di Taliesin, Wright non assunse più disegnatori, ma solo consulenti tecnici (in rari casi). Per il resto aveva solo collaboratori, che pagavano una retta per lavorare con lui.
Per questa scelta egli fu molto criticato.Si difese dicendo: <<io sono stato giudicato un vecchio gentiluomo astuto che è riuscito a creare il sistema per avere lavoro gratuitamente.Ebbene ,avere il lavoro gratuitamente mi è costato tutto ciò che ho guadagnato nella mia vita, ciò che guadagnerò ,tutto ciò che potrei eventualmente guadagnare, e quel che posso fare, è dividere tutto ciò coi ragazzi e le ragazze che vogliano venire qui alla ricerca di qualcosa che io stesso non ho ancora trovato>>

Wright riconosceva il suo debito a Sullivan, considerandolo il suo unico maestro (anche se il loro rapporto finì in modo burrascoso: fu cacciato dallo studio con l’accusa di rubare i clienti). Egli diceva di essere la matita nelle sue mani: quando parla dei collaboratori di Taliesin egli dice che essi sono le dita della sua mano, per far capire quanto fosse più stretto il rapporto.

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La prima retta pagata dagli apprendisti consentì di ristrutturare Taliesin.
Anche la manutenzione e le pulizie rientravano nelle mansioni degli apprendisti.
I soldi finirono presto, gli apprendisti restaurarono Taliesin e la fattoria, ma in quel periodo le commesse per Wright erano poche (è il periodo della Casa sulla Cascata e degli edifici Johnson).

La vita della comunità non era fatta solo di fatica. I coniugi Wright ritenevano che nella vita quotidiana dovesse entrare ogni genere di cultura. Il sabato, ad esempio, si cenava nel teatro, e poi si vedeva un film.
La domenica si cenava nel soggiorno di Wright e poi si vedeva un concerto.
La vita a Taliesin era una forte ispirazione sia per i coniugi Wright sia per gli apprendisti.

 

Taliesin West

Il terzo capolavoro che Wright costruì per se stesso è Taliesin West, in Arizona.

L’Arizona significa una nuova stagione creativa, un’avventura dell’immaginazione, un bisogno anche di maggiore anticonformismo: <<qui in questi spazi immensi, la simmetria stanca rapidamente e mortifica la fantasia>>.
Vide quei territori per la prima volta nel 1927, e ne fu affascinato.
La seconda volta egli portò con se anche la famiglia, insieme a una squadra di disegnatori, per lavorare al progetto del villaggio turistico “San Marcos in the desert”.
Non volle affittare degli alloggi. Preferì un accampamento ideato e costruito da lui stesso, che potesse permettergli di stare a contatto col deserto e restare affascinato da esso.
Wright era convinto che, dato che nel deserto non vi era alcuna simmetria, non ve ne dovessero essere nemmeno nell’accampamento e nel San Marco in the desert.<<L’Arizona ha bisogno di un suo stile architettonico, qui la linea retta e le superfici piane di altri luoghi diventano linee interrotte>> dice Wright in proposito.

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Nel 1936 Wright si ammalò di polmonite e la moglie gli consigliò di lasciare gli inverni freddi del Wiscosin per trascorrerli in Arizona.
Egli decise di costruire un’abitazione per l’inverno in Arizona, e chiamò quest’impresa la “conquista del deserto”.
I Wright visitarono la vasta valle di Phoenix e infine scelsero un pezzo di terra poco costoso ceduto in parte in affitto dal demanio. Wright amava molto la vegetazione del deserto.
Dato che non vi erano molte strade, fu necessario costruirle, per recarsi nei luoghi desiderati.
Wright aveva settant’anni, e decise di vivere nel deserto durante l’edificazione di Taliesin West, in un accampamento che chiamò “Ocatillo”. Viveva in accampamenti coperti da tetti di canapa che di giorno facevano entrare il tepore del sole.
Non c’erano nè acqua nè energia elettrica. Il costo del terreno aveva ridotto Wright sul lastrico.
Wright aveva vissuto in un accampamento con il tetto traslucido, e voleva ricreare questo effetto nella casa. Per i muri, usò pietre di colore diverso (ambra,rosa,marrone). Le metteva in delle casseforme di legno e le faceva tenere insieme da cemento mescolato con sabbia. Solo allora toglieva le casseforme. I muri avevano varie inclinazioni, poichè, secondo Wright, solo cosi avrebbero potuto ricalcare i contorni delle montagne dell’Arizona.
Su questi muri massicci posava una rete di travi in legno rosso e una copertura di catrame e ghiaia. Altri tetti vennero fatti con pietra e cemento, come quello del piccolo teatro.

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I primi ambienti costruiti furono la cucina e la sala da disegno. Quest’ultima servì da sala di ritrovo, da pranzo e da musica fino alla fine dei lavori.
Ad un’estremità della casa vi era lo studio di Wright, all’altra vi erano le camere dei figli e la sua (esposte ad Est e a Sud). Dietro ad esse vi erano le camere per gli apprendisti.
Le numerose fontane disposte nel cortile erano in contrasto con l’aridità del deserto, creando quasi un’oasi .
Wright modificò Taliesin West ogni volta che vi tornava, così come faceva per Taliesin.
Spesso guidava i suoi assistenti col movimento del bastone, altre volte con un rapido schizzo.
Spesso i forti temporali danneggiavano i tetti, facendo filtrare l’acqua, ma questi disagi erano sempre stimolanti per Wright, che sosteneva che se li riusciva a sopportare lui, a settant’anni , potevano sopportarli a maggior ragione i ragazzi e le ragazze della comunità.
Wright sosteneva, con questa abitazione, di voler rinunciare ai lussi dell’est.
<<L’idea della comunità era basata su un perenne stato di cambiamento>> disse Wright in proposito.
Taliesin West fu edificata quasi interamente con la collaborazione degli apprendisti, con pochi interventi esterni.Un generatore Diesel forniva l’elettricità e fu scavato un pozzo e un sistema di fognature con fosse biologiche a dispersione.
Sebbene la casa fosse nata per brevi soggiorni, Wright la rese sempre più stabile, rinforzando le travi con acciaio, e introducendo superfici in vetro.
<<Sara’ compito tuo (Olgivanna) e della comunità completarlo quando non ci sarò più>>.
Uno degli interventi intenzionati a fare di Taliesin West un’abitazione definitiva fu il lavoro fatto alla stanza da pranzo.
Wright la allargò verso nord, con vetrate, e fece della sala da pranzo precedente una stanza da pranzo privata.
Di fronte alla minaccia delle linee elettriche che attraversavano la sua proprietà verso sud, disse: <<allora ci sposteremo di 180 gradi e guarderemo le montagne!>>.
Fu spostata la strada d’accesso alla sua casa e furono costruiti cortili e giardini d’agrumi.
Non modificò molto il tetto perché non voleva perdere l’effetto di tenda traslucida.
Infine, collegò l’abitazione alla rete elettrica e telefonica.

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Questa abitazione, insieme a Taliesin nel Wiscosin, e alla sua prima casa di Oak Park, è l’opera più personale ,che sembrava vivere e respirare insieme a lui, accostando le caratteristiche di una complessa natura umana e di una genialità molto particolare.
Di Wright si ricordano opere d’arte come la Casa sulla Cascata, dotata di un fascino magico e allettante, Il Guggenheim Museum, ma le abitazioni di Wright (le Taliesin in particolare) saranno sempre qualcosa di speciale, edificate e conservate da apprendisti, spesso da novellini alle prime armi.
E’ quasi ironico che un architetto del calibro di Wright sia vissuto in due case costruite da giovani uomini e donne che apprendevano l’arte del costruire, ma questa è la strada che egli scelse.
La vitalità che Frank e Olgivanna hanno trasmesso ai loro apprendisti è stata fonte di energia vitale anche per i suoi edifici : Taliesin e Taliesin West sono l’espressione vivente di quella energia apparentemente inestinguibile.

 

Testi Bibliografici

· Larkin e Bruce Brooks Pfeiffer – Frank Lloyd Wright ,i Capolavori – (titolo orginale Frank Lloyd Wright the masterworks ) – prima edizione italiana 1993, Rizzoli,Milano – seconda edizione 1997
pag 10-26 (gli esordi,casa e studio di Oak Park)
pag 104 –108 (l’esilio e la nuova era)
pag 198-201 (gli ultimi anni)
pag 278-308 (Taliesin e Taliesin West)

· Terence Riley e Peter Reed – Frank Lloyd Wright ,Architetto 1867-1959 – (titolo orgininale “the museum of modern art” New York 1994) – prima edizione italiana 1994
terza edizione 1998

· Bruno Zevi – Frank Lloyd Wright – Prima edizione 1979 Zanichelli, Bologna – Sedicesima edizione 1998
Pag 24-30 casa e studio di Oak Park
Pag 95 Taliesin I
Pag 124-132 Taliesin III
Pag 134-135 Ocatillo
Pag 162-170 Taliesin West

· Frank Lloyd Wright – Il maestro dell’architettura contemporanea – Edizioni Rizzoli, Milano 1997 – Ultima edizione ,1999

· A cura di Peter Delius – Storia dell’architettura del XX secolo – Traduzione di Andrea Barbaranelli – Edizioni tedesche Kònemann Verlagsgesellschaft 1998 – Utlima edizione 2000
Pag 16 Frank Lloyd Wright

· Kenneth Frampton – Storia dell’architettura moderna – (titolo originale :Modern architecture : a critical history) – prima edizione italiana 1982 ,Zanichelli,Bologna – ultima edizione 2002
Pag 56-65 Frank Lloyd Wright e il mito della prateria
Pag 215-223 Frank Lloyd Wright e la <<desappearing city>>

· Paolo Portoghesi – I grandi architetti del 900 – Prima edizione ,Newton & Compton, Roma, 1998
Pag 113-119

· Frank Lloyd Wright ,un’autobiografia – Frank Lloyd Wright – Anno di edizione 1943

· The architect and the machine – Frank Lloyd Wright Collected writings – New York,Rizzoli – · In the cause of architecture – Frank Lloyd Wright Collected writings – New York,Rizzoli

· David Watkin – Storia dell’architettura occidentale – (titolo originale “ a hirstory of western architecture”) – Zanichelli – Prima edizione 1990 – Seconda edizione 1999 –
Pag 167-179 Frank Lloyd Wright

· William J.R. Curtis – L’architettura moderna del 900 – (titolo originale “Modern Architecture since 1900”) – 1999 Mondadori, Milano
Pag. 113-131 il sistema architettonico di Frank Lloyd Wright
Pag. 305-329 natura e macchina: Mies Van Der Rohe, Wright, Le Corbusier negli anni 30

Bibliografia secondaria

· La città vivente – (titolo originale “the living city”) – Frank Lloyd Wright – Edizioni di Comunità

· Casa sulla cascata – Edgar Kauffman Jr – A cura di bruno Zevi – Prima edizione, settembre 1997 – Midilibri, Milano

Le immagini sono state tratterai seguenti siti

http://www.saukcounty.com/taliesin.htm
http://www.franklloydwright.org
http://www.igrandimaestri.com/desiners/franklloydwright
http://www.wrightplus.org/
http://www.greatbuildings.com/cgi-bin/gbi.cgi/Taliesin_West.html/cid_3147439.gbi
http://phoenix.about.com/library/weekly/aa051000a.htm
http://www.bc.edu/bc_org/avp/cas/fnart/fa267/FLW_early.html
http://www.bc.edu/bc_org/avp/cas/fnart/fa267/FLW_tal_east.html

Student : Bonnì

Matricola : 190495

La canapa in edilizia: un prodotto del passato per un futuro migliore

Il 16 Novembre a Milano ci sarà un evento sulla canapa in Edilizia.
Intervistiamo l’Arch. Edmondo Jonghi Lavarini, promotore dell’evento, e l’Arch. Paola Bettoni, esperta del materiale canapa.

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Come è nata l’idea di un convegno sugli usi architettonici ed edilizi della canapa?

Edmondo:
La canapa è nel DNA dell’imprenditoria italiana da centinaia d’anni. L’interna umanità usava la canapa per i più disparati usi.
Ci sono prove al carbonio in cui si dimostra l’uso dell’intreccio delle fibre fin dal 8.00 A:C. ossia più di 10.000 anni fa. La tecnologia della canapa italiana diventò fortissima con le Repubbliche Marinare. Tessuti, vele, corde, fin all’uso della carta e dei materiali per l’edilizia, per coibentare e isolare. In Italia si coltivava e macerava canapa ovunque.
Il Sud aveva una fiorente industria e Macerata ne porta ancora il nome.
Con l’avvento del petrolio, e i primi decenni del 1900, la canapa subì un grandissimo boicottaggio: fu paragonata alla droga. Uscirono film, documentari, furono scritti libri e campagne stampa. La propaganda negativa uccise usi e consumi. Le leggi nazionali fecero il resto. Tutta la canapa venne messa fuori legge, con conseguenze distruzione di tutto il comparto imprenditoria, industriale italiano. L’Italia fu data alle fiamme.
Dopo 100 anni, oggi è cambiato lo scenario. Io da architetto, voglio dare il mio contributo per la riscoperta di questo materiale.

 

Dove, come e quando è la conferenza?

Edmondo:
Giovedì 16 novembre 2017, a Milano, ci sarà un grande dibattito, in cui si approfondisce la scienza e l’uso di questo formidabile prodotto naturale.
Maggiori informazioni possono essere sempre richieste, compilando questa InfoPage.

 

Quali saranno i contenuti?

Edmondo:
Il dibattito si propone di illustrare ed approfondire la tecnica e la ricerca dell’utilizzo della canapa in edilizia. Partendo dalla valorizzazione dei sottoprodotti agricoli utili alla bioedilizia saranno illustrate le tecnologie e i materiali utili all’architettura contemporanea.
Sarano affrontate le linee guida, la chimica e l’ingegneria per il corretto utilizzo del calcecanapulo sia per la costruzione del nuovo e sia per interventi di recupero con applicazioni pratiche sia in ambito nazionale, europeo e internazionale.
Sarà data ulteriore attenzione agli studio dell’architettura degli interni con esempio di miglioramento della qualità dell’aria indoor.
Grazie ai contributi del Politecnico di Milano ed ENEA sarà illustrata la ricerca scientifica italiana riguardo durabilità, antisismica e sostenibilità ambientale.
A conclusione degli interventi scientifici sarà dato ampio spazio ad una tavola rotonda, al dibattito e alle domande fra tutti i presenti.
Il dibattito è stato come un vero e proprio corso tanto che ha avuto il supporto e il patrocinio dell’Ordine degli Architetti di Milano (7CFP) e dei Dottori Agronomi e Forestali (1 CFP)

 

Quali sono gli utilizzi agricoli e industriali di questo prodigioso materiale?

Paola:
La canapa (Cannabis sativa) ha molteplici usi che coprono gli ambiti più disparati.
Anzitutto è utilizzata per il consumo alimentare dei suoi semi e dall’olio da essi ottenuto, alimenti dall’altissimo valore nutrizionale.
La canapa è autodiserbante perché le piante di canapa crescono più velocemente delle infestanti e le soffocano. Di conseguenza, la canapa lascia il terreno totalmente diserbato.
Normalmente non ha bisogno di irrigazione e migliora la struttura del terreno grazie all’abbondante e profondo apparato radicale e al rilascio di foglie a fine ciclo aumentandone la fertilità. La pianta è adatta per la bonifica di terreni contaminati da materiali pesanti attraverso un processo denominato “phytoremediation” La canapa è considerata particolarmente adatta allo scopo, in quanto, attraverso il proprio apparato radicale, è in grado di espletare la propria efficace capacità chelante nei confronti di contaminanti come arsenico e rame, oltre che di solventi e pesticidi.

Usi tessili: la fibra di canapa è stata utilizzata fin dall’antichità per realizzare tessuti per accessori e capi d’abbigliamento. È sempre stata utilizzata per realizzare le cime, vele delle navi oltre che i sacchi per il trasporto di caffè e cacao poiché essendo un materiale privo di proteine e zuccheri risulta dal gusto amaro e pertanto non viene attaccato da insetti e roditori.
Agricoltura: Il fusto di canapa truciolato viene utilizzato per la pacciamatura. Essa si effettua ricoprendo il terreno di materiali – ad esempio frammenti di corteccia – utili al fine di mantenere l’umidità del suolo e ridurre così le necessità idriche delle piante, innalzare la temperatura del suolo, impedire la crescita delle erbacce e proteggere il terreno da precipitazioni ed erosione.
Edilizia: In campo edile la canapa viene utilizzata in pannelli come ottimo isolante termico e acustico. La canapa è resistente all’umidità, è altamente traspirante grazie alla sua struttura a celle aperte. Non ha problemi di stoccaggio in cantiere poiché in caso di inibizione accidentale conserva inalterate le proprie caratteristiche una volta asciutto ed è resistente alle muffe. Queste peculiarità lo rendono un materiale eccellente anche par la riqualificazione energetica di edifici esistenti con particolari problemi di umidità. È un materiale realmente eco sostenibile adatto per la bioedilizia, poiché privo di sostanze nocive e trattamenti antiparassitari, quindi sicuro, sano sia per la salute dell’installatore che per i fruitori degli edifici. Ottimo per l’ottenimento di certificazioni di sostenibilità ambientale tipo LEED, abbinato a calce ed argilla può concorrere alla realizzazione di edifici NZEB.
Numerosi altri usi vengono fatti della canapa, che viene utilizzata per la realizzazione di carta di ottima qualità, mobili, trasformata in materiali plastici degradabili, combustibili e numerose altre sperimentazioni.

 

Quali le tecnologie costruttive si sposano bene con la canapa?

Paola:
La canapa in edilizia può essere utilizzata sotto differenti forme sempre con estrema facilità di posa.
La canapa abbinata all’argilla cruda ha elevate caratteristiche di traspirabilità, regolazione dell’umidità indoor, isolamento termico ed elevate caratteristiche fonoassorbenti e fonoisolanti, tutto ciò tramite la realizzazione di tamponamenti in blocchi di argilla cruda e pannelli di canapa, oppure realizzando contro pareti, controsoffitti e pareti divisorie in pannelli di canapa e pannelli di argilla cruda.
La canapa può essere inserita come materassino fonoassorbente anticalpestio direttamente all’interno dei solai.
A densità superiore può essere utilizzata per la realizzazione di cappotti esterni rifiniti in intonaco di calce.
Diversi prodotti si possono realizzare dall’unione della canapa combinata con la calce come intonaci e blocchi rigidi e leggeri. Questi materiali hanno elevate caratteristiche di isolamento termico acustico e con forte traspirabilità e sono in grado di assorbire la CO2 ambientale.

 

La canapa negli interventi di recupero…puoi parlarcene?

Paola:
La canapa è perfetta per la riqualificazione energetica degli edifici. Altamente traspirante, utilizzata come cappotto termico esterno e rifinita con intonaco di calce permette la diffusione (traspirazione delle murature) dell’umidità all’interno degli ambienti evitando la formazione di muffe. Avendo la canapa una elevata inerzia termica rispetto ad altri isolanti, si scalda lentamente e altrettanto lentamente rilascia calore. Questo fa sì che negli sbalzi termici tra giorno e notte non si crei condensa sulle superfici del cappotto, evitando la formazione di in estetiche patine biologiche che sporcano la maggior parte degli intonaci posati su cappotti di materiali sintetici.
La canapa quindi si caratterizza per un elevato calore specifico, da cui i benefici in termini di benessere abitativo oltre che per l’isolamento invernale, anche come “isolamento” dal calore nei mesi caldi.
Può essere utilizzata anche nel rifacimento di tetti come isolante termico.
Inserito in una contro parete ricoperta di pannelli in argilla cruda, permette la sanificazione di pareti umide soggette ad esempio ad umidità di risalita, evitando la formazione di sali e muffe. Non assorbe acqua per capillarità.
Oltre a ciò essendo un materiale elastico si adatta ai micro assestamenti degli edifici.

 

Quali i casi studio nel nostro Paese?

Paola:
In Italia abbiamo un eccellente esempio famoso anche a livello Europeo. Si trova a Bisceglie (Bt) e si tratta di un condominio di 61 appartamenti con tamponamenti in calce e canapa con struttura in cemento armato. Si tratta del più grande edificio realizzato in calce e canapa d’Europa e ha vinto il primo premio del concorso internazionale Green Building Construction Award 2016 nella categoria “Energy and hot climates”.
Ci sono numerosi altri esempi minori di edifici realizzai in canapa calce e/o argilla cruda,
Ad esempio a San Donà di Piave (Ve) è stata realizzata una casa privata con tamponamenti in blocchi di argilla cruda e canapa con struttura in legno.

 

Canapa e benessere: quali i vantaggi per la qualità dell’aria?

Paola:
I materiali realizzati in canapa sono sani poiché sono esenti dalla presenza di sostanze chimiche nocive, sicuri sia per i posatori che per i fruitori degli edifici. Non si accumulano acari nelle sue fibre, è inattaccabile da insetti e roditori e abbinata a materiali quali calce e argilla inibisce la formazione di muffe e funghi, garantendo la salubrità ambientale.

 

Canapa: durabilità, ecosostenibilità, e proprietà antisismiche.

Paola:
La canapa è una risorsa infinita una pianta annuale che in soli tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di un bosco in un anno.
La coltivazione di canapa assorbe elevate quantità di CO2 . La produzione di un pannello isolante in canapa comporta un bassisimo consumo di energia primaria, di molto inferiore alla lana di vetro, lana di roccia e all’EPS.
La canapa è un materiale biologico e riciclabile. Il suo smaltimento non richiede particolari costi poiché non è un rifiuto speciale.
Ha un’ elevata durabilità, superiore alle fibre sintetiche che lo hanno sostituito e ad altri isolanti sintetici che dopo dieci anni iniziano a degradarsi e a perdere le loro capacità isolanti.
Il fatto che siano stati rinvenuti antichi manufatti in fibre di canapa come le bende delle mummie egizie, ne è una eccellente testimonianza.
Essendo un materiale leggero ed elastico ben si adatta a strutture antisismiche in legno, ferro o cemento armato. La prossimità con questi materiali non provoca effetti collaterali.

 

Quali le linee guida per l’utilizzo di questo materiale?

Paola:
In edilizia la facilità di posa dei materiali in canapa è adatta all’auto costruzione. La sua posa non richiede particolari precauzioni e presenza di D.P.I

Architettura Smart, Green ed Ecosostenibile, a Milano il 7 novembre, 8 Cfp

Il 7 novembre 2017 si terrà, a Milano, Palazzo Pirelli, la conferenza “Percorsi di Architettura Virtuosa: come progettarla, realizzarla e finanziarla”, che ha come tema l’Architettura Smart, Green, Ecosostenibile. Si parlerà anche di Casa Proattiva e di Casa Senior.
L’appuntamento rilascia ai partecipanti 8 crediti formativi.
Abbiamo intervistato Fabio Vicamini, ideatore di Missione Architetto, che ci racconta la genesi e i contenuti di questa straordinaria conferenza.

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Raccontaci qualcosa sulla tua professione e su come è nato il progetto “Missione Architetto”.

Con lo studio Design Valley, mi occupo da oltre 20 anni di comunicazione, marketing, design, interior, architettura.

Ritengo che la figura dell’architetto debba assumere un nuovo ruolo più significativo all’interno della realtà sociale, soprattutto in Italia, dove è considerata come una professione di secondaria importanza.

Missione Architetto nasce con questo preciso intento ossia unire professionalità, imprenditoria, artigianalità e competenze con l’obiettivo comune di sviluppare progetti e iniziative capaci di rimettere al centro la figura professionale dell’architetto come guida e coordinatore di team di competenza.  

Quali sono gli obiettivi di Missione Architetto?

I nostri obiettivi sono quelli di creare una rete Nazionale di associazioni culturali e operative che territorialmente si occupino di individuare iniziative e opportunità coerenti con il Manifesto di Missione Architetto per generare collaborazioni proficue a produrre soluzioni per un miglioramento ambientale, abitativo e per il benessere psicofisico delle persone. L’obiettivo è quello di portare questo messaggio alle persone comuni tramite la rete dei professionisti e le loro realizzazioni concrete coinvolgendo Istituzioni, Università, centri di ricerca, aziende, artigiani.

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Cos’ è il Laboratorio della Sostenibilità?

E’ una realtà nata in Svizzera nel 1987 dal coordinamento di molteplici volontà operative: sono tante. Consiglio di andare a vedere il sito dove sono elencate.

Il Laboratorio vede il coinvolgimento di professionalità collegate al mondo della ricerca universitaria, con esperienza ventennale nello sviluppo di: tecnologie, progetti eolici e fotovoltaici, meccanica, elettronica, architettura, chimica, economia, finanza, sostenibilità, sociale e bioetica. Missione Architetto è stata individuata dal Laboratorio dalla figura del prof. Michele Piano come realtà complementare capace di coinvolgere il mondo della progettazione. E’ nata subito stima reciproca e volontà di costruire insieme un percorso capace di generare immediatamente risultati pratici e misurabili.

Quali sono le realtà partner connesse a questi progetti e quali gli obiettivi prefissati?

In questo momento Missione Architetto sta facendo un grande lavoro di coinvolgimento e confronto tra realtà operative (associazioni, reti di impresa, Università, imporenditoria) in modo da poter definire strumenti utili al network per rendere più facili e percorribili le strade per portare al compimento i progetti “site-specific”/territoriali che le varie associazioni SpazioMiA stanno definendo.

Stiamo attivando modelli che coinvolgono oltre al Laboratorio della sostenibilità anche realtà come Federcondominio, Condominio Solutions, Astalacasa, ClickM3, Citylifemagazine, e tante altre realtà imprenditoriali e istituzionali. E’ un lavoro complesso soprattutto perché senza possibilità di remunerazione a breve.

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Il 7 novembre ci sarà un importante incontro dedicato ai “Percorsi di architettura virtuosa”. Quali gli attori e quali gli obiettivi?

Abbiamo selezionato 4 “percorsi” di 4 associazioni appartenenti al Network: La “Casa Proattiva” dello SpazioMiA Monza e Brianza, “Casa Senior” dello SpazioMiA Milano 1, “Semiramide a Milano: il giardino pensile e il verde verticale” dello SpazioMiA Milano City e Architettura in Legno dello SpazioMiA 9B (Novara, Biella, Vercelli). Gli attori coinvolti sono tutti gli associati delle associazioni territoriali (non parlo solo degli architetti) e le aziende partner di Missione Architetto più tutte le realtà di cui abbiamo accennato prima. Gli obiettivi sono quelli di riuscire a realizzarli, ad uno ad uno.

Al mattino si parlerà di Casa Senior e Casa Proattiva: di cosa si tratta?

Due temi di importanza fondamentale per il futuro della nostra società: dare reddito alla famiglia con modi innovativi legati alla Sharing Economy grazie alla realizzazione di “Case Proattive” e dare dignità e valore alla vita degli anziani in luoghi migliori ossia “Case Senior” più adatte ossia ai cambiamenti sociali in atto.

Consiglio vivamente agli architetti di venire a seguire il convegno per capire che i crediti formativi non sono una scocciatura burocratica ma una grande opportunità di crescita e in più anche un’occasione per conoscere altri colleghi con cui creare networking professionale.

Casa Proattiva di Desio

Casa Proattiva di Desio

Al pomeriggio si affonterà il tema dell’architettura in legno e dell’architettura smart, green ed ecosostenibile, ce ne parli?

Sono due temi giganteschi e di una portata considerevole. Ritengo che su questi temi si giochi il futuro di molte città italiane. Abbiamo deciso insieme agli SpaziMiA Milano City, SpazioMiA 9B e SpazioMiA Romagna di percorre queste strade. Siamo certi sarà un percorso importante e con risultati di assoluto livello. Stiamo interloquendo con Regioni, Province, Europa. L’avvio delle iniziative è stato entusiasmante. Stiamo cercando di dare peso e concretezza pratica alle idee.

L’evento ha un costo? Rilascia crediti formativi? Come possiamo aderire?

Per la partecipazione chiediamo un contributo liberale a partire da 15€ per sostenere Missione Architetto. Solo la sala piena (sono 100 posti) ci permetterà di recuperare i 1.300€ investiti solo per presentare la pratica di ottenimento crediti formativi tramite il CNAPPC, non vi dico gli altri costi.

Il convegno rilascia 8CFP per architetti ma permette di entrare su una tematica che è quella del finanziamento delle opere di riqualificazione degli immobili che è di grande importanza. Mi aspetto che partecipino anche gli imprenditori. Daremo informazioni di primario livello con il coinvolgimento di Professori Universitari di grande spessore. Per aderire è sufficiente andare sul sito InfoPage e aderire al convegno “Percorsi di architettura Virtuosa” compilando il form ed eseguendo la donazione.

Casa Senior di Lurago

Casa Senior di Lurago

Vivere metropolitano: il futuro del mondo nasce nelle città (Alumni Polimi Convention 2017)

Il 21 ottobre si è tenuta, al Teatro del Verme, la convenction annuale degli Alumni del Politecnico.
Il tema trattato era: “Vivere metropolitano, il futuro del mondo nasce nelle città: persone, tecnologie, idee dal sistema Italia”.

Ha introdotto il prof. Enrico Zio, presidente degli Alumni parlando di come il Politecnico segue i suoi alumni tramite le proposte del Career Service e i corsi e la formazione post lauream. Poi lancia il tema della sfida delle città italiane.

Prosegue il Rettore Ferruccio Resta, parlando di smart working, digitalizzazione e smart city.

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E’ il turno di Giorgio Gori, alumno e sindaco di Bergamo, che confessa di non essersi mai abilitato, ma di aver imparato molto dagli anni a studiare Architettura al Politecnico, soprattutto nella capacità di analizzare il territorio. Affronta il tema della difficoltà nell’amministrare la città. Ricorda che, sebbene il nostro territorio abbia medie alte di crescita, in quelle medie è contenuta una grande disparità sociale, e che anche la crescita dell’età media deve essere gestita anche nelle sue conseguenze economiche.
Infine, ricorda che anche la sostenibilità va affrontata, dalle amministrazioni, con trasparenza.

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Segue l’intervento di Renato Mazzoncini, del gruppo Ferrovie dello Stato, che parla della crescita demografica dal punto di vista economico, sociale, ambientale.
Ricorda che se tutti noi applicassimo dei piccoli comportamenti virtuosi, ad esempio nell’uso dell’acqua domestica, centinaia di litri a testa all’anno verrebbero risparmiati.
Parla dell’esigenza di connettere LA città e connettere LE città, dell’interesse nazionale nella mobilità, del bikesharing come esperienza nuova e interessante, e del fatto che, con il recente rinnovamento dei treni, l’Italia si aggiudica un’età media dei treni inferiore ai cinque anni, quindi un primato migliore di quello della Germania.

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Segue Elena Bottinelli, AD del San Raffaele. Parla dell’obiettivo del far “star bene” i cittadini, ricordando che la tecnologia va usata nel modo corretto, e suggerendo corsi nelle scuole.

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E’ il turno di Stefano Paleari, che ricorda i primi laureati italiani, quando l’Italia era il secondo paese industrializzato d’Europa.
Allora a rendere una città competitiva era la compresenza di quattro elementi:
– il porto (per la comunicazione)
– l’università (oggi diremmo un buon centro studi)
– la tolleranza (oggi parleremmo di inclusività)
– la presenza di un orologio meccanico (il tempo, quindi la produttività)
Ricorda che il numero di vincoli è spesso uguale al numero di libertà e che chi vive senza pensare al presente è come se vivesse nel passato.

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Prende la parola Piero Lissoni, architetto “militante” e designer. Ricorda che le periferie sono un’opportunità e sogna una “macrocittà” da Aosta a Palermo, servita da infrastrutture performanti. Invita a liberarsi di ridondanza e retorica e sottolinea il fatto che le uniche pubbliche amministrazioni con cui ha fatto fatica a comunicare sono quelle italiane, che considera labirinti con all’interno “troppi minotauri e troppi tesei“.
Parla del  caso del Corviale, che ha visto di presenza recentemente per caso, sottolineando che una certa architettura, più socialista che sociale, aveva fallito in quanto non aveva tenuto conto dei ritmi di vita di chi ci avrebbe vissuto.

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Vengono infine premiate due eccellenze:
Arianna Minoretti, progettista del “Ponte sui Fiordi” (anche detto “ponte di Archimede”), e Giampiero Tessitore, autore di una pelle artificiale ma “biologica”, materiale innovativo vincitore del premio H&M, uno dei più prestigiosi, per la Vegea.

All’ingresso gli Alumni sono stati omaggiati con la versione cartacea del nuovo numero di MAP (Magazine Alumni Politecnico)

Appunti sul BIM: Il nuovo modello di progettazione collaborativa

Il 12 ottobre 2017, al Palazzo delle Stelline di Corso Magenta a Milano, si è tenuto il workshop intitolato: BIM, Il nuovo modello di progettazione collaborativa.

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L’evento, moderato dal Dott. Domenico Latanza, ha avuto come suo primo relatore Alberto Pavan, esperto Bim e insegnante del Politecnico di Milano, delegato italiano ai tavoli ISO e CEN in ambito BIM, responsabile scientifico del progetto INNOVance.
Ricorda che il metodo Bim, per ora introdotto come facoltativo, potrebbe diventare ben presto obbligatorio in Italia, probabilmente dal 2019 per quanto riguarda gli appalti da oltre 100 milioni e dal 2021 per tutti gli appalti.
Ha parlato anche dell’IFC, linguaggio comune tra i software basati sul BIM, consigliando sempre, quando si lavora tra software diversi, di farsi spedire anche il pdf, in modo da monitorare possibili divergenze nelle informazioni relative alla modellazione.
Ha spiegato che, mentre nel 3d tradizionale sono necessarie tante viste per avere informazioni su come un oggetto è fatto “dentro”, ciò non è necessario nel metodo BIM, dove ogni elemento è un “lego” dotato delle sue informazioni.
Il BIM si usa anche per creare modelli di manutenzione, dove ad esempio rimane verde ciò che è nel suo ciclo di vita, diventa rosso ciò che sta per terminarlo.
Si possono usare funzioni, come la “crash detention”, che fanno si, ad esempio, che nulla venga creato a 10 cm di distanza da un tubo, o che i parapetti siano sempre più alti di un metro, o che siano rispettati i rapporti areo-illuminanti, inserendo i parametri del regolamento edilizio di riferimento.
Le informazioni possono anche essere georeferenziate.
Quando nel progetto viene sostituito un oggetto, in automatico anche il cash flow viene aggiornato.
E’ molto importante ricordare che nei software basati sul bim, l’appagamento visivo non è centrale. Alcuni software basati sul bim, addirittura, non hanno la modellazione 3D.
Infine, il relatore ha parlato delle nuove lauree a cavallo tra le competenze architettoniche e quelle informatiche, che creano figure importantissime negli studi moderni.

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A seguire, ha preso la parola Roberto Mancini, ingegnere, libero professionista e docente.
Ricorda che nei software BIM il fine non è estetico, ma la rappresentazione tridimensionale ha come obiettivi la comprensione e la comunicazione.
E’ necessaria una dotazione hardware non trascurabile, pc da 2000/3000 euro se non di più, nel caso di voglia fare una workstation di 20 persone.
Il Bim sfrutta anche i progressi fatti con le tecniche laser scanner, che permettono rilievi precisi al millimetro, con nuvole di punti colorate.

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Segue il relatore Sandro Paiano del MixLegno Group.
Il fornitore deve essere per l’architetto una risorsa capace di integrarsi con il progetto, rispondere alle reali esigenze del progettista e del committente evitando di proiettare le proprie convinzioni ed evidenziare gli eventuali punti critici in quanto esperto del proprio settore. Tutto questo è importante perché a differenza del pittore e dello scultore che realizzano personalmente le proprie opere l’architetto consegna ai fornitori la realizzazione della propria opera. Per questo la MixLegno crede che il segreto sia nella stretta collaborazione perché come recita un aforisma africano “se le formiche si mettono d’accordo spostano un elefante”


Interviene in seguito Luca Gennero della Dott. Gallina, parlando dei pannelli con preziose proprietà raramente presenti in un unico materiale: leggerezza, trasparenza, isolamento termico. Rinunciando alla leggerezza c’è il vetro, rinunciando alla trasparenza ci sono i pannelli isolanti. Vengono proiettati alcuni casi studio.

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Prende la parola Luca Linossi, dell’azienda Gerflor, che introduce il relatore della Render Factory, il quale fa un approfondimento su come adesso la potenza di calcolo dei PC e la reperibilità degli oggetti 3D abbia cambiato il modo di lavorare. Vengono presentati i “Bim Objects” aziendali, mostrando come in fase di renderizzazione permettano grande realismo e di come già solo il cambio di colori e modelli generi atmosfere nuove.

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E’ il turno di Mario Lombardi della Favaro 1, che parla dei rivestimenti di parete e dei pavimenti prodotti dall’azienda,

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seguito da Giancarlo Simonelli della Twin System, azienda che si occupa di serramenti, ed Edoardo Stella della Alpacom, azienda specializzata in serramenti e sistemi prefabbricati, che presenta dei particolari serramenti coibentati nei quattro lati.
Segue Davide Guida della Drenatech, azienda specializzata in pavimentazioni esterne, che ci parla della gamma IdroRain (pavimenti drenanti) e della serie Drenatech (pavimenti drenanti e decorativi).

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Dopo la pausa pranzo è il turno dell’intervista a Chiara C. Rizzarda, esperta BIM e vice Bim Manager nello studio di Antonio Citterio e Patricia Viel, ad opera del relatore della mattina Roberto Mancini.
Il Bim è comodo da usare fin dai piccoli progetti, poiché permette di aggiornare gli elementi, se occorre, una sola volta.
Le figure coinvolte nel processo BIM sono:
– il Bim manager
– il Bim coordinator, la figura chiave che segue operativamente il progetto
– i Progettisti, che lavorano “in Bim” fin dall’inizio
– il Bim specialist
Il vero costo del passare al metodo Bim è la formazione delle persone, e l’accettare la fase di “downtime in cui, durante la formazione, la produttività cala.
Si consiglia di inserire il metodo Bim tramite un progetto “pilota”, che sia semplice, nel core business dello studio, e che “permetta” eventuali ritardi.
I corsi bim da 40 ore non servono se nel frattempo non si pratica.
Vanno inoltre inserite delle figure Junior che affianchino i Senior con uno scambio equo di formazione informatica e sensibilità progettuale tra i primi e i secondi e viceversa.
Il titolare deve essere presente e assistere a questa transizione e metamorfosi tecnologica con consapevolezza dello strumento.
La relatrice conferma che è richiesto un hardware potente e una connessione a fibra per il “bim collaborativo”.
Bim è tre cose: collaborativo, parametrico e informativo.
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La spesa maggiore, come detto prima, non è l’hardware, il software o l’infrastruttura, ma la formazione del personale.
Il procedimento Bim inizia con l’architetto: ogni professionista (architetto, impiantista, strutturista) lavora sul suo modello e tutti e tre sono importanti.
Sapendo progettare è facile saper concepire un modello: imparare il metodo BIM è come imparare a disegnare a mano, e richiede del tempo.
Non è vero che il metodo Bim non permette una crescita del dettaglio, poichè esistono strumenti come le masse concettuali.
Non è neanche vero che il Bim impedisce la creatività e le possibilità, perché limita semplicemente a ciò che è realizzabile, quindi è inadatto a ciò che di fatto, seppur concepito da un software, sarebbe poi “inefficiente” nella realizzazione. Col bim, insomma, non si può “barare”.
I software basati sul Bim, dunque, non limitano l’espressività: un pannello a doppia curvatura è difficile (ma non impossibile) da disegnare perchè è difficile da costruire, controllare, pagare, documentare e sviluppare. Siamo dei tecnici, non degli artisti.
Costruttori e architetti sono quindi in affanno per il Bim. I costruttori devono assolutamente procurarsi una figura di Bim Specialist, e i progettisti devono imparare a chiedere economicamente di più ai committenti, offrendo una progettazione che, col Bim, consente un miglior controllo.

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Continua, dopo una breve pausa, Claudio Marsili di Serisolar, con un intervento sul risparmio energetico.

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Prosegue Fabrizio Vimercati, di OTIS, che trasforma l’ascensore in un luogo di arredo e design, proponendo tecnologie innovative, traendo energia dalla gravità.

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Prosegue Walter Bertona di Caleffi, che spiega gli oggetti Bim della sua azienda, precisando che cercano di inserire più tipologie della serie nella stessa famiglia parametrica, tenendo come limite il rischio di eccessivo appesantimento del file.
Il suo intervento è mirato a sottolineare la qualità del dato all’interno di oggetti BIM nei progetti MEP.
Parla dell’interessante esperienza di restituzione in file Bim della loro sede, il “Cubo rosso”.

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E’ il turno dell’ultimo relatore scientifico, Natale Raineri, professionista genovese che ha ricoperto la carica di Presidente dell’Ordine dal 2013 al 2015.
Parla del ruolo dell’architetto e l’innovazione, passando dal grafos, al Bim, alla realtà aumentata.

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Parla di come Gehry e Renzo Piano prediligessero altri strumenti per rappresentare i loro volumi al posto dei software 3D.
Sottolinea che il Bim può essere ridimensionato alla fase “cantierabile”.
Presenta il caso studio dell’edificio di via Bosio 14 a Genova, Villa Arbà, comunemente chiamata Buon Pastore, dal nome dell’istituto che ha sostituito.
In questo caso il metodo Bim è subentrato nella fase dell’esecutivo. Raineri mostra i metodi di rappresentazione, anche misti (cad + colorazione manuale delle stampe) usati nell’ideazione e nella rappresentazione.

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